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Negli ultimi giorni le reazioni contro la nuova Ferrari Luce hanno riacceso un vecchio dibattito: che peso ha l’estetica nelle nostre passioni? Se anche una Casa storica come Ferrari scatena polveroni per linee ritenute discutibili, vale la pena guardare alle due ruote: quante moto sono state criticate per il loro aspetto, per poi essere rivalutate col tempo? Qui sotto alcuni esempi di modelli che molti hanno giudicato “brutti” o “strani” ma che, a un esame più approfondito, rivelano scelte tecniche, coraggio stilistico o una personalità che merita rispetto.
Se siete in caccia di modelli particolari, unici, per storia e caratteristiche tecniche potete scavare tra tutti i modelli contenuti nel nostro nostro listino e, chissà, scovare la vostra preferita tra gli annunci di moto nuove e usate su Moto.it.
Quando nel 2003 la Ducati presentò la 999 come erede della mitica 998, lo choc fu immediato: il muso angoloso, i faretti lenticolari e la carenatura “architettonica” avevano ucciso la sensualità delle precedenti supersportive bolognesi. I fan del design di Massimo Tamburini (autore della 916/996/998) parlarono di “ Tradimento” e “calata di qualità estetica”. Eppure, dietro quell’estetica contestata c’era un progetto razionale e tecnico, un telaio ottimizzato per la rigidezza torsionale, una migliore centralizzazione delle masse, l'ergonomia rivista per la guida in pista e una aerodinamica studiata in ogni dettaglio. La 999 vinse il Mondiale Superbike 2003 e 2004 con Troy Bayliss, dimostrando che la sua guidabilità era superiore. Oggi le versioni 999 R e 999 S sono ricercate dai collezionisti proprio per il loro equilibrio dinamico e per il carattere “diverso” rispetto alla tradizione Ducati.
La BMW K1 del 1988, con la sua carenatura aerodinamica estrema che la faceva sembrare più una navicella che una moto. Presentata nel 1988 e prodotta fino al 1993, la BMW K1 è forse l’esempio più emblematico di moto “non capita”. Carenatura avvolgente, linee squadrate, design aerodinamico spinto oltre ogni convenzione: quando uscì, molti la presero in giro. “Assomiglia a un tostapane”, “sembra venuta da un altro pianeta”, “BMW ha perso il senno”. Ma la K1 era un progetto rigorosamente funzionale. Offriva una considerevole riduzione della resistenza aerodinamica, un conseguente aumento della velocità di punta e migliore stabilità ad alte velocità. Fu un vero esempio di plastiche e design integrato; oggi la K1 è un pezzo da collezione piuttosto ricercato. La sua audacia stilistica è ora riconosciuta come esempio di design sperimentale d’avanguardia.
Presentata nel 1996, la Motò 6.5 era un progetto firmato da Philippe Starck. Offriva linee essenziali, minimalismo estremo, estetica da “oggetto design” più che da moto tradizionale. Chi la amava la definiva “elegante, pulita, moderna”; chi la odiava la diceva “fredda”, “da museo”, “priva di anima”. La sostanza in realtà non mancava di certo, il motore bicilindrico 650cc era pronto ed efficace, il peso contenuto, la guida piacevole e semplice. La motò rimase però non capita, premiata come oggetto di design, esposta in qualche museo, ma molti modelli rimasero invenduti e la produzione si interruppe piuttosto in fretta; quasi del tutto ignorata dal mercato che evidentemente non ne ha compreso l'unicità del suo design. Anche in questo caso oggi la Motò 6.5 è un oggetto da collezione per appassionati di design e motocultura alternativa.
La Honda DN-01 voleva essere il ponte tra scooter e moto. Prodotta dal 2008 al 2010 offriva un cambio automatico, linee uniche e una posizione di guida ambivalente. Il pubblico la prese in giro per l’aspetto quasi “concept” e per la sua identità sfuggente. In realtà Honda tentò qualcosa di significativo: una fruibilità diversa, tecnologia e comfort per un pubblico attento all'evoluzione della specie. Non è diventata un successo commerciale, ma in chiave contemporanea la DN-01 può essere letta come un esperimento coraggioso che ha anticipato tendenze di mobilità moderne. Oggi il sentimento è di maggiore interesse verso questo modello che in molti aspetti ha realmente offerto qualcosa di molto innovativo, forse troppo avanti nel tempo, una vera moto avveniristica e dotata di una identità ibrida, troppo “scooter” per i motociclisti, troppo “moto” per gli scooteristi.
La prima Ducati Multistrada 1000DS del 2003 suscitò parecchie polemiche. Le sue carene massicce e il frontale goffo, il codone dai volumi più unici che rari, sembrava un ibrido tra enduro e turismo. Disegnata da Pierre Terblanche, ha suscitato dubbi perplessità e numerose critiche da parte degli appassionati delle bolognesi. Fu uno dei primi tentativi di creare una moto “tuttofare”: capace di ben figurare tra le curve ma anche per del buon turismo. Purtroppo per lei esteticamente non convinse, il design a tratti tozzo e una sagoma che non assomigliava a nulla di visto precedentemente, la resero una delle moto più sbeffeggiate della sua epoca. Solo più tardi ci si rese conto di alcune sue caratteristiche innovative. Eppure la critica fu spietata: “né carne né pesce”, “un ibrido imbarazzante”, “una moto che non sa cosa vuole essere”. Ma la Multistrada 1000 aveva soprattutto cercato di anticipare il concetto di "multi" dei tempi moderni. Oggi la Multistrada è una delle moto più importanti di Ducati, ma la prima generazione fu davvero difficile da digerire.
Prodotta dal 1981 al 1986 fu inizialmente considerata un progetto di difficile comprensione. I progettisti dell'epoca venivano dal mondo delle auto e questo aspetto condizionò un design che fino ad allora non era del tutto inedito nel mondo delle due ruote. Possedeva molti elementi unici e particolari; piace o non piace, non c'erano vie di mezzo. Eppure questa moto, con lo scorrere del tempo, è diventata un vero e proprio oggetto di culto, tanto che a distanza di diversi decenni Suzuki decise di portare alla luce una nuova Katana, quella del 2019, tuttora in produzione. L'originale degli anni ottanta è l'esempio vivente che ci ricorda che innovare significa anche prendersi dei rischi; la Suzuki Katana rimane un esempio di come il design iconico possa diventare un’arma a doppio taglio: amato da alcuni, frainteso da molti. Oggi è una moto unica, ambita a livello collezionistico.
La BMW R1200C, con le sue linee da cruiser europeo ha diviso gli appassionati. Prodotta dal 1997 al 2003, fu accolta con scetticismo. La sua forma rotonda, la sella bassa e le proporzioni insolite la facevano sembrare un oggetto "strano", Molti amanti delle cruiser più classiche la giudicarono come “finta americana” una “non vera cruiser”. I più diffidenti l'hanno etichettata come goffa o simile a una barca, una critica che non si limitava all’estetica, la moto non aveva di certo l’anima da cruiser americana che molti si aspettavano. Eppure la R1200C era una proposta sincera, il suo motore boxer era raffinato e l'equilibrio dinamico non mancava. Puntava su comfort e personalità piuttosto che sulla pura imitazione di stilemi statunitensi; oggi è un esempio di come le aspettative culturali possano trasformare una scelta coraggiosa in un fiasco. Sicuramente non rispettava gli stereotipi del cruiser americano, ma il coraggio di una realizzazione personale è da lodare.
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In conclusione il caso Ferrari Luce rivela due dinamiche note a chi segue il mondo delle due ruote: primo, il pubblico giudica istintivamente il nuovo in base a schemi familiari; secondo, il tempo e l’uso concreto spesso ricalibrano quei giudizi. Le moto elencate sopra condividono queste esperienze: furono accolte con scetticismo per linee insolite o soluzioni non conformi, ma molte di esse nascondevano idee tecniche o narrative interessanti. La lezione è semplice: l’estetica può essere un ostacolo iniziale, ma non l’unico metro di giudizio.
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