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Ciao a tutti! Le voci della possibile cessione di Ducati da parte del gruppo Volkswagen, nell’ambito del piano di riorganizzazione aziendale che la crisi dell’auto europea pretende, non sono state confermate né smentite. Sarà il tempo a dirci se c’è qualcosa di vero. Le certezze sono queste: il costruttore tedesco ha avviato un’importante revisione della propria strategia industriale “con l’obiettivo di ridurre i costi, aumentare l’efficienza e affrontare un mercato automobilistico sempre più competitivo” come dicono i comunicati. Perché la concorrenza internazionale (cinese soprattutto) cresce, c’è l’incertezza dei dazi, la domanda rallenta su molti mercati. Ed è altrettanto certo che Volkswagen, interrogata sulla questione, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.
La vicenda mostra quanto sia sciocco definire la Ducati “tedesca” quando si parla delle rosse. Una abitudine che si è allargata a macchia d’olio sui social quando si trattava di criticare questa o quella decisione di Borgo Panigale sulle corse o sul prodotto. La critica, quando ha un minimo di fondamento, naturalmente è sempre rispettabile e noi non ci tiriamo indietro, ma definire un marchio in base ai capitali sociali non ha più senso. Oggi Ducati è di proprietà tedesca, ma domani potrebbe essere araba, o americana, o francese, o tornare italiana. Chissà. Quello che conta, come abbiamo sempre detto, è che le moto sono pensate, progettate e costruite in Italia, da ingegneri, manager, tecnici, operai (e impiegati) italiani. E che vanno molto bene.
Si è appena celebrato il WDW del centenario, seguito da noi e da una marea di appassionati del marchio accorsi in Romagna, terra de mutor. Sarebbe stato bello partecipare alla festa, purtroppo il gran caldo è nemico della nostra età e dei nostri acciacchi… Giustamente orgoglioso, Claudio Domenicali ha ribadito la sua soddisfazione "di essere un’azienda fortemente radicata nel territorio italiano e che è stata capace di navigare in moltissimi momenti difficili. In cento anni le cose sono andate vicine al punto di rottura molte volte eppure la Ducati è rimasta leale a passione, performance, competizioni, design e la bellezza delle cose ben fatte, rappresentando il meglio del Made in Italy. Abbiamo dimostrato la capacità dell’Italia di eccellere non solo nei settori tradizionali come cibo o moda, ma anche nella tecnologia e nelle corse, dove la capacità organizzativa è fondamentale”.
Per chi come noi segue la Ducati dalla fine degli anni Sessanta, che ha amato le sue meravigliose monocilindriche desmo e poi le bicilindriche più sportive del mondo, tutto questo è molto chiaro. Da azienda statale in profonda crisi, la Ducati è riuscita a risollevarsi: senza i capitali privati mossi dai fratelli Castiglioni non ce l’avrebbe fatta e senza i capitali tedeschi non avrebbe potuto crescere e competere come sta facendo oggi.
Questa è la semplice verità. Sulle voci della cessione da parte del gruppo tedesco, Domenicali ha semplicemente chiarito che l'azienda “viaggia con le sue gambe” e che il marchio ha stanziato un piano di investimenti da 500 milioni di euro. Ducati è italiana.