MotoGP, ESCLUSIVO - Rigamonti: "Si vedeva che Marquez frenava prima" - Romagnoli: "Martin sempre al limite" [VIDEO]

MotoGP, ESCLUSIVO - Rigamonti: 'Si vedeva che Marquez frenava prima' - Romagnoli: 'Martin sempre al limite' [VIDEO]
Martin e Marquez raccontati da chi li conosce meglio: i loro capotecnici. Romagnoli: “Martin è iper talentuoso”. Rigamonti: “Marquez è il pilota completo". Cosa dicono i dati sull’infortunio del 93
31 ottobre 2026

Nel giovedì di Mandalika abbiamo intervistato i due capotecnici dei protagonisti del Mondiale MotoGP 2026: Daniele Romagnoli, con Jorge Martin in Aprilia, e Marco Rigamonti, con Marc Marquez in Ducati.

In 35 minuti hanno raccontato aneddoti, retroscena e aspetti tecnici sui due piloti, com’erano ieri e come sono oggi, e sui piloti con cui hanno lavorato in passato.

Romagnoli ha sottolineato la velocità di apprendimento di JM89, mentre Rigamonti ha parlato dell'infortunio di Indonesia 2025 e di come si sia riflettuto sulla prima parte di stagione di MM93.

Qui sotto il VIDEO, a seguire la trascrizione integrale dell'intervista.

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1. Lavorare con Jorge e Marc

Hai definito Martin un pilota completamente diverso da tutti quelli che hai avuto in passato. Perché? In cosa?

Daniele Romagnoli: “Soprattutto la velocità d’apprendimento. La cosa che mi ha colpito è stata questa: è arrivato campione del mondo di Moto3, veniva dalla Moto2 l’anno precedente ed è salito in MotoGP. Non sai quello che può fare. Però da subito, nei primi test, abbiamo visto il suo approccio alle cose che gli si spiegavano: le comparative con la telemetria rispetto a un altro pilota, le manovre eccetera. Spiegandogli le cose in maniera veloce, parlando di un giro, lui diceva ‘sì, sì, ho capito, andiamo avanti’, e magari la sera ci ripensava, cercava di capirci qualcosa. Effettivamente quelle poche spiegazioni, o quelle che gli si davano, le apprendeva subito. È stato impressionante, perché a volte con certi piloti bisogna insistere di più, far vedere certe cose, certe manovre, più volte, andare nel dettaglio. Con lui, sia di elettronica che di setup che di guida, bastava una spiegazione veloce di quello che si stava facendo, precisa, e riusciva a capire subito cosa fare. E tu dici ‘ma lo farà? Non si sa, vediamo’. Andava in pista, rientrava, si guardavano i dati e quello che gli avevamo chiesto di fare lo faceva subito. È stato importante, perché poi l’ho visto come un pilota anche preparato: nonostante venisse dalla Moto2, quindi da una moto piuttosto diversa, conosceva già molto i sistemi, per esempio il controllo di trazione, come fare le mappe motore, gestire la potenza del gas, il rapporto tra gas e potenza. Poi è cresciuto tantissimo in pochissimo tempo, e mi ha sbalordito. Inoltre c’è la velocità non soltanto nell’apprendimento: Martin è un pilota veramente esplosivo, caratterialmente non riesce a stare fermo tre secondi nella stessa posizione, come vediamo. È sempre stato così. A volte può essere un limite, ma anche un vantaggio, perché quando parte convinto è veramente esplosivo. Quindi la velocità di apprendimento per me è stata la sua prima caratteristica”

Lavorare con uno come Marquez ti dà più motivazione? Ti rende le cose più facili?

Marco Rigamonti: “Entrambe. Facile, perché con uno che dà sempre tutto, e con il talento che ha, quando non va sai già che devi lavorarci, devi fare qualcosa. Con altri piloti in passato c’era o la pista che non era congeniale o le condizioni meteo che non erano congeniali, e quindi sapevi che era più il pilota a non essere in grado di portare la moto al limite in quella situazione, in quel momento, con quelle gomme. Lui sa che al limite ci va sempre. Se poi magari lo fa in una maniera che ti fa dire ‘però non posso guidare così tutta la gara’, ti fa capire. Da quel lato è più facile, perché se non sta andando vuol dire che c’è qualcosa di tecnico che lo sta limitando. Dall’altro ti dà più stimoli, proprio perché sai che ti dà sempre il 100%. È molto bravo anche ad analizzare cosa succede, ti dà informazioni molto precise in tutti gli ambiti: elettronica, ciclistica. ‘In quella curva faccio così, però sono ancora io che non sono a posto, aspetta, non cambiare niente, invece nell’altra non riesco a farlo’. Nei suoi commenti vedi proprio il materiale per migliorare. È capitato spesso, e questo lo apprezziamo molto, che tu gli dai le indicazioni come gruppo, con chi guarda dalla pista, ‘guarda, forse lì sarebbe opportuno provare qualcosa di diverso’, e ti aspetteresti da un pilota del suo calibro, con quello che ha vinto, che dica ‘io in moto ci so andare, tu pensa a fare il tuo’. E invece proprio l’opposto: ascolta tutti e prova anche a cambiare delle cose. Uno così ti dà anche gusto a lavorare e a metterci di più del tuo, perché sai che poi lui segue e porta a casa il risultato”

2. Romagnoli e Rigamonti

Radar è il tuo soprannome: prima di tutto, ti piace? Poi, ho letto su internet, ti chiamano Radar per la tua capacità di leggere dati, situazioni e comportamenti della moto, giusto?

“No, assolutamente. Questo non c’entra niente. Quella è un’esperienza acquisita negli anni nel mio ruolo. Radar è una cosa che risale al 1993. Ero nei primi anni, quando iniziava la tv satellitare, giusto per fare una parentesi. All’epoca si viaggiava in camper, in auto, e molte volte mi fermavo in qualche edicola a comprare una rivista che si chiamava Satellite, perché spiegava come funzionavano le trasmissioni satellitari, come orientare le antenne. Un mio collega, Stefano Riminucci, carissimo, chiamava la parabola ‘radar’, impropriamente, e da lì ha cominciato a chiamarmi Radar, perché tutte le volte era ‘fermiamoci qui, compro questa rivista’, che poi leggevo durante il tragitto. Non è che c’erano cellulari o altro per passare il tempo in viaggio. Da lì è nato Radar. Io sono un elettronico, quindi mi piace moltissimo. L’ho sempre gradito, non è mai stato assolutamente un problema”

Ho visto per caso un video su YouTube di quando Melandri ha perso il Mondiale con Alzamora, con quella specie di rissa, e a un certo punto vedo che ti metti in mezzo per dividerlo. Eri già il suo capotecnico. Che ricordi hai?

“Sì. In quell’anno avevo un ruolo che era un mix, perché all’epoca, in 125 e 250, nei team privati si faceva un po’ di tutto. C’era il titolare del team: sviluppava e preparava i motori per entrambi i piloti, Melandri e Alzamora, e io facevo l’elettronica per entrambi. In pista lui si occupava, come capotecnico, di Alzamora e io di Melandri, quindi all’epoca era una sorta di incrocio. È stato un bell’episodio. Purtroppo eravamo in difficoltà, in rincorsa, ci mancava poco, però se arrivava dietro secondo, Alzamora l’avrebbe vinto. A parco chiuso c’è stato un po’ di parapiglia, perché Marco ha cercato di ostacolare in qualche modo, in modo che qualcuno da dietro andasse a prenderlo. Siccome nel team di Matteoni, quello che ha vinto con Alzamora, ci avevo lavorato negli anni precedenti, c’è stato un po’ di caos e mi sono messo in mezzo con tutti, anche con Emilio, che è stato il mio ex pilota. Grandissimo rispetto, perché è stato un maestro per me, però mi sono messo in mezzo a calmare un po’ tutti: ‘dai, vieni qua, vai di là, tutti tranquilli, Emilio ha vinto il Mondiale, finiamola qui’”

Prima di partire con le cose serie di pista ti voglio chiedere una cosa che ci incuriosisce: com’è andata questa storia dei capelli biondi?

Marco Rigamonti: “È una scommessa che abbiamo fatto a Silverstone, quando è arrivato il nostro meccanico con i capelli così. Sono andato da un altro e gli ho detto ‘se hai le palle di presentarti ad Aragon biondo, io li faccio a Misano’. Poi in realtà non dovevano venire grigi, dovevano essere bianchi, ma non sono riusciti a farli bianchi. Però va bene, dai”

Avevo capito che era una catena, che poi dovevano seguire anche gli altri del team...

“No, no, no”

Ah, ok. Pensavo che piano piano tutta la squadra sarebbe stata bionda...

“Per fortuna no”

Sei arrivato in Ducati nel 2004, giusto? Hai iniziato però a lavorare nel Mondiale qualche anno dopo...

“Sì, nel 2004 lavoravo nel team sviluppo, a casa, facevo analisi dati. Venivo in pista ogni tanto, e poi dal 2008 ho iniziato a fare il Mondiale, prima un anno in Superbike e poi in GP. Il primo anno ho fatto un po’ a casa e un po’ in pista, poi dal 2009 ho fatto solo le gare”

3. Gli anni precedenti di Martin e Marquez

Vorrei partire dal 2025, di cui si parla tantissimo, perché per Jorge Martin è stato difficilissimo. Come hai vissuto un anno del genere?

Daniele Romagnoli: “Era un bel progetto e ci credevo tantissimo. Con Jorge avevamo deciso di andare entrambi in Aprilia, però c’è stato uno shock fin dall’inizio, perché è caduto subito, nel primo run che abbiamo fatto a Sepang, dopo pochissimi giri. Anche se era una caduta piuttosto banale, ok, ci siamo fermati, siamo ripartiti, andiamo ancora. Sapevamo che non erano le gomme giuste per quel momento, per le condizioni della pista, però poi è caduto subito di nuovo e da lì è stato tutto veramente in salita. L’ho vissuto veramente male”

Cosa succede a un capotecnico quando ha a casa il suo pilota?

“Avevo già un programma di lavoro da fare con Martin con la nuova moto: conoscerci, noi e la moto, amalgamare tutto il progetto, quindi già una certa sequenza di cose da fare, un certo approccio. Questo progetto purtroppo è saltato da subito. Speravo che Jorge tornasse prima, ma inizialmente non si sapeva in che condizioni fosse. Vista la gravità, c’è stato subito un piano B, che è stato lavorare con il collaudatore, Lorenzo Savadori. Quello che avevo in testa di applicare con Martin l’ho fatto con Savadori, oltre a eseguire un sacco di prove per Aprilia. Quindi il progetto era partito male, però ho cercato di dare il mio 100% per contribuire allo sviluppo della nostra moto”

Immagino che tu avessi capito la bontà della moto e del progetto, ma ti ha sorpreso quanto Martin è stato competitivo da subito nel 2026? Radar lo prevedeva?

“È difficile dirlo, perché Bezzecchi, abbiamo visto, da metà campionato del 2025 era veramente competitivo. Il lavoro che abbiamo fatto, il nostro contributo anche con Savadori, si è visto nella moto di Bezzecchi, in tutte le Aprilia diventate competitive, quindi poteva essere un buon auspicio per un buon campionato con Jorge dal suo rientro. Però non sai mai, perché non aveva mai girato, non conosceva la moto. Gli abbiamo dato una moto di base, come la usava Marco, ma non si sa. Da subito è stato incoraggiante, perché si è trovato benissimo, nonostante abbia saltato anche il test di Sepang, quindi un test in meno, e sia andato subito in Thailandia in condizioni difficili. Si è trovato molto a suo agio con questa moto, ed è una cosa estremamente positiva. È stata una bella soddisfazione, con tutto quello che abbiamo fatto, dargli subito una moto competitiva”

Alla fine del 2022 Jorge è rimasto fregato da Ducati, che ha scelto Bastianini, e ha detto ‘rimango qui e faremo la storia, vinceremo il titolo’. Tu ci credevi davvero?

“All’inizio sì, perché avevamo fatto una stagione eccezionale nel 2021 da rookie. Però onestamente non mi sarei aspettato le difficoltà che ho incontrato con la moto di quell’anno (il 2022, ndr), che abbiamo capito soltanto a fine stagione, perché noi abbiamo avuto una specifica del motore leggermente diversa da quella che aveva il team ufficiale, e anche da quella che aveva Bastianini. Quella era la moto dell’anno precedente, con benzina e gomme era eccezionale, velocissima, e noi abbiamo avuto un po’ di difficoltà. Quel progetto lì onestamente non lo sapevamo. Abbiamo lavorato tantissimo cercando di risolvere i problemi, e abbiamo scoperto praticamente a fine stagione, cambiando specifica di motore, che si risolveva tutto. Poteva essere, se la moto avesse funzionato bene come nel 2021, perché no? Perché quando un pilota va, lo vedi da subito, pronti e via, è capace di andare forte, lo vedi che sa fare. Per me è stata una bella sorpresa”

Poi avete vinto il Mondiale nel 2024 con Pramac. Quanto era un team satellite, quello?

“Attenzione, l’abbiamo detto tante altre volte: la moto era ufficiale al 100%. Io ero dipendente Ducati, e avevo altri ingegneri Ducati di supporto a Martin, quindi lui riceveva un supporto ufficiale dalla casa. La differenza sta nel fatto che un team privato non ha magari tutte le potenzialità di un team ufficiale: per esempio una persona in meno che guarda i dati, qualcuno che guarda le strategie nel retro, cioè il team ufficiale è un po’ più reattivo in queste cose. Anche durante un turno di prove hai più occhi che guardano certi dati. In quell’aspetto forse eravamo un pochino leggermente indietro, però non ci è mai mancato niente a livello tecnico. Potrei dire che il team ufficiale aveva sempre qualcosina in più, ma non era così importante”

Voglio partire da un’intervista che hai fatto con il collega Jaime Martín di Marca l’anno scorso, quando avete vinto 25 gare delle prime 34. Rivivendo quella stagione hai detto: “Quello che posso dire è che quest’anno ci sono gare in cui Marc non ha spinto al 100%”. Me la puoi spiegare meglio? Perché è qualcosa che ti ha detto MM, mi sembra...

Marco Rigamonti: “Sì, ovviamente. Alcune gare l’anno scorso aveva abbastanza margine, e quindi magari faceva un gap di un secondo all’inizio e poi lo gestiva. Non ha spinto tutta la gara fino alla fine, ce lo diceva lui in alcune situazioni. Non per fare, come dire, lo sborone, ma per dire ‘potevo gestirla, l’ho fatto così’”

E in questo 2026 pensi che sia successo, o per la competitività di Aprilia, o per Marc, che sta un po’ peggio fisicamente non è successo?

“Quest’anno siamo in tutt’altra situazione, proprio per quei motivi che hai detto. Forse mi viene in mente Aragon, dove è riuscito a gestirla, e forse anche Motegi, l’ultima gara: dice che una volta che si è messo davanti ha gestito un po’ il distacco. Ma siamo lontani anni luce dalla situazione dell’anno scorso”

Tu sei un ingegnere. Dal punto di vista ingegneristico, come ti spieghi, e come potresti spiegare a noi appassionati, quei salvataggi incredibili che fa Marquez? Lui mi ha detto, tra l’altro gliel’ho chiesto a WDV, che ora non si possono più fare, perché con le carene che ci sono adesso hai meno angolo di piega...

“Sicuramente prima cosa talento e sensibilità, perché vuol dire che tu sai che stai cadendo. Questo è un po’ il suo stile di guida, quello di portare sempre tutto al limite. Adesso secondo me meno, perché cadere non è più piacevole, un po’ per l’età, un po’ per quello che è successo. Se guardo la sua storia, lui è uno che è caduto tanto, soprattutto durante le prove, forse proprio per cercare il limite, e per cercarlo a volte lo devi superare. Quando sei lì vicino al limite non sai se lo stai per superare, ti tieni pronto, e se sei pronto probabilmente riesci anche a gestirla"

A livello fisico lui, poggiando il gomito, dà forza e riesce a fare un perno...

“Esatto. Quando sei lì al limite riesci, col ginocchio e col gomito, a tirare su la moto. È una cosa che secondo me può fare bene o male chiunque”

Però non lo fa nessuno...

“Solo che vuol dire che il tuo approccio è quello di andare a cercarlo. Se lo vai a cercare, forse sei anche pronto a reagire”

A proposito di questa cosa delle cadute e del cercare il limite, lui ha sempre detto: “Io arrivo facilmente al limite, è sempre stato un mio pregio, ma anche un mio problema”. E Domenicali l’ho sentito riassumere bene dicendo che Marc ha ingegnerizzato la caduta. Marc ne parla mai del fatto che ora purtroppo non può più farlo, perché deve stare attento alle sue condizioni?

“Sul discorso del rischio ci dice ovviamente, ed è palese, che adesso deve gestire le forze, le energie. Cadere nelle sue condizioni può essere sempre più pericoloso rispetto a dieci anni fa, sia per l’età sia per gli infortuni che ha avuto. Quindi ci dice che deve gestire queste cose. Il fatto che non possa più fare questi salvataggi, per motivi fisici o per le carene che toccano, non ne parliamo, perché non è un argomento prestazionale, per lavorare sulla prestazione”

La stagione 2026

Veniamo a questa stagione: come sta andando, come vedi Jorge?

Daniele Romagnoli: “Posso dire soltanto un bilancio positivo (NB: l'intervista è stata realizzata prima dell'incidente di Martin nella Sprint dell'Australia). Non sappiamo come andrà a finire, ma da come siamo partiti è eccezionale: subito competitivi. Il culmine iniziale della stagione è stato a Le Mans, dove abbiamo vinto la sprint e la gara, eccezionale. Purtroppo quella gara ha un po’ compromesso quella successiva, a Barcellona: è arrivato un po’ troppo carico e abbiamo avuto sei cadute nel weekend di gara, compreso il test del lunedì. Questo ha minato un po’ il bell’andamento dell’inizio stagione. È facile dirlo a posteriori. Ci ha fatto pagare quello che stiamo pagando adesso in termini di punti: potevamo averne di più. Poi quello che è successo con il compagno di squadra a Balaton. La stagione è eccezionale, anche perché siamo estremamente competitivi con Aprilia, e questo mi rende veramente contento e orgoglioso del lavoro che abbiamo fatto tutti assieme. Prima di arrivarci non sai quello che avresti potuto fare: la moto era già una buona moto, aveva vinto gare, fatto pole position, ma non era costantemente competitiva e vincente. Adesso lo è, e questa è una cosa che mi inorgoglisce moltissimo, e mi piace anche restare con questa casa, con questo team. Adesso vediamo come andrà a finire. Io sono molto contento, ce la stiamo giocando. Nonostante tutti gli errori fatti, non è stato l’unico a farne: anche i nostri avversari, i primi tre, hanno fatto tutti abbastanza errori. Siamo molto vicini come punti, sarà importante rimanere estremamente concentrati e giocarcela, penso fino all’ultima gara”

Quando hai saputo che saresti rimasto in Aprilia e non l’avresti seguito in Yamaha? E sei curioso, fiducioso di riportare Bagnaia lassù?

“Assolutamente, questa sarà un’altra sfida. Come ho detto, mi trovo molto bene in Aprilia. La gente di Aprilia mi piace perché è molto reattiva, molto vicina, siamo molto vicini con gli ingegneri, lavoriamo in stretta collaborazione. Mi piace il modo, il metodo di lavoro, nonostante probabilmente non abbiamo la potenzialità e le risorse di altre case. Quello che abbiamo fatto finora è eccezionale. L’anno prossimo sarà una doppia sfida, ma potrebbe essere anche tripla, perché parliamo di un progetto completamente nuovo, cambieranno le gomme e avremo anche un pilota diverso. È un po’ in difficoltà Bagnaia, abbiamo visto, però probabilmente basterà cambiare aria, trovare una moto che gli dà quel qualcosa di cui ha bisogno, e potrebbe essere veramente una bella sfida, una nuova sfida. Il pilota ha vinto due Mondiali MotoGP, e io ho un gran rispetto”

Ora ti indico tre momenti di questa stagione e tu mi dici quale secondo te è stato il più geniale di Marquez. Il suo essere sveglio in Thailandia nella sprint: quando ha ricevuto il drop di una posizione è riuscito a cederla ad Acosta senza prendere i tre secondi di penalità, che gli avrebbero fatto perdere due posizioni, credo. La vittoria nella sprint di Jerez, quando è caduto e ha avuto il lampo di genio di rientrare ai box. Oppure il tempo in Q1 a Le Mans, che secondo me in pochi hanno sottolineato: fece il record di quattro decimi...

Marco Rigamonti: “Sì. Ti direi la sprint di Jerez. Quello che è successo in Thailandia è una reazione che ovviamente non ha neanche troppo tempo per essere pensata. Lui ci aveva detto ‘mi metto dietro e provo ad attaccarlo’, però la segnalazione gli è arrivata talmente all’ultimo che non sapeva neanche quanto fosse il distacco da Acosta, e nel momento in cui l’ha fatto passare era ormai l’ultima curva. A Jerez, invece, capire che poteva fare quella manovra, perché nel regolamento c’era questa zona grigia, secondo me è stato più un colpo di genio. Come l’anno scorso ad Austin, quando ha abbandonato la moto in griglia per cambiarla, perché altrimenti avrebbe dovuto fare il cambio moto perdendo un sacco di tempo. Ci siamo detti: se cambio subito, lascio la moto in griglia, vado al box e parto con l’altra, mi daranno un ride through o parto ultimo, perché in quel momento non era chiaro. Ma facendo due conti, in ogni caso la penalità che ci daranno, sia che parta ultimo senza ride through sia che parta nella mia posizione con il ride through, è comunque più vantaggiosa del fare un ride through con il cambio moto”

Tu che vedi le sue telemetrie, e vedevi anche quelle dello scorso anno, riesci a spiegarci quanto questo ulteriore infortunio dell’Indonesia lo sta limitando? Si vede proprio nei dati, comparando le piste?

“Sì. All’inizio dell’anno lui non faceva molta differenza nelle curve a sinistra, e anche lui diceva che non capiva perché. Poi ha capito che era il problema del nervo: il suo corpo andava in autoprotezione, quindi si metteva in una posizione che non era quella per andare forte. Ma anche lui non lo capiva, e noi non vedevamo la differenza che ha sempre fatto nelle curve a sinistra. Faccio l’esempio di Assen, dove era stato operato da poco: era arrivato al Mugello, ad Assen non aveva forza, quindi in tutte le varianti, nei cambi di direzione, non era fisicamente pronto. Ad Assen l’anno scorso superava tutti all’ultima chicane in frenata; quest’anno lo hanno superato tutti in quella variante, e si vedeva proprio quanto frenava prima, perché diceva ‘non ho la forza per fare quella manovra’. Questi sono macro esempi, era palese. Un conto è non essere fit, perché è solo questione di doversi riallenare, un conto è non avere più la capacità, perché ti manca un pezzo di osso, non so come dire, proprio una cosa fisica che non potrai mai più recuperare. Sono entrambe le cose”

Certo. È una questione di forza muscolare, ma anche il fatto di aver subito tutte queste operazioni qualcosa ti toglie...

"Come dice lui, se prima eri al 100% e hai subito l’infortunio, c’è il tuo nuovo 100%, ma quello non lo sa nessuno, non lo sanno i dottori, lo sa solo lui, col tempo, quando ci arriverà”

Tutti i piloti di Romagnoli e Rigamonti

I piloti con cui hai lavorato, dimmi se li dico tutti: Checa, Edwards, Lorenzo, Crutchlow, Melandri, Petrucci e Martin. Manca qualcuno?

Daniele Romagnoli: “Questi in MotoGP, sì, sono loro”

Ti chiedo di descriverli tutti con una parola. Cominciamo da Checa

“Io devo dire grazie a Carlos Checa se sono in MotoGP. Ho già lavorato con lui nel 1994-95 in 250, erano proprio gli albori di quando ho iniziato a lavorare nelle corse. All’epoca facevo un po’ di elettronica, un po’ il meccanico, un po’ il capo meccanico, un po’ di tutto. Grazie a Carlos sono in MotoGP, perché a fine 2000-2001 mi ha chiesto ‘ma vuoi lavorare con me in MotoGP?’. Ero in 125 e sono corso, quindi grazie a lui sono qua. Carlos è una persona veramente..."

Per favore usa una sola parola...

"Va bene: Carlos è gratitudine, grande persona"

Colin Edwards...

“È il vincitore del Mondiale del lunedì, perché il lunedì, quando si facevano i test, facevamo sempre dei gran tempi e delle gran prestazioni. ‘Dani, dov’era questa moto ieri? Colin, dov’era questo pilota ieri?’”

Jorge Lorenzo...

“Fantastico, ma difficile. Porca miseria, Lorenzo mi ha fatto tribolare. Però anche lui eccezionale, perché è venuto in MotoGP da rookie ed era pronto da subito. Abbiamo fatto la pole position e abbiamo vinto dopo la terza gara”

Cal Crutchlow...

“Cal, tutto quello che aveva lo dava, in qualsiasi condizione fisica o mentale o di setup della moto. Braveheart”

Marco Melandri...

“Melandri è eccezionale. È stato un pilotino, era un bambino praticamente, a 15 anni correva con me. Il primo anno è stato nel ‘97, una wild card a Brno. Dal ‘98 al ‘99 abbiamo lavorato assieme. Era giovane anche lui, e i giovani sono incredibili, anche molto bravo, talentuoso. Melandri eccezionale, un gran ricordo con Marco”

Talentuoso, quindi?

“Talentuoso”

L’ultimo è Martin...

"No! Ne hai saltato uno!"

Petrucci!

“È ovvio, Petrucci. Ci ho fatto sei anni. Petrucci mi è rimasto proprio nel cuore. Con Petrucci abbiamo vinto al Mugello. Vincere al Mugello da pilota ufficiale Ducati con una moto Ducati: sono salito sul podio a prendere la coppa. Per me è stata la vittoria più bella, grazie a Danilo Petrucci"

Martin?

"Iper talentuoso. Secondo me non c’è nessuno, con tutto il rispetto degli altri piloti che ho avuto, perché li ho adorati tutti, credimi, e ci sentiamo ancora e ci vogliamo molto bene. Però Jorge Martin è iper talentuoso, perché quello che riesce a fare sulla moto, le manovre, sono cose che a volte ti stupiscono. Riesce a improvvisare, e quello di cui si parla lo attua in pista”

Mi sono segnato tutti i piloti con cui hai lavorato, poi te li dico. Prima vorrei tornare su Andrea Iannone, a cui penso tu sia molto legato, perché lo hai seguito anche in Suzuki. Come segui la sua vicenda, quest’anno che ha fatto le Baggers, l’anno scorso in Superbike? Raccontami un po’ di Iannone. Lui, a proposito di Marquez, è uno che l’ha battuto qualche volta...

Marco Rigamonti: “Sì, sì. Andrea è la generosità fatta persona. L’ho detto in altre interviste: mi ricorderò sempre un momento ad Assen nel 2013, mi sembra, che era il momento più basso della competitività della nostra moto. Eravamo ad Assen e vedevamo che perdeva qualcosina rispetto agli altri piloti in una curva, ti direi la 9. Io gli dicevo ‘Andrea, lì potresti fare qualcosa’, e lui mi rispondeva ‘io sono già al limite’. Proprio in qualifica gli ho detto ‘guarda, non riesci a farlo, però noi più di così abbiamo provato: alza, abbassa, accorcia, allunga, più di così non riusciamo a fare, provaci’. ‘Ma sono lì’, ‘provaci’. È entrato, è caduto, è rientrato al box e ha detto ‘te l’avevo detto che ero al limite’. Per dirti che non era mai uno che si tirava indietro. Anzi, se poi gli dicevi ‘sei tu a fare la differenza’, orgoglioso, ci provava. Questa è la cosa che mi ricorda di più di lui, e anche il suo modo di essere”

Su questa cosa ti faccio una domanda, perché parlando con Dall’Igna e con Brivio, facendo il classico giochino di descrivermi i piloti con una parola, l’uno e l’altro, senza saperlo, hanno detto di Iannone “cuore”. E io non riesco a capire perché...

“È questo, è proprio questo: generosità. Ci prova a fare qualcosa di più, anche quando sa che non può farlo per tanti giri. Mi ricordo ancora la gara del 2014, l’anno in cui Marc ha vinto 11 gare di fila: a Brno, Andrea e Marc sono partiti, ai primi giri erano insieme, ha fatto tre o quattro giri, da qualifica il matto per stare lì, che si duellava con Marc, e dici ‘cazzo, sta facendo una gara’. Poi dopo ovviamente o cadi o molli. Quando la riguardo ti rendi conto di quello che lui era in grado di fare, proprio di cuore”

Bello, interessante. Siamo arrivati alla fine dell’intervista e quindi ora ti faccio il giochino dei nomi. Tu hai lavorato con Niccolò Canepa, Aleix Espargaró, Randy De Puniet, Barberà, Andrea Iannone, Zarco, Bastianini e Marquez. Li ho detti tutti? Chi manca?

“Manca Biaggi in Superbike”

Mettiamo anche Biaggi, il primo, partiamo da lui. Biaggi...

“Lo considero il mio primo anno, e quindi per me è stato anche un maestro. Per me lui è esperienza: mi ha insegnato molte cose, come si gestisce un weekend. Era a fine carriera, ma sicuramente esperienza e capacità di capire cosa serve”

Nell’unico anno suo in Ducati, peraltro

“Sì, Sterilgarda”

Niccolò Canepa...

“Un altro che è arrivato con pochissima esperienza, e questo gli è costato molto. Però mi ricordo che in qualifica con gomme nuove faceva, non il matto, perché non è la parola giusta, ma una differenza importante rispetto al suo passo gara. Un altro che è comunque generoso in quella situazione. Generoso"

Aleix

“Infuocato”

Randy De Puniet, un’altra figura storica...

“È stato un anno strano quello lì, il primo anno di Valentino, e la moto non andava. Come potrei dire... forse insicuro su certe cose”

Barbera...

“Anche lui talento puro. Per far capire: a Estoril ha fatto il giro più veloce di tutto il weekend al terzo giro della FP1. Era dietro a Lorenzo, si è attaccato, ha fatto un giro alla morte e non l’ha più rifatto. Se al terzo giro del weekend fai il giro più veloce di tutto il weekend, anche se poi non lo rifai, vuol dire che ce l’hai Incredibile. Talento"

Iannone...

“Come ho detto, cuore e generosità. È anche matto”

Cuore matto!

“Cuore matto, sì”

Zarco...

“Sincero”

Bastianini...

“Quando si trovava bene andava veramente forte. Forse più un diesel, perché ci metteva un po’, ma quando arrivava, arrivava”

L’ultimo. Marc Marquez?

“Marc direi un genio. È completo in tutto: talento, gestione, generosità. Se devo dire un aggettivo, direi il pilota completo”