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Yanbu, Arabia Saudita, 3 Gennaio 2026. Stamani mi sono svegliato con tre allerta, che vi giro paro-paro. Mi sembrava un sogno, ma non era così. Un amico, Dakariano autentico rimasto a casa, Francesco Catanese, mi manda un messaggio: “Mi sento un disertore! La Dakar ti cambia il DNA”. Un altro messaggio di un gruppo incita il beniamino: “Dagli del gas!”. Più tardi un terzo, altro Dakariano super DOC, Giulio Verzeletti, mi sottolinea ironicamente la foto di scena della cerimonia di partenza: “Deserto assoluto, grande lavoro del servizio d’ordine per contenere la folla!!!”. Sono tre generi di riflessioni che si generano automaticamente. La prima. L’amico ha ragione: la Dakar ti cambia il DNA. La prima volta dici che è l’ultima ma dopo, ogni anno, sei o vorresti essere lì. E quando non puoi o non ci sei riuscito (quasi sempre soldi) stai male, c’è qualcosa che non va. È il DNA modificato.
“Dagli del Gas!” non è stimolo, bensì istigazione, non troppo ragionevole. Poi dipende. Se sei in lizza per un successo è obbligatorio darlo, se sei in gara per arrivare al traguardo devi… non darlo troppo, è meglio se amministri energie e entusiasmi. È un investimento che ti torna con forti interessi.
La “folla” attorno alla Dakar in Arabia Saudita (la notate anche nel video). Sette anni di stanza nella Penisola del Regno non sono bastati per accendere l’interesse degli autoctoni, che continuano a ignorarla. Che poi il Camp dove si celebra l’avvio è recintato e inaccessibile, inviolabile, per cui va da sé… insomma, lo spettacolo della Dakar, così, è a beneficio del resto del mondo più interessato, e l’Arabia è lo scenario, peraltro stupendo, della pièce televisiva. Dovremmo farcene una ragione, ma facciamo fatica.
I pensieri del giorno vanno a… Per Neels Theric, Kove, ci mette 2 ore, 43 minuti e 29 secondi per completare il prologo. Il guasto elettrico al chilometro 6, che risulta in un perfetto mistero. Morale, il pilota ufficiale deve spingere la sua moto per tagliare il traguardo al 115° e ultimo posto di giornata. 2 chilometri e mezzo di disfatta da evitare, poi, al limite, il traguardo. Ora tocca ai meccanici.
Johann Kristoffersson. L'otto volte Campione del Mondo di Rallycross si ribalta con il suo SSV del debutto al chilometro 16 del prologo. Il pilota e il suo navigatore, Ola Floene, sono illesi, ma il veicolo è ben danneggiato. Un colpaccio per lo svedese, che partecipa alla sua prima Dakar ed era al 4° posto nella categoria SSV al checkpoint del chilometro 10. Che abbia esagerato un pelo?
Martin Macik. Il due volte campione in carica tra i Camion ammette: la parte più difficile non è vincere, una volta che l’hai fatto, ma rimanere leader. "Quando arrivi primo per due anni di fila, diventi il bersaglio di tutti. Prima, tutti volevano battere Kamaz, ora tutti vogliono battere noi". Vale la pena notare che Macik stesso ha armato il suo principale rivale, visto che la sua famiglia è il costruttore dei MM Tecnology.
Strana Alleanza. Strano ma vero KTM compare nell'elenco iscritti di una categoria a 4 ruote, la Challenger. L’evento decisamente fuori dall’ordinario è il risultato di un'alleanza tra il marchio KTM X-Bow (che sia il rilancio del formidabile “missilino” voluto a suo tempo da Stefan Pierer?) del costruttore austriaco e il team belga G Rally di Guillaume de Mevius. Il giovane pilota olandese Puck Klaassen corre per la KTM X-Bow motorizzata G Rally Team, così come l'esordiente nel rally-raid Charles Munster.
"Monsieur Dakar", Stéphane Peterhansel, è all’ennesima sfida: vincere la categoria Stock (costituita, si direbbe, in onore del recordman e di Land Rover, che è sponsor) al volante di una Defender Dakar D7X-R. Annunciato più volte “in pensione”, Peter non avrà di fronte i suoi ex rivali, vedi Sébastien Loeb o Carlos Sainz. "Non saranno il motore o il peso a rappresentare l'handicap maggiore, ma il design standard della vettura", ha detto il 14 volte vincitore della Dakar. “In secondo luogo, un prototipo ha una resistenza incredibile. Si può passare attraverso buche e solchi dove si rischia di fulminarsi la schiena, ma l'auto resiste.
Nuovo inizio con Ebro per Laia Sanz. Dopo aver vissuto il suo primo ritiro in assoluto lo scorso anno (dopo 14 arrivi consecutivi), Laia Sanz torna con un progetto 100% spagnolo (a parte la… proprietà). La pilota catalana porta al debutto, come abbiamo visto, il marchio Ebro nella categoria Ultimate. Con lei c'è Maurizo Gerini, naturalmente. Anche per questo Laia, che è la regina della Dakar, è stata per nostra insindacabile decisione “naturalizzata” italiana.
Haoyu Shi è uno dei tre piloti ufficiali Hoto, insieme a Mason Klein e Martin Michek. Come il marchio, che significa "cammello rosso", Shi è cinese. È stato tra i primi 5 al Taklimakan Rally alla sua prima apparizione nel 2023, ed è il motociclista più in forma ed evidenza del suo paese. Un altro braccio armato dell’assalto cinese all’occidente, in questo attraverso la Dakar. C’è già un 10% di Moto di quel Paese che corrono alla Dakar. Ha iniziato, in avanscoperta e destando non poco stupore, Kove.
Ritorna dopo 19 anni. Vincitore dell'edizione del 1993 e assente dal 2007, Bruno Saby ritorna alla Dakar. L'ex pilota ufficiale (15 vittorie di tappa) sarà al volante di un SSV Taurus. Pur tornando con umiltà e "senza le stesse ambizioni di allora" quando era pilota ufficiale, cionondimeno Bruno è un combattente nato e irriducibile: "Farò questa Dakar al mio ritmo di oggi, ma ho le idee chiare. Ogni volta che mi impegno in un progetto cerco sempre per prima cosa di portarlo a termine”. Una leggenda.
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