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Ciao a tutti! Dunque, come sapete lo Zam ha lasciato DopoGP dopo una vita, sono tredici anni. Dispiace moltissimo, il nostro dopogara è nato fin dalla prima puntata con il trio fisso e si è ripetuto nel tempo sempre uguale: Bernardelle, lo Zam e il sottoscritto. L’ingegnere, l’inviato sui GP e il conduttore. Era un format solido e ben collaudato e però Giovanni stesso ha spiegato le ragioni dell’addio: compio sessant’anni, il doppio impegno (c’è anche Sky) è diventato sempre più gravoso e mi stressa, d’ora in avanti voglio vivere più serenamente.
Noi siamo tranquilli: c’è Renè Pierotti che in questi anni è cresciuto moltissimo, seguirà i Gran Premi ed è apprezzato da tutti i lettori. Dunque DopoGP sta procedendo senza intoppi con un altro terzetto e qualche bella sorpresa in cantiere, ma naturalmente lo Zam non è replicabile e ci mancherà; anche se resterà un collaboratore di Moto.it e continuerà pure ad occuparsi di MotoGP, sebbene con minore intensità. Come sanno bene tutti quelli che ci seguono, la sua specializzazione nel motomondiale, costruita in 35 anni di vita nel paddock o anche di più, coincide con la sua passione più genuina.
Conosciamo Giovanni da quasi quarant’anni… Da quando era un giovane studente di ingegneria e cominciava a scrivere di moto su quello che era il mensile più letto in Italia. Interruppe l’università prima della laurea, tutto non poteva fare e stava anche scoprendo che diventare ingegnere non era la sua vera aspirazione. Bene, già allora era infaticabile e pieno di entusiasmo. Abbiamo fatto tante esperienze insieme, prima sotto quella testata poi con altre, infine ritrovandoci qui per progettare la sezione MotoGP, che è cresciuta sempre di più e va alla grande. Ebbene, sentiamo che sia giusto salutare pubblicamente lo Zam, come quando un amico parte per andare a vivere lontano.
Beh, questa separazione ci dispiace, anche se la rispettiamo. Lo Zam è un amico ed è proprio ciò che vedete: passione enorme, pochi filtri e nessun compromesso. Ci sono stati anche scontri, tra noi, naturale, tutti superati. Volete sapere una sciocchezza? Personalmente, ci sentiamo un po’ come quando ci separammo dalla nostra Laverda SF 750 rossa per passare su una giapponese molto più facile e versatile (una GS 750 Suzuki azzurra, bialbero quattro cilindri). Sapevamo che era il momento giusto per cambiare, che era un passo avanti inevitabile, ma il carattere forte e spigoloso della SF ci mancò subito. E negli anni è rimasta lì: tante delle nostre moto sono bell’e dimenticate, ma la SF rossa è la moto a cui restiamo più legati. Dovevamo salutarla meglio di quanto abbiamo fatto allora.