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Secondo l'ultima rilevazione del Weekly Oil Bulletin della Commissione Europea, aggiornata al 17 agosto 2026, l'Italia si conferma al settimo posto su 27 Paesi UE sia per il prezzo della benzina che per quello del gasolio. Un piazzamento che non cambia da mesi e che, complice il progressivo aumento delle quotazioni petrolifere internazionali, torna puntualmente all'attenzione degli automobilisti proprio nel pieno dell'esodo estivo come riportato da Il Sole 24 Ore.
Sul fronte gasolio, l'Italia è settima con un prezzo medio di 2,079 euro al litro, superata solo da Paesi Bassi (2,383), Finlandia (2,318), Germania (2,266), Danimarca (2,250), Francia (2,199) e Belgio (2,174).
Sulla benzina la classifica cambia poco: settimo posto anche qui, a 1,988 euro al litro, dietro Danimarca (2,445, la più cara d'Europa), Paesi Bassi (2,329), Germania (2,239), Finlandia (2,140), Francia (2,038) e Grecia (2,002).
Il dato interessante, però, non è la posizione in classifica ma la velocità di crescita. Negli ultimi sei mesi il gasolio italiano è salito del 22,2%, un ritmo inferiore alla media UE pari al 27,5%, e lontanissimo dai picchi di Bulgaria (+44%) e Repubblica Ceca (+35,3%). Sulla benzina la dinamica si inverte: il prezzo italiano è cresciuto del 20,2% contro una media comunitaria del 17,5%.
In altre parole: l'Italia non è il Paese dove i prezzi corrono di più, ma è il Paese dove partivano già alti e continuano a esserlo.
La spiegazione strutturale del divario va cercata nella fiscalità energetica, non nelle quotazioni internazionali del greggio, che sono le stesse per tutti i Paesi UE. L'accisa italiana sul diesel è di 0,6174 euro al litro (dato MIMIT), superiore anche a quella di Irlanda e Regno Unito, contro una media europea di 0,468 euro. Sulla benzina l'accisa italiana è di 0,7284 euro al litro, oltre 15 centesimi sopra la media UE di 0,570 (fonte: Benzina24).
A questo si somma un secondo fattore, spesso trascurato: l'IVA calcolata sull'accisa, cioè una tassa che si applica su un'altra tassa. Il risultato è che il carico fiscale complessivo sul gasolio in Italia pesa per il 51,1% del prezzo finale alla pompa, un'incidenza superata in tutta l'Unione solo da Malta (54,3%), Irlanda (50,6%) e Slovenia (50,1%). Tra le grandi economie europee, l'Italia detiene il primato assoluto.
Per contenere la spesa dei consumatori, il Governo ha disposto un taglio temporaneo delle accise sul gasolio pari a 17 centesimi al litro, in vigore fino al 25 agosto 2026. Senza questo intervento, il prezzo del gasolio arriverebbe a costare quasi 30 centesimi al litro in più rispetto alla benzina, ribaltando il tradizionale rapporto tra i due carburanti. Non è una scelta isolata: anche la Germania ha adottato un taglio in stile italiano, mentre la Francia ha preferito evitare interventi sulla fiscalità, puntando piuttosto su controlli anti-speculazione e pressioni dirette sui distributori.
Come abbiamo già avuto modo di osservare la riduzione delle accise è in realtà un'arma, è il caso di dire, a doppio taglio. Perché se ha l'effetto di mitigare la crescita alla pompa, di contro riversa il costo sulla collettività.
Il punto centrale, spesso perso nel dibattito quotidiano sui listini, è che il differenziale italiano non nasce da una crisi contingente ma da un assetto fiscale consolidato costruito nel tempo per ragioni di gettito e, più di recente, giustificato anche con la necessità di disincentivare il diesel in ottica di transizione energetica. Finché quell'impianto resterà invariato, l'Italia continuerà a occupare le prime posizioni della classifica europea dei carburanti più cari, indipendentemente da quanto sale o scende il prezzo del petrolio.