Dakar 2026. Rest Day. Bilancio approvato. Moto: se la giocano Sanders e Brabec. Auto, Al Attiyah, se dune, o … altri 5 [VIDEO]

Dakar 2026. Rest Day. Bilancio approvato. Moto: se la giocano Sanders e Brabec. Auto, Al Attiyah, se dune, o … altri 5 [VIDEO]
[In aggiornamento] Chiarissima la sfida delle Moto, assolutamente indecifrabile, ancora, quella delle Auto. Una questione quasi personale tra le due ruote, tre bandiere di fabbrica nella nebulosa delle quattro. Equilibrio pazzesco, incubo da colpi di scena
10 gennaio 2026

[UPDATE: ecco in video il commento di Maurizio Gerini Inviato e Insider Speciale, con i contributi raccolti tra big e sfig]

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Riyadh, Arabia Saudita, 10 Gennaio 2026. Mentre tutti riposano – ma credete, alla giornata di riposo della Dakar si fa fatica anche a... riposare, non ci si è abituati – facciamo il punto della situazione, come si addice alla circostanza. Però parliamoci super chiaro. La Dakar Arabia Saudita 2026 è ancora perfettamente aperta, come non succedeva da decenni, ma si è già presa un paio di formidabili legnate. Non è normale. La gara delle Moto è andata nello shaker delle penalità e quella delle Auto nel frullino delle pietre e delle “forature”. È chiaro che, passata due volte nel tritacarne e poi nel frullatore, quel che esce è sostanza "omogeneizzata", e dunque non c’è da meravigliarsi troppo del grande, avvincente equilibrio che si è venuto a creare. In tutte le categorie: Moto, Auto, anche i Camion.

In positivo c’è che finalmente, con la sesta Tappa, si son visti un po’ tutti i tipi di terreno, sabbia e dune comprese che mancavano dall’inizio. In negativo bisogna sospettare che anche la seconda settimana potrebbe avere delle “caratteristiche” un po’, diciamo, “estrose”. Insomma, della Dakar, nel bene così come nel male, non ci si può fidare. E probabilmente è da sempre il suo bello. C’è da augurarsi che l’”equilibrio” annunciato alla vigilia si traduca in una seconda settimana maggiormente dedicata alla bravura dei suoi attori.

La gara delle Moto. Non succedeva, credo, da una decina di anni che i due principali contendenti alla vittoria finale fossero così vicini. Daniel Sanders, KTM, primo, e Ricky Brabec, Honda, secondo, sono separati da 45 secondi. Benavides e Schareina sono ormai a oltre dieci minuti. Ora, s’è detto di esser chiari: Sanders è il più forte, io direi imbattibile, specialmente nella configurazione KTM, Ricky Brabec è il più regolare, attento. Non sbaglia mai. Se la vedono loro due, che tra l’altro sono gli unici ad aver già vinto la Dakar, non ci sono altre possibilità “logiche”. Ross Branch, Tosha Schareina, Adrien Van Beveren, gente insomma che ha dimostrato di poter vincere, sono ormai fuori da una logica accettabile di confronto. Si dirà che Schareina è velocissimo e potrebbe ancora rientrare in gioco. È vero, ma credo che, a questo punto e constatata la pericolosità di Sanders, Honda dovrebbe decidere di mettere lo spagnolo al servizio dell’americano. Sanders ha in Luciano Benavides il “gregario” perfetto, Honda dovrà “domare” il giovane missile e destinarlo al nuovo ruolo. Tutto questo in una prospettiva non distorta dai colpi di scena.

Italiani. Tutti al traguardo, ma con Paolo Lucci, Honda, che era il più forte, fermato dalla seconda della Marathon per la rottura… del cerchio dopo aver perso mousse e gomma. Sale al centro del palcoscenico Tommaso Montanari, Husqvarna, Team Solarys. Fanno gara a sé stante alle sue spalle, con obiettivi assai più sobri”, Tiziano Internò, KTM, Andrea Gava, Kove, Cesare Zacchetti, Honda, e Mattia Riva, KTM.

La Gara delle Auto. Ancora più ingarbugliata, aperta. Il “merito” è principalmente di quei terribili giorni di pietre affilate come stiletti. I primi dieci della generale sono in 26 minuti. Questo non accadeva da vent’anni. Al Attiya-Lurquin, Dacia, sono primi, Moraes-Monleon, Dacia, decimi. In mezzo, sgranato come in un gran premio della montagna in cui nessuno è intenzionato a cedere, il gruppetto con il gotha del Rally-Raid attuale. L’eccezionale equilibrio dell’inferno rispecchia comunque una logica possibile, riunisce un cast di fuoriclasse e condensa anche il grande equilibrio di competitività di Dacia, Toyota e Ford. Toyota si sapeva, Dacia e Ford hanno fatto il passo decisivo in un solo anno, come si addice ai grandi. Del resto con degli sviluppatori come Sainz o Roma, e collaudatori del calibro di Loeb e Al Attiyah, sarebbe stato stupefacente il contrario. Al Attiyah, Dacia, è primo, Henk Lategan, Toyota, secondo, poi le tre Ford di Joan “Nani” Roma, Carlos Sainz e Mattias Ekstrom. Tra loro 12 minuti in tutto.

Loeb e Boulanger sono ad altri 5 minuti, ma c’è da dire che l’Equipaggio Dacia s’è fatto almeno 300 chilometri in due tappe ad andatura ridotta perché senza più scorte, e dunque logica ammette che abbiano, come si dice, “ampio margine di miglioramento”. Il grande equilibrio della Dakar delle Auto apre a una prospettiva incerta che è funzione delle caratteristiche della Gara. Se ci sarà molta sabbia Al Attiyah è favorito nettamente, lo ha dimostrato nella sesta tappa. Se navigazione e terreni duri, non necessariamente veloci, dovessero avere una prevalenza, allora bisogna richiamare i favoriti di sempre, Roma e Sanz tra quelli che “sanno come si vince una Dakar”, Loeb, Lategan, Ekstrom tra i meritevoli di un upgrade importante di curriculum. Abbiamo già fatto una bella scrematura, ma ci rendiamo conto che restano in troppi. Dunque gara aperta, anzi apertissima.

Il confronto tra le ragazze vede in vantaggio Cristina Gutierrez, Dacia, tredicesima, ma Laia Sanz, con il nostro Maurizio Gerini, ha un obiettivo diverso: portare al traguardo la debuttante Ebro s800 XRR. Si dice Laia e “Gerry” e si pensa “cataliano”, ops, italiano: gran gara dei fratelli Silvio e Tito Totani, per la prima volta alle prese con un prototipo “dedicato”, l’MD Optimus. C’è molto di nuovo nell’esperienza dei due fratelli, e molto da imparare da loro, che non mollano. Non molla nesanche Rebecca Busi, anche se noin pè stata certo la sua Dakar fortunata. Grandissimo equilibrio, infine, anche nella Gara dei Camion. Avevano ipotizzato un’autostrada sotto le ruote dell’Iveco MM Technology da 1.000 cavalli di Martin Macik, lanciato verso la terza vittoria consecutiva. Invece, serpe quasi in seno, con lo stesso “Elefante del Deserto” è salito al comando Mitchel Van Den Brink, figlio d’arte straordinariamente eclettico (moto, auto, Rally, SSV, ora il camion) che a ventitré anni e dopo un terzo e un secondo in sequenza non ha mai nascosto di essere qui per “migliorare”! Bellina, Gotti e Arnoletti, con l’MM Technology di Italtrans, sono undicesimi.

Dai, su. Un’altra settimana di gara, l'ultima, si dice che sarà più dura. Altri 2.600 chilometri di prove speciali, ancora un Bivacco-Rifugio per una Marathon, la speciale più lunga del Rally, 481 chilometri, all’inizio, la più corta, la settima, appena 105, alla fine dell’ultimo anello che, come per incanto, o attraverso un altro inferno, porta a Yanbu, Mar Rosso.

© Immagini. ASO Media, Red Bull Content Pool, DPPI, RallyZone, Ford, ItalTrans Media, Ford Performance, Dacia Sandriders Media, Prodrive, Honda Monster, KTM, Hero, Cristiano Barni