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Yanbu, Arabia Saudita, 17 Gennaio. È finita con un colpo di scena incredibile, sensazionale! La Dakar Arabia Saudita 2026, settima della serie nel Regno, va in archivio con un finale travolgente… stravolgente. Da Yanbu a Yanbu, due settimane di gara, 13 Tappe e una giornata di riposo nella Capitale, Riyadh, il 10. Cifre tonde, rendono meglio l'imponenza: 8.000 chilometri, 5.000 di prove speciali, una “Carovana Multicolore” di 800 concorrenti e 450 veicoli. Il periplo della penisola del Regno nella 48ma edizione del Rally-Raid più duro e famoso del Mondo, è completato. È la maratona-avventura per definizione. L’originale. L’incredibile! L’ultimo strappo, 105 chilometri di Speciale divisa in due parti, si conclude con la volata lungo il Mar Rosso. Cambia tutto, e questa volta i numeri sono piccolissimi, quasi trascurabili, e invece sono cruciali, il segno matematico di una rivoluzione: 2 secondi!
Moto. La prima vittoria di Luciano Benavides. 30 anni, argentino di Salta, suo fratello Kevin aveva vinto le edizioni 2021 e 2023 in Moto. Ora tocca al fratellino. Il finale ha dell’incredibile anche volendo esagerare con la sceneggiatura. Ricky Brabec, Honda, aveva messo giù una strana strategia alla fine dell’11ma Tappa, rovesciando il risultato naturale e pensando di chiudere la partita con la 12ma, la penultima. Errore! Al via all’alba del 17 Gennaio Brabec aveva 3 minuti e 20 secondi di vantaggio su Benavides. L’argentino ha metabolizzato. Non la resa. La Squadra e l’esperienza di Jordi Viladoms giocano un ruolo fondamentale, e KTM è davvero come un secondo Pilota in campo. Benavides mette pressione e vola, sono 100 chilometri, bisogna crederci. Brabec finisce per subire la pressione, sbaglia, cede, poi crolla. Mancano 7 chilometri alla fine del Rally, ma quando si riprende è consapevole e arriva in lacrime. David Castera, buon Direttore, l'aveva pur detto di stare attenti nel finale! Luciano Benavides è sulla inea del traguardo, sta aspettando Brabec contando i secondi. Passano tutti quelli di ritardo… più 2 SECONDI! Dopo 49 ore di prove cronometrate la Dakar 2026 si risolve nell’ultimo strappo e con un margine di rovesciamento chirurgico, quasi impercettibile. Il finale è rocambolesco, non si è mai visto. L'utima Speciale l'ha vinta Edgar Canet, ma nessuno se ne accorge.
Luciano Benavides è alla nona partecipazione alla Dakar, non aveva mai vinto e il suo miglior risultato era il quarto posto dello scorso anno. Inoltre Lucianino era partito con un ginocchio infortunato in Marocco, dolorante, circospetto. Però non è una novità il fatto che il più giovane dei Benavides condivide con il fratello l’incredibile grinta, davvero indomabile e appassionata, alla quale ha sempre aggiunto una caratteristica che alla lunga paga: la costanza di rendimento, una certa misura nel rapporto con il rischio. È l’atout che gli ha permesso, pur avendo vinto solo un Desafio Ruta 40, di diventare Campione del Mondo Rally-Raid nel 2023. Adesso il ciclo è completato. Anzi, si apre su una prospettiva molto interessante. Ed è ancora un “senatore” che fa valere il peso dell’esperienza e del mentale. Alla Dakar, sicuro! Benavides ha vinto tre tappe, di cui due di fila aprendo la pista nella seconda. Caduto Sanders, nel finale si è alternato al comando e nel pronostico con Brabec, e ha risolto dando tutto nell’ultima Speciale. Davvero, Luciano Benavides ha corso più veloce della sua ombra!
Auto. Non è finita nel modo incredibile e clamoroso della gara delle Moto. Tra le Auto il capitolo finale era già stato scritto il giorno prima. È la sesta vittoria di Nasser Al Attiyah, 55 anni, Doha. Con lui nel cockpit della Dacia Sandriders ufficiale Fabien Lurquin, il navigatore che ha “scambiato” con Sébastien Loeb “cedendogli” Edouard Boulanger. Il “Principe del Qatar” è lo sportivo eclettico per definizione. Alle 6 Dakar aggiunge 6 partecipazioni alle Olimpiadi, con un bronzo a Londra 2012 nel tiro al piattello, un Mondiale Rally WRC Produzione, due Titoli di Campione del mondo Rally WRC2, 2014 e 2015, e varie serie diverse o minori, tra qui due 24 Ore del Nurburgring. Nel 2022, 2023 e 2024 è Campione del Mondo Rally-Raid, sequels dei cinque Titoli dell’omologa, precedente Coppa del Mondo. È approdato alla Dakar nel 2004 con una Mitsubishi, decimo, ma la prima vittoria è arrivata solo nel 2011, con Volkswagen. Nel 2015 ha vinto con Mini, nel 2019, 2022 e 2023 con Toyota. L’anno scorso, prima apparizione di Dacia, concluse al 4° posto alle spalle di Yazeed Al Rajhi, Henk Lategan, Mattias Ekstrom. Corre con Fabian Lurquin dallo scorso anno, e prima tra i navigatori ha avuto i fenomeni Mathieu Baumel e Edouard Boulanger. L’ultima Speciale del Rally è di Ekstrom, Loeb e Lategam. Tre modi di essere, in fondo, un po’ frustrati. Resta sensazionale, invece, la top 20 di Laia Sanz e Maurizio Gerini con la debuttante Ebro, e il “missione compiuta" dei fratelli Silvio e Tito Totani.
Nasser Al Attiyah arriva sempre sospinto dai favori del pronostico. Perché ha il talento, ha vinto e perché, di conseguenza, è uno dei Piloti preferiti in ogni campagna Dakar delle formazioni più ambiziose. Quest’anno il team The Dacia Sundriders era impostato, appunto, secondo quel concetto di Dream Team che tende a polarizzare i mercati Piloti del Rally-Raid. Questa Dakar non era congeniale alle migliori qualità del Principe del Qatar. Poca sabbia, due sole Tappe di dune “vere”, e non completamente ispirate al concetto di Rally-Raid nel quale Al Attiyah è cresciuto. Inoltre Nasser le aveva “prese” dal compagno di Squadra Sébastien Loeb nell’ultimo appuntamento pre-Dakar, in Marocco. Infine, in questa edizione, è partito piano, cioè non come eravamo abituati a concepirlo combattente puro sin dall’inizio e in ogni caso. Insomma, sembrava “invecchiato”. E invece era solo diventato più saggio.
© Immagini. ASO Media, Red Bull Content Pool, DPPI, RallyZone, Ford, ItalTrans Media, Ford Performance, Dacia Sandriders Media, Prodrive, Honda Monster, KTM, Hero, Cristiano Barni
Così Nasser Al Attiyah e Fabian Lurquin sono passati indenni attraverso le tempeste della Dakar. I sassi della prima parte di Rally, i disastri delle meccaniche nelle fasi cruciali sui percorsi più duri, il bombardamento di forature su tutto l’arco della Corsa, le trappole di navigazione a quei crocevia cruciali, concepite da Monsieur David Castera, ottimo direttore della Dakar (ma un po’ burlone), per animare il confronto. In testa nella seconda Tappa e poi definitivamente dalla settima e con un “minimo storico” nella terza Tappa, nono, l’Equipaggio Dacia ha battuto Joan “Nani” Roma, Ford, autore di una prova monumentale, Mattias Ekstrom, al secondo podio consecutivo, e una serie di forti candidati alla vittoria finale, quali Sébastien Loeb, Carlos Sainz, Mathieu Serradori, o i più sfortunati Henk Lategan o Yazeed Al Rajhi. Tutto questo con le sole vittorie nella sesta Speciale, le “sue” dune, e nella 12ma e penultima. La sesta vittoria non si direbbe un buon motivo per smettere, anzi, oggi il record di Monsieur Dakar, Stephane Peterhansel, otto successi, sembra un po’ meno un miraggio. E intanto c’è il record di vittorie di Speciale, quota 50, condiviso con “peter” e Ari Vatanen. Potrebbe essere un movente, invece, per cambiare aria, se è vero, come si chiacchiera, che Dacia, missione compiuta, potrebbe anche ritirarsi.