Per inviarci segnalazioni, foto e video puoi contattarci su info@moto.it
Ciao a tutti! L’impresa di Nicolò Bulega, campione del mondo 2026 in SBK, è stata giustamente salutata con entusiasmo - a Cremona con lacrime di gioia e dappertutto con vera felicità - perché il pilota si merita un affetto particolare. La sua storia è appassionante: figlio d’arte di gran talento, a undici anni già campione d’Europa della MiniGP Junior, vera promessa nazionale, era partito bene nel 2015 e poi progressivamente e inesorabilmente era franato. Sei stagioni nel motomondiale, tra Moto3 e Moto2, e poi la resa. Sembrava perso, uno di quei fenomeni del tipo “ci siamo purtroppo sbagliati”. E invece Nicolò è rinato con le derivate, ha conquistato il titolo iridato della Supersport al secondo tentativo e adesso quello della SBK, dopo due stagioni da vice.
Una bella storia, emotivamente ricca e una bella festa con tante… ciliegine sulla torta. Perché la Ducati non aveva vinto finora un titolo mondiale SBK con un pilota italiano, perché il mondiale è arrivato su una pista italiana, perché adesso Bulega ritorna nel paddock della MotoGP e lo fa camminando a dieci centimetri da terra, perché torna nella classe più prestigiosa del mondo e proprio nel team di Valentino Rossi dove anni fa aveva fallito, perché un pilota italiano non vinceva il titolo da ben quattordici anni.
Già, l’ultimo a riuscirci era stato Max Biaggi nel 2012, l’unico pilota italiano capace di arrivare al tetto della SBK e per ben due volte, 2010 e 2012 con l’italiana Aprilia. Max che è stato tra i primi a complimentarsi con Nicolò e lì qualcuno ha fatto notare che c’è anche un’analogia, tra i due: entrambi sono approdati alle derivate dopo anni difficili nel motomondiale. In un certo senso è vero. Il romano arrivò in SBK nel 2007 (Suzuki e poi Ducati), dopo aver sì dominato quattro stagioni in 250 dal ‘94 al ‘97, l’unico ad averlo fatto con Phil Read; ma successivamente non era riuscito a trasformare i suoi otto anni di top class, 500 e MotoGP, in una cavalcata vincente. Protagonista sempre, campione no, fino a fermarsi per un anno sabbatico e poi cambiare categoria.
Max fu campione delle derivate a 39 e 41 anni, Bulega ha già una storia alle spalle ma ancora non ha compiuto i 27 anni. Questo elemento fa una enorme differenza: per Biaggi quel secondo titolo fu seguito da una conferenza stampa di addio, novembre 2012 a Vallelunga; per Nicolò Bulega questo secondo titolo mondiale è un trampolino verso la MotoGP nella nuova era delle 850.
Per qualcuno è addirittura uno dei favoriti, perché si partirà tutti da zero, praticamente alla pari, e lui avrà il vantaggio di conoscere bene le gomme Pirelli e di avere sviluppato la 850 Ducati. Noi crediamo che non lo sia, favorito. Come ha detto lo stesso Max Biaggi: “Bello: certamente la MotoGP è il massimo della tecnologia e credo che lui abbia le capacità per fare bene. Nicolò andrà a sfidare piloti con molta esperienza, ma il primo anno non aspettiamoci che vinca subito".
È proprio così: Bulega sa già molto bene cosa significhi avere tanta pressione addosso, già una volta l’ha pagata cara, tutta quella pressione. Lasciamolo in pace, a godersi il suo titolo e a preparare la nuova avventura.