Dakar 2026. L’errore di Brabec (e un mercoledì zeppo di riflessioni e ripensamenti) [VIDEO]

Dakar 2026. L’errore di Brabec (e un mercoledì zeppo di riflessioni e ripensamenti) [VIDEO]
Dove ha sbagliato l’americano? Perché Benavides e perché Al Attiyah? Si può liquidare con un voto Brabec o Lategan, che in un attimo hanno visto sfumare tutto? Che altri “numeri”, ragionamenti, variabili così incredibilmente complesse e a volte lontane da ogni probabilità?
21 gennaio 2026

Yanbu, Arabia Saudita, 17 Gennaio. Li diamo spesso, ma qui non vogliamo… dare i numeri. Nessuna presunzione di giudizio, peggio ancora di verdetto. Mi travolgono ancora, tuttavia, parecchie impressioni ed è normale che la maggior parte di queste sia riferita a un nome. Il lato umano e il riferimento all’evento, sia esso globale o di circostanza, anche fortuita, finisce per avere un peso rilevante, e associarlo a un numero mi pare una mancanza di rispetto, una superficiale offesa. Dunque impressioni. Sulla 48ma Dakar Arabia Saudita 2026.

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Brabec 1, l’Errore. Il clamore incredibile è tutto nelle dimensioni delle conseguenze, nella portata devastante del gesto e di un attimo. Sì, perché l’errore è lieve, semplice come togliere l’anello a una bomba a mano. Ricky Brabec è arrivato a meno sette chilometri dalla fine dell’ultima Speciale e della Dakar e ha sbagliato alla nota del KM 98,40. Apparentemente è una nota difficile da sbagliare. È chiara, ha due esclamativi d’attenzione, la grafica dello scalino in salita e la spiegazione del da farsi. “Istruzioni” complete. Invece Ricky ha preso il waypoint e quindi ha piegato subito a sinistra, in pratica anticipando o trascurando la nota. L’errore ha portato su una pista sbagliata e in una situazione non recuperabile, per esempio tagliando. Il dramma è sopraggiunto quando Brabec e Benavides si sono visti. All’improvviso, Luciano era sulla pista giusta e Ricky su quella sbagliata, con il vantaggio completamente fumato. Resta da vedere se Brabec è caduto nella trappola perché troppo teso o, al contrario, ormai prossimo alla “fine” e convinto di avere la gara in pugno, troppo rilassato. In ogni caso, alla fine non è stata la stessa... “fine”!

Brabec 2. 2 secondi dicono chi ha vinto e chi ha perso, non chi è più forte e lo è di meno. Può essere l’unica consolazione per l’americano che, lasciando in sospeso l’argomento della qualità, può distrarsi da quella quantità di tempo, talmente piccola da riuscire ad insinuarsi nel cervello come un virus. Se non c’è già. Mi dispiace molto per Ricky, al pari almeno di quanto sono contento per Lucianino. Dire che la Dakar è così è troppo e... non basta. Oggi è così più qualcosa che non si era mai visto, e che alla fine assomiglia più all’estrazione di un numero vincente. Dire che la Dakar può giocare colpi del genere sì, invece, nessuna meraviglia. Proviamo a immaginare il livello di tensione che si può raggiungere in due settimane di stress, meccanico, fisico e mentale massimi, in 8.000 km che ti sembra già un miracolo averli fatti scampando a non sai neanche tu cosa. Brabec, nel mio modo di vedere la storia, può recriminare tre volte. La prima perché la squadra non gli ha messo Van Beveren al fianco invece che contro (e non mi meraviglierebbe che arrivasse un licenziamento). La seconda perché, sempre in quella dannata 11ma tappa, poteva insistere con la strategia “originale” e andare a vincere recuperando tempi e bonus. Della Dakar si è sempre detto che è cruciale fare il pieno tutte le volte che si può. Benzina, cibo, e magari anche minuti di vantaggio. La terza perché probabilmente, in quel momento cruciale a 7 chilometri dal traguardo finale, quando capisci che sei su un budello di sabbia in mezzo al mare, che non puoi passare e vedi che il “nemico” è sulla sabbia giusta, non ti resta che andar giù di testa.

Giù di testa. Non è difficile alla Dakar. Qualcuno ricorderà che nel 2021 Mattias Walkner perse la Dakar in quelle due ore e mezza passate a cambiare i dischi della frizione, oppure che Marc Coma, in vista del traguardo nel 2007, sbagliò, andò a sbattere e perse la testa e la corsa lasciando via libera a Cyril Despres. Senz’altro è memorabile il fatto drammatico della Tichit-Kiffa della Dakar 2002. Se la giocavano Fabrizio Meoni, che oggi, 21 Gennaio del 2001, vinceva la sua prima Dakar, e Nani Roma, in testa a due giorni dalla fine. Fabrizio fece finta di prendere giù per la falesia, poi sul primo piastrone di roccia deviò senza lasciare tracce e prese a destra, sulla pista giusta. Nani, che veniva dietro, arrivò al bivio, vide le tracce e giù sulla pista, giù a rotta di collo nella falesia, giù fino a finire in un cul de sac irrimediabile. Roma cominciò a girare in tondo cercando una via di riuscita, poi quasi su sé stesso, infine crollò e cadde semi svenuto. Fabrizio aveva vinto la Dakar, Nani lì l'aveva persa. Lo stesso Nani non ha potuto trattenere un pianto dirotto quando, quest’anno, dopo aver rotto una sospensione ed essere rimasto senza benzina, è riuscito a tagliare il traguardo trainato da Laia Sanz e Maurizio Gerini. Si chiamano emozioni. Fortissime. In genere fanno bene, a volte possono far perdere la testa.

Lucianino. Campione del Mondo nel 2023. Grazie ad una incredibile costanza di rendimento. Possiamo dire, questa volta più che mai, che è una delle qualità essenziali per vincere una Dakar. Ricordiamoci che c’è chi l’ha fatto senza vincere una sola speciale o tappa. Meoni, lo stesso Brabec, per dirne un paio. Fuori Sanders, che ha comunque finito pur con una clavicola fratturata, fuori Schareina e Brabec, o lo stesso Canet. Motivi vari, dalla caduta alla penalizzazione passando per l’errore. Luciano Benavides aveva ottenuto il miglior risultato lo scorso anno, quarto. Ha seguito come un istinto il suo talento più grande, non ha mai esagerato, è rimasto nel ruolo che gli era stato assegnato “naturalmente”. Poi, quando la strada davanti a lui si è sgomberata, ci ha dato dentro. Non è mai stato favorito fino in fondo, ma ha cercato di essere sempre l’ultimo ad accorgersene, e d’improvviso… a sette chilometri dalla fine della Dakar, è il Campione 2026. Così sorpreso lui stesso che, alla fine, è stato più bravo a farlo che… a raccontarlo, lì a caldo, imbarazzato e un po’ imbarazzante, subito dopo essersi reso conto delle dimensioni del regalo. Qualcuno può dire che non se lo merita? No! C’entra la Squadra, certamente. Quando “c’è” è un supporto che diventa un alleato importante, prima e, soprattutto, durante. Il pilota è sempre un po’ caldo, “qualcuno” che con i nervi saldi sappia avere la visione giusta e trasmetterla al pilota, vedi per esempio Jordi Viladoms, è come un uomo in più. In campo.

Dakar facile. Sempre relativamente, sul divano o sulla giostra si fa molta meno fatica. Sì, non sembra essere stata una Dakar difficile. Equilibrata sì, durissima no. Poca sabbia, meno dune, zero cattedrali di sabbia insuperabili. Tante pietre, piste tortuose e… torturanti. Brutta cosa. Con i limiti di velocità massima imposti, 170 KM/H per le macchine, 160 per le Moto, si è costretti a spingere sul duro e sul difficile per fare la differenza e acquisire (o recuperare) margine. Spingi sui sassi ed ecco fatto, ecco l’ecatombe di forature che non è stata la miglior pubblicità per Michelin, BFGoodrich, Metzeler & Co. Che poi non è neanche tutta colpa dei gommisti. Se ti chiedono una gomma super performante, leggera, flessibile sulle dune, allora sai che dovrai sacrificare la robustezza. L’anno scorso erano i battistrada, quest’anno i fianchi (auto) o una maggiore fragilità dei tasselli (moto). Però, in fin dei conti anzi in cima, la Dakar di oggi sembra meno pericolosa.

Emile Poucan Award - Photo Marcos Carmona
Emile Poucan Award - Photo Marcos Carmona

Al Attiyah il saggio. L’ho detto: Al Attiyah mi sembrava invecchiato. Prima le prende da Sébastien Loeb in Marocco, stessa Dacia, navigatori scambiati, Edouard Boulanger bi-campione del Mondo va con Loeb, Fabian Lurquin sale con il Principe del Qatar. Poi inizia la sua Dakar in sordina. Piano, nessuna aggressività. Ergo: non è più lui! È svampito. Beh, io avevo detto che vincevano Sanders e Loeb. Non c’ho preso. Comunque Al Attiyah inizia piano, però schiva l’ecatombe delle gomme della prima parte della Dakar. Va anche in testa per un giorno prima di commettere un errore e scendere parecchio. Però è sempre lì e quando finalmente arrivano le dune ecco la mazzata. Prevedibile, certo, ma un po’ inaspettata, ci rimangono tutti male. Nasser è sempre e solo lui. Solo più saggio, perfettamente calibrato sulle difficoltà di questa Dakar. Il resto è storia sotto il naso. La sesta vittoria è chiara e incontestabile. Una bella gara Mattias Ekstrom, una bellissima gara Nani Roma, secondo, ma a 55 anni Al Attiyah ha fatto lo switch, ha staccato il secondo stadio del vettore, e si proietta lontano, più lontano di tutti, nell’iperspazio del Rally-Raid.

Gli sconfitti delle Auto. Due nomi su tutti. Yazeed al Rajhi e Henk Lategan. Il saudita Campione in carica, che correva in casa, quest’anno è tornato alle vecchie abitudini. Giù il piede e succeda quel che succede. Che nel suo caso e di solito, è un danno irreparabile. Detto, fatto: fuori gara con la Toyota KO durante la quarta Tappa. Henk Lategan era molto atteso, e Toyota puntava decisamente su di lui. Il sudafricano è riuscito a passare indenne attraverso varie maledizioni, 9 forature in tre giorni, il parabrezza rotto, la panne di benzina e del servosterzo, miracolosamente con l’assistenza sempre a portata di mano, poi ha pagato il conto tutto insieme, al KM140 del 15 Gennaio, sospensione e sogni disintegrati. È uno sconfitto Sébastien Loeb, il mio favorito numero 1, cui sono stati fatali una dozzina abbondante di forature e qualche guaio di troppo alla macchina, il tutto convertito in estenuanti tappe a ritmo ridottissimo, e il Campione Del Mondo Lucas Moraes, l’anno scorso a podio e quest’anno “trasparente” con la stessa Dacia. Più in generale, escono sconfitte le Toyota, Hilux in parte nuovo e miglior piazzamento quello dell’esordiente ufficiale Toby Price (2 Dakar vinte in Moto), mentre ha fatto una figura superba la Ford con i Raptor, tre nei primi cinque, allestiti da M-Sport.

Molti all’arrivo. Colpiti più sul morale che sulle ossa. E questa è una bella cosa, basso coefficiente di ritiri. Pochi incidenti, nessuno, a quanto ci risulta, grave. Qualche osso rotto, qualche panne meccanica, sicuramente qualcuno sfinito. Ma è stata una Dakar piuttosto “indulgente”. Qualcuno ha detto che alla prospettiva politica della Dakar serviva un’edizione soft, leggi fuori dai denti Land Rover che ha schierato le sue Defender nella rinnovata categoria Stock, primo Rokas Baciuska, Stephane Peterhansel quarto, nel primo step di un investimento importante sul futuro. Non è così grave, sempre si sono alternate edizioni infernali ad altre incredibilmente blande. È successo che la pioggia abbia “rassodato” le sabbie di dune impossibili, e che la stessa pioggia abbia trasformato in fangaie infernali pacifiche distese di terreno duro e scorrevole. Vai a sapere, le variabili son sempre tante. Come quando dal primo all’ultimo piombano su un waypoint impossibile, dentro il primo e tuti dietro alo volo, oppure mezza carovana va al pascolo su un normale controllo a timbro. È una di quelle edizioni, insomma, che favoriscono un gran numero di soddisfazioni. Ed è giusto tutto.

Italiani. Pochi e tanti. Tutti la traguardo. Questa sì che è una bella notizia. Pochi in gara, il ciclo va verso il basso, moltissimi nella Dakar Classic, sono una realtà di riferimento. Cinque Motociclisti, due equipaggi… e mezzo in auto, 25 Dakar Classic italiani, niente meno che il 25% del totale della fortunata ultima idea di ASO. Partiamo da questi. Non è la Dakar, è un’altra Dakar, con una sua valenza importante, quella di una perfetta interpretazione del lato originale della traversata del Deserto. Senza contare che è una vetrina da pelle d’oca dei mezzi che hanno fatto la storia. Hanno vinto Raisys Karolis e Cristophe Marques con una Land Rover 109, terzi Joseph Unterholzner e Franco Gaioni con una delle innumerevoli Mitsubishi del R Team di Renato Rickler, insieme alle Nissan del Team di Maurizio Traglio le due espressioni forse di maggior rilievo dell’impegno globale in questa non certo facile categoria. Sensazionale, possiamo dirlo, la prima partecipazione del trio Ladies Dakar. Monica Buonamano, Serena Rodella e Rachele Somaschini erano in corsa con un leggendario Unimog del progetto drivEvent Adventure e Carrozzeria Bonino e assistito da TecnoSport di Traglio, numero di gara #924. Esperienza zero, a parte la Buonamano, 5° posto tra i Camion della Classic, programma 2027 già deciso. Vuol dire che ha funzionato tutto alla perfezione, soprattutto in quel difficile ambiente che è la cabina.

Le Auto degli italiani. Rebecca Busi ha faticato molto. “Classicamente”, quando si inizia con un guaio “lungo”, si finisce per portarselo dietro per giorni, a volte fino alla fine. È il caso di Rebecca, ed è quindi il momento di dire che la ragazza non si è mai data per vinta ed è riuscita, tra mille vicissitudini, a portare al traguardo la sua missione. Challenger, 28° posto. Formidabili i Fratelli Silvio e Tito Totani, in gara con un MD Optimus. Qualche problema ma indomabili e al traguardo finale in 45ma posizione della Ultimate. La loro partecipazione è molto interessante, perché mette in rilievo una forza appassionata che non si scoraggia mai. Anzi, talvolta sembra che i guai vengano per movimentare, e quindi renderla più eccitante, la vita dei Dakariani. Che Silvio e Tito si godono a pieno. Due e mezzo, s'è detto. E si deve dire di Laia Sanz, italiana come Cristoforo Colombo, divisa tra la Liguria e la Caalunya, e di Maurizio Gerini. la coppia dell'anno... quest'anno con l debuttante Ebro. Gara eccezionale, misurata, e risultato. Ormai la top 20 sta stretta, la prossima puntata del racconto sarà certamente ancora più interessante.

Italiani, due ruote e due categorie. Al traguardo, come si è detto, tutti quelli alla partenza. Si dividono in due categorie. I “privatoni” che hanno la purezza della missione da portare a termine senza alcuna ambizione di classifica, e quelli che ambiscono a correre per un posto al sole dell’élite. Tiziano Internò, Andrea Gava, Mattia Riva e Cesare Zacchetti appartengono alla prima corrente “filosofica”, tutti in Original by Motul, leggi Malle Moto, capisci niente assistenza, Tiziano addirittura senza neanche la “malle”, tutto in due sacche attaccate alla Moto, tutti senza particolari patemi sul podio del cerimoniale di arrivo a Yanbu. A proposito di “valigie”, la categoria l’ha vinta il nostro amico Benjamin Melot, che altri non è che l’iper appassionato ex meccanico dell’ex cinque volte vincitore della Dakar in Moto Cyril Despres. E poi c’è l”élite”, Paolo Lucci e Tommaso Montanari. Bravi. Entrambi. Paolo, che ha corso con la Honda Replica di Simone Agazzi, ha avuto la sfortuna di fottere una gomma durante la Marathon e di non essere riuscito ad arrivare neanche sul cerchio. Una vera disdetta, di quelle che portano il morale sotto le scarpe. Invece questa volta Paolino non si è fatto sorprendere. La sua Dakar è cambiata, ma un obiettivo è saltato fuori. Importante. In Dakar Experience, che suona un po’ a presa in giro, Lucci ha sfoderato prestazioni eccellenti e continue, sostanzialmente sempre nei venti con la puntatina nei 10. Che vuol dire? Che Paolo ha la velocità e la tecnica. Può investire nella carriera da Dakariano. È ormai un cavallo sicuro. Aggiungerei che si può dire la stessa cosa di Tommaso Montanari. Mai un errore vero, mai un’esagerazione, di quelle che ti prendono, soprattutto se hai un conto in sospeso con la Dakar (e Tommaso ne aveva, in verità, almeno un paio, prima di approdare al Team Solarys). È nei venti, con grande autorità e controllo. Ecco la mia proposta. Far correre insieme Paolino e Tommasino, ovvero unificare i programmi di allenamento e di gare. Loro ci guadagnano reciprocamente, noi ci guadagniamo in piacere e, sono sicuro, soddisfazioni. Oh vediamo!

Gli Elefanti del Deserto. Anche la Gara dei Camion è stata tutt’altro che scontata. I due leit motiv della vigilia erano la possibile conferma del bi-campione in carica Martin Machik e il possibile 3… 2… di Mitchel Van Den Brink, entrambi con una delle armi letali MM Technology Iveco della Repubblica Ceka. Niente di tutto questo. In panne il ceko, in analoghe difficoltà l’olandese figlio d’arte, la vittoria è andata al lituano Vaidotas Zala davanti a Ales Loprais, entrambi con un Iveco Powerstar. Direi eccellente la prestazione del MM Technology da 1.000 CV dell’equipaggio Claudio Bellina, Marco Arnoletti e Bruno Gotti, unico “bestione” italiano, ottimo nono assoluto in una categoria che è sempre molto combattuta e il cui livello, di per sé impressionante, cresce di anno in anno. Per una sorta di completezza, gli SSV. Tra i Challenger ha vinto Pau Navarro, Odyssey, tra gli Ssv Brock Heger, Polaris.

L’avanzata degli orientali. Fino a pochissimi anni fa, una Moto cinese alla Dakar era vista come un’autentica, improbabile rarità. Quando nel 2023 Kove portò le sue ad una prima in cui conclusero tutte, fu puro stupore. Oggi le Moto orientali sono una frequentazione standard, importante. Il 10% nel 2025, più del doppio nel 2026. Alla cinese Kove si è aggiunta Hoto, che monta tuttavia un motore che ci è famigliare, e con la quale il suo gioiello transfuga Mason Klein ha ottenuto il 14° posto. Ma non ci lasciamo confondere da un trend che comunque è chiaro anche alla Dakar (oltre che nelle vetrine dei concessionari), la realtà di riferimento “orientale” alla Dakar è e resta l’indiana Hero. La Squadra di Wolfgang Fischer non è stata fortunatissima. Ross Branch, Campione del Mondo 2024, ha sverniciato tutti nella prima tappa ma poi si è fatto torto con una penalità per eccesso di velocità da 6 minuti. Non si è più riavuto. Tobias Ebster, il nipote di Heinz Kinigadner stella nascente della Rally 2, vinta da Toni Mulek, KTM, davanti a Preston Campbell, Honda, miglior rookie, si è ritirato. Conclusione, Ignacio “Nacho” Cornejo settimo, Branch nono. Comunque una eloquente top ten.

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