Tetto ai carburanti: Palazzo Chigi tratta con Tripoli per portare dentro Tamoil. Ma sul gasolio pesa l'incognita Trump

Tetto ai carburanti: Palazzo Chigi tratta con Tripoli per portare dentro Tamoil. Ma sul gasolio pesa l'incognita Trump
Dopo Eni, IP e Q8, il Governo lavora con la Libia per l'adesione di Tamoil al price cap: con i suoi 1.587 impianti la rete "calmierata" salirebbe a circa 9.300 stazioni. Intanto i prezzi alla pompa scendono, le pompe bianche protestano e da Washington arriva un rischio concreto per il diesel europeo
1 ottobre 2026

La partita del cosiddetto price cap sui carburanti si gioca ormai più sul tavolo diplomatico che su quello del ministero. Mercoledì 30 settembre fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che le interlocuzioni tra la Presidenza del Consiglio e il governo libico sono "molto ben avviate" per favorire l'adesione di Tamoil all'appello sul contenimento dei prezzi di benzina e gasolio. Tamoil è infatti controllata dallo Stato libico, ed è l'unica delle quattro grandi compagnie della distribuzione italiana a non essersi ancora espressa sul tetto ai listini. Un copione già visto pochi giorni fa con Q8, la cui adesione era arrivata dopo i contatti di Palazzo Chigi con il Kuwait, come avevamo raccontato su Moto.it nell'articolo dedicato a Q8 e al price cap dal 1° ottobre.

Chi ha già aderito e con quali prezzi

Il domino è partito da Eni, che attraverso la rete Enilive ha fissato dal 28 settembre un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, validi sia al self sia al servito, per una durata iniziale di 30 giorni prorogabile fino a fine 2026 in base all'andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Ne avevamo parlato in Benzina a 1,99 euro con Eni e IP: il tetto ai prezzi divide l'Italia.

IP, controllata dall'azera Socar, ha seguito a ruota, ma con un'applicazione progressiva: secondo i calcoli di Staffetta Quotidiana sui dati Osservaprezzi del Mimit, al 30 settembre erano 850 su 3.467 i punti vendita IP con prezzi calmierati. Q8 è partita il 1° ottobre con un tetto di 30 giorni e un approccio definito "modulare": nei primi rilevamenti i suoi prezzi medi si sono attestati intorno a 1,994 euro/litro sulla verde e 2,194 sul diesel.

Il conto, ad oggi, è di circa 7.700 distributori con il tetto. L'eventuale ingresso dei 1.587 impianti Tamoil porterebbe il totale vicino a 9.300. Nel frattempo, la pressione della concorrenza sta spingendo verso il basso anche alcuni marchi minori come Ludoil (rete Staroil e Iperstaroil) e una parte dei punti vendita Costantin.

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Tamoil, che cosa si sa e che cosa no

Qui serve un po' di prudenza. Palazzo Chigi parla di un confronto avanzato, ma non sono stati comunicati tempi, importi né modalità di un eventuale intervento della compagnia. L'unico segnale concreto arrivato finora, sempre secondo Staffetta Quotidiana, è un taglio di un centesimo al litro sui prezzi consigliati del diesel. Poco per parlare di adesione, abbastanza per capire che la direzione è quella. Se Tamoil adotterà gli stessi valori di Eni o un meccanismo modulare come Q8 e IP, al momento non ci sentiamo di ipotizzarlo.

Gli effetti alla pompa

I numeri dell'Osservatorio prezzi del Mimit confermano che il tetto sta trascinando giù le medie nazionali. Giovedì 1° ottobre il prezzo medio in modalità self service sulla rete stradale era di 2,084 euro/litro per la benzina (-27 millesimi sul giorno precedente) e 2,285 euro per il gasolio (-31 millesimi). Da sabato scorso la verde ha perso 7,5 centesimi e il gasolio 9,2 centesimi.

Va però letto bene il dato: la media nazionale mescola i prezzi scontati dei grandi marchi con quelli, più alti, di chi il tetto non lo applica. Il risultato è un divario crescente tra un distributore e l'altro, che rende più che mai utile controllare i prezzi prima del pieno. Per chi va in moto, che nella stragrande maggioranza dei casi fa benzina, il tetto a 1,99 euro rappresenta oggi il riferimento più concreto.

Le pompe bianche non ci stanno

Il rovescio della medaglia riguarda i distributori indipendenti, le cosiddette pompe bianche. Il loro problema è strutturale: comprano il carburante all'ingrosso proprio dai grandi gruppi che hanno introdotto il tetto, e che insieme (Eni, IP e Q8) valgono circa il 55% del mercato italiano. Se le Big Oil vendono di più alla pompa, si riduce la disponibilità di prodotto all'ingrosso, i prezzi per i piccoli salgono e i margini evaporano.

Le sigle dei gestori Fegica e Faib-Confesercenti hanno presentato in Senato una proposta di price cap pubblico, deciso dallo Stato come già avviene in Belgio e Lussemburgo, sostenendo che un tetto stabilito da un operatore privato leader di mercato crei inevitabilmente squilibri. Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin si è limitato a richiamare il senso di responsabilità dell'intera filiera, a partire dai produttori. Resta poi scoperto il fronte delle imprese: lo sconto vale solo per la rete aperta al pubblico, non per i canali che riforniscono autotrasporto, agricoltura e pesca.

L'incognita Trump sul diesel

Il vero elemento di instabilità, però, arriva da oltreoceano. Donald Trump sta valutando un blocco delle esportazioni di gasolio dagli Stati Uniti, con l'obiettivo di aumentare la disponibilità interna e frenare un prezzo arrivato a 6,53 dollari al gallone a ridosso delle elezioni di metà mandato di novembre. A spingere sono alcuni repubblicani degli Stati agricoli, come il senatore dell'Iowa Chuck Grassley; contrari, secondo il Financial Times, il segretario all'Energia Chris Wright, quello all'Interno Doug Burgum e quello al Tesoro Scott Bessent, oltre alle grandi compagnie petrolifere. Si è parlato di uno stop di 90 giorni, ma la Casa Bianca ha precisato che non esiste ancora un provvedimento pronto.

Perché ci riguarda? Secondo la Commissione europea, circa il 50% del diesel dell'Ue arriva dagli Stati Uniti. L'Italia, grazie alla propria capacità di raffinazione, è un esportatore netto di gasolio e non sarebbe colpita direttamente; ma in un mercato europeo a corto di prodotto, i compratori esteri sarebbero disposti a pagare di più per il gasolio italiano, e i prezzi interni tenderebbero comunque a salire. Le sole indiscrezioni sono bastate a far rimbalzare le quotazioni del diesel dopo una settimana di cali. In altre parole: il tetto può calmierare il prezzo alla pompa, ma non può fare molto se il costo della materia prima riparte verso l'alto.

Il contesto

Il price cap volontario arriva dopo mesi di interventi pubblici sulla leva fiscale, dal taglio delle accise di marzo alla proroga con aliquote differenziate che aveva penalizzato la benzina, fino al dimezzamento dello sconto sulle accise del diesel deciso sabato 26 settembre. Poche ore dopo, Eni ha risposto con il tetto ai prezzi, aprendo la strada alle altre compagnie. Da allora il governo ha scelto la via della moral suasion, e, nel caso dei gruppi a controllo estero, della diplomazia.

In sintesi

Il governo tratta con la Libia per portare Tamoil nel price cap già adottato da Eni, IP e Q8. Se l'accordo andrà in porto, il tetto coprirà circa 9.300 distributori, contro i 7.700 attuali. I prezzi medi stanno scendendo, con la benzina self a 2,084 euro/litro e il gasolio a 2,285, ma il divario tra i marchi aderenti e le pompe bianche si allarga e i gestori chiedono un tetto pubblico. Sullo sfondo resta l'ipotesi di uno stop americano all'export di diesel, che potrebbe vanificare buona parte dell'effetto del tetto sul gasolio.