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Granducato di Toscana, Febbraio 2026. L’altra notte mi trovavo a transitare, per puro caso, sulla interprovinciale che collega due dei nostri capoluoghi per circostanze insondabili non in guerra tra loro. La strada attraversa la montagna e consente di cambiare totalmente atmosfera geografica. Da una parte il mare, dall’altra l’Appennino. Ma non è questo che vi voglio raccontare, e direi che non sono tenuto a dirvi che ci facevo, a notte fonda, su quella strada. Vi basti sapere che non ero tallonato da alcuna urgenza, e in più ero consapevole che, se anche fossi riuscito a fuggire dalla tempesta che mi seguiva, dall’altra parte avrei trovato un’altra tormenta. Insomma procedevo solennemente e serenamente sulla salita, dalla radio musica dei Dire Straits.
Buio assoluto, d’un tratto una sferzata di luce nello specchietto, poi un’altra, e un’altra ancora. Tre flash, tre batterie di fari che si avvicinano rapidamente, lampeggiano, non capisco se per chiedere strada o per salutare, mi sorpassano e spariscono all’incerto orizzonte. Zanzare veloci, motorini. Sono tre in formazione compatta. Li intravedo ancora quando la folata di pioggia diventa così fitta, un muro d’acqua sul quale si riflettono, che le luci dei piccoli razzi rimbalzano e si diffondono nel buio. Chissà che ci fanno in questo inferno nero di freddo e di acqua, chissà dove stanno andando.
Pochi chilometri più avanti, rieccoli. Sono fermi al passo, sul piccolo spiazzo a lato della strada. Lo scenario è al completo, si sono aggiunti un vento ghiacciato e una nuvola che avvolge tutto e abbassa la visibilità quasi a zero. Una luce rossa intermittente, un furgone, un fuoristrada. Mi fermo, sono curioso e mi son già fatto troppe domande: avrei voglia di risposte. I piloti dei motorini, variamente imbacuccati, si rifocillano e cercano conforto all’accumulo di freddo che ormai bussa alle ossa. Mi accolgono come si conviene in una situazione che potrebbe anche essere critica, senza preliminari: caffè-sport, una fetta di torta, cioccolata calda. Silenzio. Non faccio domande, non mi danno risposte.
Passano tre o quattro minuti, dai tornanti a valle la sciabolata di un fronte full led di abbaglianti. Ne arriva un altro, è il quarto. Questa volta non uno scooter, una piccola motocicletta. Tutti cinquantini, comunque e insomma. Questo s’è capito. È già un indizio, e il secondo è il fatto che non siano isolati ma evidentemente raggruppati, riuniti in un qualche obiettivo del quale non so nulla. Ma non parla nessuno. È come se fosse tutto chiaro a tutti, così come è chiaro che a nessuno interessa che io brancoli nel buio, che non abbia la più pllida idea di cosa sta succedendo. Capisco solo che siamo a metà del periplo, al "giro di boia". Dopo venti minuti esatti, pance, serbatoi e anime rifocillati, ripartono nell’ordine in cui sono arrivati. Terzo indizio, questa volta più eloquente: la ripartenza è scandita da una bandiera a scacchi che sventola nella nebbia illuminata dai fari.
Se ne vanno i primi motorini, non si muovono i mezzi dalla quella Musorgskijana notte da Monte Calvo. Ho capito: ne arrivano altri. Ormai il rituale del rifornimento globale è chiaro, animi e silenzi si sciolgono. Vengono, vengo a sapere, dall’estremo Sud del Granducato, e lì torneranno dopo aver percorso un largo anello, tracciato mi par di capire con una punta di cinismo da un tale Valditara, della regione centro-occidentale. Una corsa? – chiedo – Ma che dici, una passeggiata. Sì, in piena notte, d’inverno e con una tempo da yeti, ma fate il piacere! Ma sì, diciamo una sfida, semmai. Una sfida “classica” e disincantata, un po’ evocativa: ce la facciamo, io, il mio fisico magari chilometrato, il motorino dei miei anni verdi? Certo che sì, lo vedremo alla fine.
La fine è al punto di partenza. A mezzanotte spaccata si è abbassata la bandiera la scacchi. Poi, varie centinaia di chilometri, curve e dislivelli, di più per i distratti o poco abili con il GPS, chi verso Firenze, chi verso Milano. Panorami mozzafiato, invisibili di notte, e il fiato mozzato dalla fatica, dal sonno e dal freddo. Otto ore e qualcosa ci ha messo la zanzara che al passo era il quarto a passare. Si viene a scoprire che il segreto del tempo è una straordinaria regolarità di marcia e una chirurgica messa a punto del motore, che consumando poco o niente, e comunque meno di tutti, ha vinto la battaglia della sostenibilità consentendo di ridurre al minimo le soste per il rifornimento. È ovvio che il “Priamo” a passare è un genio, il Pilota è tattico, la piccola moto si direbbe uscita dal reparto corse McLaren. I quattro minuti di ritardo al passo si sono trasformati in tre di vantaggio alla resa dei conti. Quanto basta. Per quest'anno! Si celebra alla tavola dei tordelli, di parolaccia in "Parolaccia" secondo un protocollo collaudato e sferzante. L’intera sporca dozzina è finalmente riunita, dopo oltre quattro ore dal tempo che si comincia a considerare... di riferimento.
Di riferimento a che? Finalmente mi spiegano. L’obiettivo era la sfida, ciascuno contro sé stesso in regime di completa autonomia. Il freddo, la notte, i chilometri, il motorino. Ce l’anno fatta tutti, anche l’equestre che ha grippato a pochi chilometri dalla fine, anche i due “pirati” il cui “mezzo di assistenza” con benzina, ricambi e conforto è rimasto impantanato a metà strada, evidente castigo di dio, anche il “Ciaino” dato 100 a uno al totalizzatore. È chiaro, l’attesa attorno alla tavola – mi spiegano – ha comportato inevitabilmente, ma solo discorsivamente, che si scendesse in una sorta di arena del confronto. Ma quando arriva tizio? E da quanto è arrivato Caio? Ma quanto ci mette Sempronio? Va da sé che, del tutto involontariamente, si finisce per stilare una informale, ufficiosa e in nessun modo rilevante… classifica. Ma sì, mi informano, anche quella nelle mani di Tizio è una insalatiera, come fai a pensare che sia una coppa? È una Banda. Un gruppo di eccezionali buongustai della vita!
Infatti capisco. La purezza delle argomentazioni è chiara, non fa una grinza. È un baluardo incontestabile di insuperabile buona fede e buon proposito. È stata una scampagnata senza alcuno spirito sportivo, e tanto meno di confronto, neanche parlare di agonismo. Del resto in quel caso ci si avvicinerebbe paurosamente al criterio di giudizio da applicare a una corsa clandestina - ma clandestina rispetto a quale ambiente regolamentare, poi ? - proprio per questo inaccettabile sotto un profilo regolamentare e statutario, e dunque più che improbabile, inammissibile, tale da non riuscire neppure a scalfire la cristallina trasparenza dell’intento primordiale.
Ho capito benissimo. Eppure qualcosa non mi convince… ho qualche piccolissimo dubbio :-)
© Immagini Pirates Of The Caribbean, El Clandestino, PB, ValdiMedia