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Come avevamo annunciato, il 29 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato una proroga di 21 giorni del taglio delle accise sui carburanti, ma con aliquote modificate. Quest’ultimo intervento non è più uno sconto orizzontale e uniforme su benzina e diesel, ma uno strumento differenziato, selettivo, che pesa più sul gasolio e meno sulla benzina. Quest’ultima, infatti, è aumentata nonostante uno sconto di 5 centesimi.
Nei mesi precedenti il taglio delle accise sulla benzina era intorno ai 20–25 centesimi al litro; con il nuovo decreto il taglio scende a 5 centesimi. Il minore sconto fa salire il prezzo, ora il taglio si traduce in un rincaro netto di circa 15 centesimi al litro alla pompa. Altro paio di maniche per il Gasolio che non è aumentato come la benzina perché lo sconto sulle accise è stato praticamente confermato e non ridotto: resta fermo a 20 centesimi al litro.
Di fatto ancora una situazione difficile che non migliora la precedente e che sta assomigliando sempre di più ad un sistema ad accise mobili capace di ridurre automaticamente l’aliquota se il prezzo del carburante supera una soglia di riferimento. Il problema è che tutto ciò potrebbe essere risolutivo solo se inserito in una riforma capace di offrire una revisione complessiva della fiscalità energetica. Ricordiamo che le accise sono imposte indirette calcolate in misura fissa per unità di prodotto e non in percentuale sul prezzo del carburante, quelle italiane sono tra le più alte d’Europa e su di esse si aggiunge l’IVA, ovvero una tassa calcolata su un’altra tassa. Se è vero che la crisi in Medio Oriente, degenerata con il blocco dello stretto di Ormuz, è il problema principale che si lega all’aumento dei carburanti, è altrettanto vero che sembra sempre meno accettabile un sistema in cui le tasse aumentano in modo più che proporzionale rispetto all’aumento del costo della materia prima; e se per 2,00 euro di carburante, circa 1,20 euro sono tasse, forse c’è qualcosa su cui riflettere (e arrabbiarsi).
Ma questa situazione, la “tassa su tassa”, le accise che gonfiano l’imponibile Iva, permane da oltre 80anni ed è diventata una entrata strutturale dello Stato. Se da un lato molti economisti criticano il sistema, lui resta in piedi perché eliminandolo o riducendolo sensibilimente lo Stato sarebbe costretto a recuperare altrove miliardi di euro da altri canali, con forti implicazioni politiche.