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Ciao a tutti! Se permettete, parto dallo sci per arrivare alla moto e vi chiedo: ma l’avete vista Federica Brignone nel gigante olimpico di domenica? Al cancelletto aveva sette-decimi-sette di vantaggio, una enormità, ed è venuta giù… come se dovesse recuperarli. Era anche il vostro pensiero? “Rallenta, non serve, tieniti un margine!” Macchè.
La medaglia d’oro, la seconda dopo il superG, celebra una impresa sportiva eccezionale: grande in se, ma addirittura leggendaria se ricordiamo che dieci mesi fa, il 3 aprile, Federica stava ancora festeggiando la conquista della seconda coppa di cristallo e si è fracassata la gamba sinistra in una terribile caduta: tibia, perone e crociato anteriore. Zoppica ancora vistosamente.
Di qua la grandissima Brignone, anni 35, di là il fenomeno Lindsey Vonn (41) che di coppe di cristallo ne ha vinte quattro. E che nonostante la lesione al crociato del ginocchio sinistro del 30 gennaio scorso, nove giorni dopo si è presentata alle Olimpiadi. E’ caduta nella discesa, era la prima prova, fratturandosi malamente la tibia della gamba sinistra. Sono state quattro le operazioni necessarie.
Le peggiori fratture, i tempi di recupero, la motivazione. Dobbiamo inchinarci di fronte al mistero: per noi comuni mortali è quasi impossibile capire come funziona la testa degli sportivi. Anche nel motociclismo abbiamo visto decine di imprese leggendarie.
Mick Doohan per esempio: nel ‘92 seppe risorgere, ha rischiato di perdere una gamba e poi ha vinto cinque titoli mondiali di fila. Non si può dimenticare: Mick era arrivato ad Assen con 70 punti su Rainey, aveva il titolo in tasca, ma nelle qualifiche cadde fratturandosi la gamba destra.
Poi arrivarono le complicazioni, i medici olandesi già pensavano all'amputazione, fu rapito e salvato dal dottor Costa, che lo curò incollando letteralmente le due gambe: la sinistra a rivitalizzare la destra. Da brividi. Doohan rientrò due mesi dopo in Brasile: perse il titolo per quattro punti, poi l’anno dopo vinse solo al Mugello ma cambiò il suo modo di guidare e di frenare, utilizzando il comando sul manubrio per il freno posteriore. Dal 1994 al 1998 i suoi cinque titoli della 500.
E poi Marc Marquez, che provò a rientrare appena possibile dopo la caduta di Jerez nel primo GP della stagione 2020. Anche lui, come la Vonn, ha bruciato i tempi: cinque giorni dopo, era venerdì, già saltava in sella per le prime prove del GP di Andalusia, rinunciando soltanto il sabato. E pochi giorni dopo era la placca in titanio inserita nel suo braccio, a cedere. Da lì niente è andato per il verso giusto e ci sono volute, anche per lui, ben quattro operazioni. Quattro stagioni per recuperare tutto. Il nono titolo ha celebrato un campionissimo, capace di superare le peggiori difficoltà.
Valeva la pena di forzare i tempi? Quanti titoli in più avrebbe in tasca Marc Marquez se avesse avuto più pazienza? Queste sono le domande che si fa la gente comune. Ma non i campioni. Ed è Lindsey Vonn che può aiutarci a capire. Ecco le sue parole, riportate da Repubblica in questi ultimi giorni.
"Ripenso alla mia caduta e vi assicuro che sapevo cosa stavo facendo. Sceglierò sempre il rischio di cadere dando tutto, piuttosto che avere dei rimpianti. Ero disposta a rischiare, a spingere e a sacrificarmi per qualcosa che sapevo di essere assolutamente capace di fare. E a essere completamente onesta, in quel momento ero fisicamente più forte di quanto sia stata spesso in passato”.
Insomma, i veri campioni sono convinti di poter vincere sempre, anche con un braccio solo o con una gamba sola. E per vincere sono disposti a tutto, persino a sacrificare la loro stessa vita, la loro salute, l’integrità del loro corpo. Questa è la differenza.