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Marina di Massa (MS) - Cosa vi direbbe il vostro babbo se, tornando dal lavoro, trovasse il giardino distrutto perché avete giocato, senza patente, con un’auto in giardino colpendo questo o quello?
Loris Capirossi ha vinto 3 mondiali, ha vinto 29 gare, fatto 41 pole position e 99 podi, correndo in totale 328 GP, durante 22 anni di carriera.
Sono numeri importantissimi che, come scoprirete tra poco, Loris ha potuto mettere insieme grazie al suo talento, ma ancora di più grazie alla sua passione e, per me, allo straordinario e incondizionato appoggio che la sua famiglia, babbo, mamma e fratello maggiore gli hanno dato.
Loris Capirossi è salito sul palco di Villa Cuturi, a Marina di Massa, per ritirare il premio alla carriera "Massa in Moto". Prima della consegna, davanti a circa 300 persone, l'ex pilota ha ripercorso la sua carriera partendo dal libro scritto con Simone Sarasso, tra esordi, titoli mondiali e ricordi di famiglia.
Qui sotto trovate il VIDEO integrale, e a seguire tutta l'intervista trascritta.
Parto da pagina 54, si parla della prima volta che Loris scende in pista, leggo: "Seconda curva, in terra. Sono a dir poco frastornato. Non è paura, è adrenalina che mi fa impazzire le vene. Son talmente vicino al box che torno indietro. Testa bassa e muso lungo. Ho gli occhi lucidi quando guardo mio babbo. Ho rovinato, gli dico. Son cascato con un asino e ho rovinato la moto. E Giordano (suo babbo, ndr) meraviglioso Giordano mi fa 'che vuoi che sia? Se l'hai rovinata la sistemiamo'..."
"Wow, eh, quella era la mia prima gara, era il 1987, perché io ho un passato da motocrossista e decidemmo di cominciare con la pista e andammo al primo Gran Premio che fu a Magione, e io non avevo mai guidato una moto in pista, fu esattamente la prima volta per me. Non conoscevo le ruote da strada, conoscevo solo le ruote tassellate. Quindi entrai in pista, feci la prima curva, la seconda curva, caddi. Wow, che sport che ho scelto. Quindi, come dicevi tu, tornai a box: babbo, sono caduto. E lui col solito sorriso mi disse non ti preoccupare, la moto si accomoda, entra e dagli del gas, e di lì è cominciata la mia carriera in salita"
Bellissimo. Senti, prima di iniziare ti faccio una domanda un po' filosofica. Qual è per te il contrario della parola paura?
"Se sei un motociclista la parola paura non deve esistere, perché nel tuo inconscio, nella tua parte nascosta esiste quella parola, io la cambiavo con gas: quando avevo paura gli davo più gas e cercavo di rimetterla nell'angolo, perché il nostro sport è fatto di millesimi di secondo, siamo tutti molto vicini, tutti molto veloci, quindi nel momento in cui scatta la paura diventi lento. Quindi non deve esistere la paura quando sei un pilota"
Tu e tuo fratello, quando tu avevi 10 anni e lui 12, siete andati a comprare un'auto. Com'è possibile?? ---QUI---
"Noi abitavamo in campagna, quindi all'epoca non dico che era possibile, ma si poteva anche fare. Vicino a casa nostra c'era il mitico Lombardi, un'autodemolizione, un ferrovecchio. Io e mio fratello tutti i giorni, siccome ci piaceva già la meccanica da giovani, andavamo in questo ferrovecchio a recuperare ricambi per le nostre moto. A un certo punto ci troviamo davanti una Fiat 850 Spider, macchina stupenda. Cominciamo a trattare e alla fine ci chiese una cifra abbastanza alla nostra portata. Andiamo a casa, rompemmo tutti e due i porcellini e con tutti i soldini tornammo al ferrovecchio e comprammo questa macchina. Sul momento non ce la volle dare perché doveva parlare prima con babbo. Il giorno dopo andammo da lui: babbo, ti prego, la usiamo qui intorno a casa. E quella fu la nostra prima macchina!"
C'è quel racconto nel libro in cui tu sei lì che stai facendo i compiti e tuo fratello ti fa: "Andiamo a fare un traverso,babbo è al lavoro, mamma non c'è". E che succede?
"Succede che c'è scappata la mano, un po' io un po' lui, intorno a casa avevamo tutta la ghiaia bella spianata. Cominciamo con questa 850 a fare traversi, freno-mano-gas, freno-mano-gas. A un certo punto però, parcheggiata nell'angolo, c'era una Golf di mio babbo che l'aveva comprata da pochi mesi. Perdiamo il controllo della macchina e finiamo contro la Golf, la lanciamo, spacchiamo la recinzione, la macchina va in un fosso davanti a casa. A quel punto dovevamo rimuoverla, spingevamo come due matti ma non veniva fuori, quindi andiamo a prendere il trattore, attacchiamo il trattore alla macchina, nel tirarla fuori strappiamo anche il paraurti. La mettiamo lì tutta ammaccata. Verso le 6:30 di sera sono arrivati sia babbo che mamma. Intorno a casa avevamo messo abbastanza a posto, sembrava quasi tornata normale, ma la macchina non era tornata normale. Ci guardarono e a me scese una piccola lacrima. Devo dire la verità, non si arrabbiò neanche troppo. Mio papà e mia mamma non hanno mai alzato le mani su di me, mai una volta nella vita, neanche in quell'occasione. Un po' di castigo ci fu, non potei più usare per un mese né la moto né la macchina, ma non reagì male. Loro sono sempre stati al mio fianco tutta la vita, ancora oggi, e l'insegnamento che mi hanno dato da bimbo mi ha fatto essere quello che sono nel tempo"
Una sera a cena tu gli dici che vuoi correre. Quand'è che hai iniziato ad andare in moto e quando hai capito che volevi farlo sul serio?
"Ho iniziato ad andare in moto grazie alla passione di mio babbo a 4 anni, e da 4 a 14 ho fatto motocross. Abitavamo in campagna, quindi mio babbo con un trattorino mi costruì una pista da motocross. Tutti i giorni andavo a scuola, tornavo, salivo sulla mia moto da cross e giravo tutto il giorno, consumavo quantità di benzina e miscela da paura. Prima di compiere 14 anni, un venerdì sera, a tavola dissi: babbo, mamma, io voglio correre. Mia mamma mi guarda con due occhi sgranati e dice che ci vogliono un sacco di soldi che noi non abbiamo, e mio babbo disse 'i soldi in qualche modo li tireremo fuori'. Io mi ero già organizzato, avevo fatto la lista di tutti i moto club della provincia, e la mattina dopo andammo in uno di questi. Volevo correre col motocross, non con la velocità, perché avevo sempre fatto motocross. Mi dissero che alla mia età, 13 anni, dovevo cominciare con i minicross, ma io giravo già con la 500 e la 250, quindi non mi interessava. Il fratello di mio babbo correva già in velocità e ci disse 'perché non cominci con la velocità?'. Scoprimmo che a Imola c'era un concessionario Honda, di un certo Eros, che nell'87, proprio quando compivo 14 anni, cominciava il trofeo monomarca Honda, e mi iscrissi a quel campionato"
Tra l'altro i tuoi arrivarono addirittura a ipotecare la casa per farti correre
"Questo fu due anni dopo, perché partecipai al Trofeo Monomarca Honda e l'anno successivo al campionato italiano, dove feci dei risultati importanti. All'epoca dovevi meritarti i passaggi tra i vari campionati per poter partecipare all'europeo. Parlammo con alcuni team e trovammo il team A&B di Bologna, San Lazzaro, di un certo Brigaglia, ma la richiesta, stiamo parlando del 1989, era 60 milioni di lire, una cifra molto importante per l'epoca. A 14 anni, quando cominciai anche col monomarca, lasciai la scuola e andai a lavorare in fabbrica per aiutare la famiglia, tutti i soldi che prendevo li davo a loro per pagare le gare. Mio babbo una sera si mise a sedere e mi chiese cosa volessi fare. Gli dissi voglio provarci. Mi disse va bene, domani andiamo in banca e parliamo col direttore. Tornarono a casa dopo aver ipotecato la casa"
Una bella responsabilità...
"Sono stati veramente grandiosi. Cominciai con il campionato, mi allenai tantissimo durante l'inverno e 15 giorni prima della prima gara, in Portogallo, caddi con la moto da cross e mi ruppi una clavicola e un polso. Cinque giorni dopo c'era il primo test al Mugello. Andammo dal dottor Costa a Imola, mia madre mi portò da lui. Arrivai al Mugello con un gesso piccolino e la clavicola legata dietro, non dissi niente al team, mi vestii di nascosto e cominciai a girare, ma non andavo forte perché avevo male, e alla fine scoprirono che mi ero fatto veramente male. Alla prima gara in Portogallo comunque ci andai. Quell'anno viaggiavamo nel cassone del camion insieme alle moto perché non avevamo soldi per altro, ma fu un anno bellissimo, cominciai a essere veloce e a vincere gare. Per partecipare al mondiale dovevi finire nei primi tre, io arrivai quarto a un punto dal terzo, ma videro che ero forte pur avendo una moto privata, e mi diedero la possibilità di partecipare al mondiale con il team Pileri nel 1990. Mi offrirono uno stipendio mensile che tradotto in euro erano circa 500 euro al mese per fare tutto il mondiale, ed ero felicissimo. Quell'anno, il mio primo anno di mondiale, sono diventato campione del mondo. Quell'anno non è bastato per pagare i debiti, ci ho messo un po' di anni, ma ce l'abbiamo fatta"
Vinci il mondiale all'esordio, una cosa che a memoria mia hanno fatto in pochissimi...
"E tra l'altro ho ancora un record che nessuno ha mai battuto, sono ancora il più giovane campione del mondo della storia, l'ho vinto a 17 anni e 165 giorni. Un altro grande campione, Pedro Acosta, non mi ha battuto per un solo giorno"
Quell'anno avevi come compagno di squadra un tuo idolo, Fausto Gresini, che ti ha aiutato molto...
"Anche quella storia è bella. Fausto abitava vicino a noi. Io tutte le sere sapevo che lui verso le 6:30 arrivava a casa, era già campione del mondo, io ero un bimbo, andavo di nascosto dietro il muretto a osservarlo, era il mio idolo e non mi sono mai permesso di salutarlo perché ero molto timido. Poi mi sono trovato in squadra con lui, ero il suo secondo pilota, e Fausto oltre che un grandissimo amico è stato un maestro per me. Il mio primo mondiale, specialmente all'ultima gara in Australia, l'ho vinto anche grazie a lui, mi ha fatto un po' da bodyguard. Me lo giocavo con un olandese, e a due giri dalla fine, in un curvone che si faceva a 200 chilometri orari, Fausto ha preso anche un pugno in testa dall'olandese per cercare di difendermi"
Nel 1991 rivinci il mondiale, ma a un certo punto in casa tua ha abitato per un periodo il tuo rivale per il titolo, Noboru Ueda. Com'è quella storia?
"La mia casa è sempre stata una casa accogliente, i miei genitori hanno sempre aperto le porte a tutti. Noby Ueda, un pilota giapponese simpaticissimo, si fece male a Misano e andò dal dottor Costa, che dopo due giorni non lo sopportava più e disse 'Loris, lo vuoi?'. È stato 15 giorni a casa nostra, mi giocavo il mondiale insieme a lui"
Come hai conosciuto Valentino Rossi?
"L'ho conosciuto seguendo un po' le sue orme quando era un ragazzino che correva in minimoto. Nel 1995, al GP di Brno, ero in 500, alle 7:30 di sera sento bussare alla porta del camper. Apro, era Valentino, non era ancora il Valentino di adesso, un biondino con gli occhi azzurri. Mi dice: 'ciao Loris, sai che io tifo per te, ma c'ho un problema, posso dormire con te?' È così che l'ho conosciuto realmente, l'ho ospitato nel mio camper e dormì con me quella notte. C'era già anche Uccio"
C'è anche un altro aneddoto molto bello che racconti nel libro, quello del salto...
"Fu una bella stupidaggine, eravamo in Indonesia, ci trovammo nella hall dell'hotel verso le 7:30-8 di sera, c'era una piscina e le terrazze dell'hotel dietro. Valentino mi chiese in che camera fossi, gli dissi in quella, e lui mi propose una scommessa: 'se dalla terrazza della tua camera ti lanci in piscina ti do un milione'. La terrazza era lì e la piscina era là, dovevo prendere la rincorsa e saltare anche la ringhiera. Dissi 'ci sto'. Mi sono lanciato dalla camera, ho saltato la ringhiera e sono volato in piscina, l'ho presa. Però il milione non me l'ha mai dato, lo sto ancora aspettando!"
Poi rivinci il mondiale del 1991, perché nel '90, dopo aver vinto il titolo, non sali subito di categoria, come si faceva al tempo. Com'è andato quell'anno?
"All'epoca c'erano i campioni della categoria, non come adesso che le categorie minori sono solo un passaggio per arrivare in MotoGP. Io l'anno seguente decisi di rimanere in 125 anche perché ero un ragazzino, sono stato il primo pilota così giovane ad arrivare a certi livelli. All'epoca ci fu uno scandalo, i miei genitori ricevettero una denuncia da Famiglia Cristiana per sfruttamento di minore, dovettero mettere gli avvocati, perché avevo 17 anni e non era normale per l'epoca. Decisi di rimanere in 125 un'altra stagione, andò bene anche quell'anno, confermai il risultato, vinsi il mio secondo mondiale, e l'anno seguente passai in 250"
Anche lì c'è una storia bella
"Questa fa capire il livello della mia famiglia. Vinsi il secondo mondiale, guadagnavo 150 milioni, che erano tanti soldi all'epoca, ed ebbi la possibilità di passare in 250 per il '92. Il team mi offrì più o meno quella cifra per passare con una Honda clienti. Mi contattò anche la Gilera, qui vicino, che mi disse vorremmo averti nella nostra squadra ufficiale per il '92-'93. Dovevo andare a Pontedera a parlare con loro, mio babbo non venne, quindi andai con il papà della mia allora fidanzata. Arrivarono con l'aereo privato a prendermi, arrivammo a Pontedera, ci sedemmo con tutti gli ingegneri, mi presentarono il progetto e mi dissero che per loro ero un pilota italiano molto importante, volevano offrirmi soldi veri: per due anni, due miliardi. Contro 150 milioni. Dissi va bene, vado a casa, ne parlo con babbo e torniamo da voi. Tornai a casa e dissi: babbo, paghiamo tutti i debiti, ci danno un sacco di soldi, anche se va male. Mio babbo, tranquillo seduto, mi chiese: cosa vuoi fare nella tua carriera, guadagnare soldi o vincere? Voglio vincere. E allora non andare, mi disse. Gli chiesi se fosse sicuro, e lui: ci mettiamo a posto con questi soldi e fai quello che vuoi, io non ci andrei. Non andai. La Gilera due anni dopo si ritirò e non fece niente, e io vinsi tante altre gare, probabilmente quei soldi li guadagnai comunque nel resto della carriera"
Poi c'è il passaggio in 250, sfiori due mondiali, e poi vai in 500. Che anni sono stati quelli?
"Il passaggio ci passai molto giovane, le moto dell'epoca erano moto molto incazzate, i 500 due tempi erano difficili, fu un passaggio difficile. Il primo anno feci un podio, poi Marlboro, lo sponsor principale del team Pileri, mi obbligò a stare in Yamaha, e quell'anno, nel '96, mi trasferii in California per correre col team Renny in America. Le cose andarono bene, feci podi, vinsi l'ultima gara, ma poi decisi di tornare in 250 per cercare di portare a casa quel titolo che avevo sfiorato due volte"
Qui siamo a Marina di Massa, tu stai a Montecarlo. Nel mezzo c'è Genova, dove abita Carlo Pernat, colui che ti ha riportato in 250, in Aprilia...
"Carlo venne da me e mi disse: Loris devi tornare in 250, l'Aprilia è la moto migliore, ti faccio vincere un mondiale, devi credere in me. Fu talmente convincente che decisi di tornare in 250, nel 1997. Fu un disastro. A metà campionato avevo un contratto di tre anni con l'Aprilia e dissi a Carlo che volevo smettere, la moto si rompeva, non funzionava. Lui mi disse di non mollare e mi promise Rossano Brazzi come capotecnico. Poi Valentino vinse il mondiale in 125, passò in 250 e disse che voleva Rossano Brazzi. Risultato? Tolto Brazzi a me e dato a lui. Carlo mi disse 'non ti preoccupare, ti do Noccioli', che era un ottimo tecnico che aveva vinto con Valentino il titolo 125. Alla fine vinsi il mondiale con Noccioli quell'anno. Carlo lasciò l'Aprilia e diventò il mio manager personale, fu un amore a prima vista"
Nel '98 vinci il campionato contro Harada, con quel famoso scontro all'ultima curva dell'ultima gara. Come andò e come si è evoluto il rapporto tra voi?
"Tutte le volte che succede un incidente in MotoGP, tirano fuori il mio incidente con Harada, sempre. Ci giocavamo il mondiale io e Harada, perché Valentino era fuori dai giochi. Partii malissimo, recuperai la prima posizione a due giri dalla fine, poi alla curva tre persi l'anteriore e mi passò Harada. Negli ultimi giri lui era davanti, io lo attaccavo, mi feci passare avanti per poi riattaccarlo, e lui nell'ultimo giro andò molto forte. All'ultima curva ero vicino a lui: i giapponesi hanno una guida molto pulita, allargano molto in curva e poi rientrano, noi siamo più aggressivi, freniamo con la moto inclinata e prendiamo il centro curva. Lui fece la sua traiettoria larga, io vidi un buco ed entrai, lui chiuse la traiettoria e ci siamo toccati. Lui è caduto, io no, e ho vinto il mondiale. Era molto arrabbiato con me, ci fu un casino incredibile. Un anno dopo si è chiarito tutto, e oggi è uno dei miei migliori amici, ci vediamo sempre, gli ho insegnato la meccanica, i nostri figli sono molto amici. Però quando entra nel mio museo e vede la moto del '98... non la guarda proprio con occhi d'amore (ride, ndr)"
Nel 1999 Valentino vince il mondiale in 250 e tu finisci terzo, ma quell'anno succede anche qualcosa fuori dalla pista: conosci quella che sarebbe diventata tua moglie...
"A Mugello ci fu un contatto alla partenza con Marcellino Lucchi e decisero di darmi bandiera nera durante la gara. Non mi fermai perché realmente non la vidi, quindi a fine gara mi squalificarono per quella gara e per la successiva, non andai a Barcellona. Con un amico andai da Montecarlo a Sanremo (in discoteca, ndr) e lì conobbi l'attuale moglie. Dopo tanti anni ringrazio quella squalifica, perché mia moglie, con cui abbiamo festeggiato da poco 24 anni di matrimonio, mi ha dato un figlio fantastico e ha stabilizzato molto la mia carriera, che tra il '99 e il 2000 era in una fase stabile, e col suo arrivo è tornata a crescere"
Secondo me voi piloti siete diversi dalle persone normali, avete un rapporto diverso col dolore. Nel 2000 a Barcellona corri in condizioni fisiche difficilissime. Com'è che riesci a finire quella gara?
"Mi ruppi nelle prove ufficiali due metacarpi della mano del gas, la destra. Non penso che noi siamo diversi dagli altri, è solo un discorso di forza di volontà. Chiedevo sempre al dottor Costa: 'se ho male cosa succede, peggiora o va solo gestito? 'Lui mi rassicurava che l'osso l'avevamo già messo a posto, che se ce la facevo potevo andare avanti, il dolore non fa niente. Finii la gara e quando arrivai ai box svenni, fu molto dura. In un'altra occasione ad Assen mi ruppi di nuovo tre metacarpi, e ogni volta che ti fai male in prova devi andare al centro medico del circuito, che decide se sei idoneo o no. Il dottor Costa me le aveva rimesse in riga, e alla visita medica in Olanda, dove i medici sono altissimi, uno mi disse di fare dieci flessioni... le feci, mi chiese come stavo, dissi benissimo, e lui mi prese la mano e me la schiacciò scomponendomi di nuovo le tre fratture. Gli dissi di nuovo che stavo benissimo. Tornai in clinica mobile per rimettermi a posto le fratture, con una fasciatura, e feci terzo quella gara. Non erano fratture finte, erano vere. Secondo me la forza di volontà fa la differenza nella vita, uno deve credere sempre in se stesso. Non siamo persone diverse dagli altri"
Poi fai due anni in 500 molto belli e arriva la MotoGP: corri ancora con la 500 difendendoti bene contro le nuove moto, ma nella seconda parte del campionato inizia un'altra storia d'amore, con la Ducati...
"La Ducati era un po' un mito per noi italiani, specialmente in Superbike, dove vinceva tutto, quindi mi aspettavo una moto vincente. Quando decisero di esordire nel mondiale del 2003 contattarono tanti piloti vincenti, tutti andarono a vedere il progetto e tutti si tirarono indietro. Io invece, quando arrivai in Ducati e vidi quel pezzo di ferro, un telaio a traliccio e un motorone V4, dissi: questa è la moto per me, una moto da ignorante, e decisi di accettare la sfida. Fu un rilancio molto importante della mia carriera. In più di una gara ebbi un'ustione di terzo grado alle gambe, perché la moto scaldava come una stufa, perdeva olio come una macchina degli anni '60 e mi lanciava nelle curve, perché la guarnizione della frizione perdeva ed esplodeva lanciando olio sulla ruota. Ogni volta che uscivo dai box guardavo prima gli stivali per controllare se c'era olio. La prima volta che la provai a Valencia i tecnici sapevano già che non andava dritta, non riuscivo a guidarla, in due giorni di test cambiammo otto telai sempre più rigidi e non bastava ancora, ci fu tanto lavoro dietro quella moto"
Però andasti subito forte, facesti podio quasi subito e alla sesta gara vincesti...
"La cosa bellissima fu che nei test invernali ufficiali a Barcellona, dove regalavano una BMW a chi faceva il miglior tempo, mi preparai per farlo. Sapevo che era difficile ma c'erano le condizioni giuste, e a livello elettronico la Ducati era molto avanti. Nei 20 minuti di qualifiche fui il più veloce, dimostrammo subito di essere forti e vinsi la BMW, che regalai a tutta la squadra dividendo i soldi tra i meccanici, perché se lo meritavano. Nel nostro mondo devi fidarti ciecamente delle persone con cui lavori, perché vai a 350 all'ora, e io ho sempre avuto grande rispetto per tutta la mia squadra, cercando di risolvere i problemi sempre dentro il box, mai fuori"
Quanto è stata la passione a guidarti in tutti questi anni?
"La passione è la benzina più incredibile che uno può avere, ti porta dove vuoi. Nella vita esistono traguardi che vanno sempre raggiunti, dipende dalla voglia che hai di raggiungerli. In qualsiasi cosa ci vuole passione, anche se fai un lavoro senza passione lo fai male"
Nel 2006 arrivi a giocarti il campionato. Che campionato fu quello?
"Fu un super campionato, avevamo una moto molto competitiva e mi trovai a oltre metà stagione in testa al mondiale. Arrivammo a Barcellona, una pista tutto sommato amica, dove avevo già vinto diverse gare con la Ducati. Il mio compagno di squadra, Sete Gibernau, correva in casa ed era molto carico. Alla prima curva fece un errore incredibile, frenò troppo tardi e travolse cinque piloti, io ero uno di quei cinque, mi ruppi le costole e lo sterno e persi quel mondiale per 24 punti, saltando tre gare. Nello sport non contano i "se", conta quello che vedi. La mia carriera è stata lunga e mi ha dato tante soddisfazioni, mi ha fatto diventare l'uomo che sono, e anche potendo cambiare le cose non cambierei niente, perché anche gli errori mi hanno fatto crescere"
Nel 2007 cosa succede?
"Mi trovo in squadra con Casey Stoner, un australiano giovanissimo con un talento incredibile, che doveva arrivare come terza scelta. La moto del 2007 era una moto che la Ducati sbagliò totalmente nel progetto, girava a 22.000 giri, era difficilissima da guidare, e Stoner disse che era la moto migliore della sua vita, solo lui riusciva a guidarla. Quell'anno lui vinse il mondiale, io non feci male, vinsi una gara, feci due secondi e tre terzi posti, ma a confronto con lui i risultati non erano all'altezza. La Ducati decise di darmi la buonuscita, ma ci può stare. La mia ultima gara la vinsi proprio a Motegi, dove lui vinse il titolo arrivando quinto o sesto"
Poi nel 2008 arrivò Melandri al tuo posto...
"E non fece un punto! Poi presero tanti altri piloti fino ad arrivare a Valentino Rossi, e tutti dissero le stesse parole, che la moto era inguidabile. Ma quando arrivò Valentino, che aveva vinto nove titoli mondiali, lo ascoltarono, capirono di cambiare il progetto e piano piano la moto cominciò ad andare meglio. Quando presero Valentino nel 2011, Carlo Pernat mi disse: torniamo anche noi in Ducati, sicuro fanno una moto vincente se arriva Valentino. Tornai a correre con il team Pramac in Toscana, e quella moto è la più brutta che abbia mai guidato in vita mia. Lo dico anche in Ducati, glielo dico in faccia, e lo sanno anche loro"
Negli anni successivi la Ducati è diventata la moto che tutti vogliono...
"È vero, ma adesso anche l'Aprilia sta diventando appetibile per tutti"
Tornando alla tua carriera, tra il 2008 e il 2010 fai tre anni molto belli con Suzuki, fai l'ultimo podio, raggiungi i 300 Gran Premi con quel casco con scritto "300". Come sono stati quegli ultimi tre anni e come arrivi a dire "devo smettere"?
"Sono stati tre anni bellissimi perché i giapponesi sono onesti, hanno un cuore enorme, e ogni volta che finivo una gara, se non andava bene, venivano loro a scusarsi per non avermi dato una moto competitiva. Sono stati anni difficili, la moto forse non era la migliore, si rompeva, ma sono stato molto bene con loro, con grandissimo rispetto reciproco. L'ultimo podio lo feci proprio ad Assen"
Come hai deciso di smettere?
"Molto semplice. Ad Assen, in una qualifica con dieci gradi e pioggia, alla curva 5 c'è un curvone molto veloce che con la MotoGP si fa in quarta. Quella qualifica non andava bene, mi fermai ai box, misi una gomma nuova e riprovai, e vidi che avevo abbassato di mezzo secondo il mio miglior tempo, il che voleva dire entrare nei primi quattro-cinque in qualifica. Decisi di provare quel curvone in quinta invece che in quarta, si poteva fare ma non si poteva fare, persi il posteriore e feci un high side. Volai, caddi in mezzo alla ghiaia e la moto mi volò sopra. Lì, in mezzo alla ghiaia, dissi: forse è il momento di smettere. E presi la decisione"
Anche Valentino ha deciso di smettere nella ghiaia di Assen, lo sapevi?
"È grossa quella ghiaia lì"
Gioco: descrivere le moto della tua carriera con una parola...
"Vai"
Honda 125 del '90...
"Il sogno"
Honda 125 del '91
"Sempre un sogno"
Yamaha 500 del '96...
"Un cambiamento"
Aprilia 250 del '98...
"Una vittoria"
Honda 500 del 2001...
"La più bella"
Ducati MotoGP del 2003...
"Una scommessa"
Del 2004...
"Un cesso"
Del 2006...
"Un'altra super moto"
Capirossi ha aggiunto...
"La Ducati 2003 era incredibile, ma a loro interessava solo un motore che andasse forte. Nel 2004 fecero un motore aereo: a Barcellona, nel 2004, la velocità massima delle MotoGP era intorno ai 330-332 chilometri orari, io con quella Ducati feci 349,5 nei test invernali. Il problema è che andava solo nel dritto, in curva no, non feci nemmeno un podio quell'anno. Usavamo motori "screamer", con scoppio intermittente dei pistoni, poi decidemmo di fare un motore "big bang", che scoppiava a coppie, e diventò molto più guidabile. Di lì nacque la moto che poi diventò una bella moto"
Le tue piste preferite quali sono?
"Motegi, Mugello e anche Sepang"
Perché correvi con il 65?
"Perché nella mia prima gara della vita, nel trofeo monomarca Honda, mi capitò il 65. Nel mio primo mondiale, all'epoca i numeri li cambiavano, e tutte le volte che vincevo una gara mi ricapitava il 65, quindi dal '91 diventò il mio numero per tutta la vita. Quando ho smesso, nel 2011, il 65 è stato ritirato, non esiste più in MotoGP, è rimasto mio, un altro bellissimo regalo"
L'ultima gara che hai fatto: con che numero l'hai corsa sul cupolino?
"Torniamo al 2011, la mia ultima stagione: ad Assen decisi di smettere di correre. Marco Simoncelli era in MotoGP da poco e io un po' lo accompagnai, eravamo molto uniti, e lui mi disse: 'Loris, dobbiamo fare una grande festa a Valencia per la tua ultima gara, ti faccio regalare i caschi da tutti i piloti della MotoGP con l'autografo'. Poi, alla penultima gara a Sepang, ci fu quell'incidente fatale in cui perse la vita. Alla mia ultima gara a Valencia parlai col papà di Marco e gli chiesi se potevo correre col suo numero 58, dopo 22 anni di carriera col 65, per fargli finire il campionato anche a lui. Fu molto emozionante, e lì scoprii realmente la paura, perché avevo perso un amico la gara prima. Fu una gara brutta, ed è andata così. La cosa bella è che lui aveva organizzato tutto, e tutti i piloti della MotoGP mi regalarono il proprio casco con una dedica. Li ho tutti nel mio museo, compreso quello di Marco"
Grazie, e ciao Marco...
"Ciao Marco (Loris alza gli occhi al cielo, ndr)"
Abbiamo parlato di tantissime cose, ma se tu dovessi chiudere un attimo gli occhi e tenere una sola scena della tua vita, quale sarebbe?
"La mia famiglia. La famiglia viene al di sopra di qualsiasi altro risultato"