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Wadi Ad Dawasir, Arabia Saudita, 12 Gennaio. Certe tappe sarebbero solo una noia mortale. Come quella di oggi. Una valanga di chilometri, 481 per la Speciale più lunga, nessuna reale difficoltà, una manciata di dune. E motori a manetta, al limitatore dei 160 o 170 chilometri all’ora. Una prova di durata, come al banco, e di nervi per chi guida e non vede l’ora che sia finita, per un sospiro di sollievo prima ancora che per andare a vedere come è andata in classifica.
Poi entra in scena l’uomo, e cambia tutto. Succede qualcosa di straordinario nella gara delle Moto, e l’ansia diventa tensione, quella “giusta”. Per prima cosa ti rammarichi, perché i fatti ti hanno sbugiardato, poi ti consoli perché in fondo quell’indizio l’avevi notato. Luciano Benavides. S’era detto che l’aveva già fatto, ma non si pensava più possibile. Per ragioni tattiche della Squadra, Sanders da difendere, e per quel ginocchio malandato dall’infortunio in Marocco. Insomma, la tappa cosiddetta di “transizione” ci stava tutta.
E invece Luciano Benavides, Red Bull KTM, l’ha rifatto. Il giorno dopo aver festeggiato la doppietta dei due fratellini, lui vincitore in Moto, Kevin passato alle 4 ruote alla prima vittoria nei Challenger, Luciano è partito per primo e se n’è andato. Volando. Ha aperto tutta la Speciale, nessuno ha potuto raggiungerlo, e ha recuperato tutti i bonus a disposizione, 7 minuti e 18 secondi senza lasciarne o condividerne neanche uno. Avrebbe potuto favorire decisamente la corsa del… favorito, Daniel Sanders, e invece ha vinto la tappa ed è saltato al comando della Generale provvisoria. L’indizio? Appunto, l’aveva già fatto lo scorso anno a Riyadh e Haradh, due vittorie consecutive, la seconda aprendo la pista. Solo che quest’anno è meglio, il capolavoro è completo. Ora ci tocca vedere la corsa sotto un’altra luce, quella forse già immaginata da Jordi Viladoms, che non a caso è lì in prima linea a disegnare strategie vincenti e non qui a scrivere min****te.
Quindi mi arrendo :-) Luciano Benavides, KTM, primo, Daniel Sanders, KTM secondo, un niente di dieci secondi di ritardo. Ricky Brabec, Honda, terzo in Speciale dopo aver cercato di attaccare partendo dalle retrovie, è terzo anche nella Generale, a poco meno di cinque minuti, ma incassa il secondo colpo morale. Prima da Daniel, ora da Lucianino. Uno “normale” andrebbe via di testa, l’americano due volte Campione non è tipo da deprimersi, ma certo deve attingere dalle sue migliori risorse. Dietro è ormai un piccolo vuoto. Sei Honda nei dieci, ma le prime due sono KTM, l’ultima a cedere definitivamente è quella di Tosha Schareina, che oggi ha firmato il “concordato” e il cui treno viaggia ormai con 20 minuti di ritardo. Insomma, ora è tempo di un sano, grande quesito. Sarà un duello fratricida tra Sanders e Benavides? (beh, “fratricida” direi di no). Riuscirà, Brabec, a reagire? Cavolo, la Dakar più aperta e indecifrabile del decennio?
Le Auto. Quel che non è successo alla gara delle Moto capita a quella delle Auto. Tappa e Speciale a manetta, limitatore sempre attivo, e arrivo in volata per il podio di giornata. Ma dal punto di vista agonistico è sostanzialmente una tregua. Sono tutti lì. La piccola sorpresa è la vittoria di Saood Variawa con la Toyota sudafricana, diciamo una sorta di intrusione in quella che era la logica maturata per tutta la Speciale. Henk Lategan, Mattias Ekstrom e Seth Quintero sono comunque tra i 3 secondi e il mezzo minuto dal vincitore. Qui la tensione è diversa perché la gara delle Auto entra in una fase delicata ma resta aperta, colpi di scena permettendo, ad almeno 5-6 candidati alla vittoria finale. 5 o 6 perché non si riesce a capire se Loeb potrà recuperare il tempo perso nella prima parte del Rally e rientrare nel suo ruolo di favorito. Oggi, per esempio, a quanto pare la Dacia #219 ha sbagliato una nota ed è andata a pascolare, e così si spiega il ritardo “anomalo”.
Chi rientra in gioco è, invece, Henk Lategan. Il sudafricano di Toyota s’era fatto fregare nel finale della 7ma tappa, quando aveva a portata di mano vittoria e leadership, con una banale toccata che aveva “scassato” un ammortizzatore, prima, e il morale, dopo. Così come è successo ad altri, a Sainz, Roma o Loeb, per esempio, era andata bene. Oggi Lategan si è fatto perdonare e, pur non avendo vinto, rientra nel successo della doppietta Toyota e, con una certa autorità, nel giro che conta davvero. È di nuovo sul podio virtuale del Rally e il suo ritardo è più che “ragionevole”.
Al Attiyah, esagerando un poco, sembra irriconoscibile. O forse è la saggezza della vecchiaia :-). In testa alla corsa, di poco, e magari non così veloce la Dacia rispetto alla “concorrenza” sul “flat Out”, il Principe del Qatar ha rinunciato alla sua proverbiale aggressività e si dimostra estremamente pacato e concentrato sulla “grande fotografia”. Ancora una volta Nasser aspetta le tappe di dune (che scarseggiano, a dire il vero, in questa edizione), ma è vero che deve tenere sotto controllo due fronti, quello rappresentato dalla risolutezza di Lategan, e quello della competitività delle Ford, Ekstrom in parte sorprendente, Roma e Sainz “pericoli” noti. Inossidabile la top 20 di Laia Sanz e Maurizio Gerini, con quella Ebro che si sta dimostrando novità delle meraviglie.
E si va dritti verso la nona Tappa, la quale porta “inesorabilmente” nella decima. Le due sono racchiuse nella seconda, e ultima Marathon Rifugio della 48ma edizione della Dakar Arabia Saudita 2026, e c’è da credere che non saranno certo “tappe di transizione”.
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