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Il caos autovelox continua a tenere in scacco gli utenti delle strada italiani. Tra dispositivi omologati, semplicemente approvati o completamente fuori norma, capire se una multa per eccesso di velocità sia legittima o contestabile è diventato un vero e proprio rebus. La buona notizia è che esistono criteri precisi per verificare la validità di una sanzione e, qualora risulti illegittima, percorsi ben definiti per impugnarla.
Con il governo pronto a intervenire nelle prossime settimane con un nuovo decreto per arginare l'ondata di ricorsi, fare chiarezza su come tutelare i propri diritti diventa fondamentale.
Prima ancora di verificare la legittimità dell'autovelox utilizzato, ogni motociclista deve controllare che il verbale di contestazione rispetti i requisiti formali previsti dalla legge. Il primo elemento da verificare è la tempestività della notifica: la multa deve essere comunicata entro 90 giorni dalla data dell'infrazione. Superato questo termine, la sanzione è automaticamente nulla, indipendentemente dalla validità del dispositivo di rilevamento. Si tratta di un diritto fondamentale del cittadino, previsto dall'articolo 201 del Codice della Strada, che garantisce la possibilità di ricordare le circostanze della presunta violazione.
Il secondo passaggio consiste nella verifica meticolosa di tutti i dati riportati sul verbale: luogo esatto della violazione, data, orario e modalità di rilevamento devono essere indicati con precisione. La mancanza o l'imprecisione di uno qualsiasi di questi elementi costituisce un vizio formale che può rendere la sanzione annullabile. Particolare attenzione va prestata alla descrizione del punto esatto in cui sarebbe avvenuta l'infrazione: indicazioni generiche come "SS16" senza ulteriori specificazioni possono essere motivo di contestazione, poiché non consentono al sanzionato di individuare con certezza il luogo della violazione.
Qui arriva il passaggio cruciale: verificare se il dispositivo che ha rilevato la velocità è regolarmente omologato e inserito nell'elenco ufficiale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Sul verbale deve essere riportato il numero di matricola dell'autovelox utilizzato. Con questo dato alla mano, è possibile controllare se l'apparecchio figura nel registro dei dispositivi conformi pubblicato dal MIT. Ad oggi, sono valide solo le multe derivanti da apparecchi elettronici inseriti in questo elenco ufficiale.
La situazione attuale è piuttosto eloquente: secondo le stime, su oltre 11mila autovelox presenti sul territorio nazionale, solo circa 3.700 risulterebbero conformi ai requisiti di legge. Ma il dato fornito dallo stesso Ministero è ancora più drastico: "poco più di mille" sono i dispositivi che rispettano pienamente gli standard di omologazione. Questo significa che la stragrande maggioranza degli autovelox attualmente attivi potrebbe generare multe contestabili.
Un'attenzione particolare va prestata ai dispositivi installati prima del 2017: per questi apparecchi valgono normative diverse e spesso risultano privi dell'omologazione richiesta dalle norme più recenti. Se il verbale indica o si riesce a risalire a un autovelox pre-2017, le possibilità di successo di un eventuale ricorso aumentano considerevolmente.
Non è infrequente ricevere verbali in cui mancano completamente i dati identificativi dell'autovelox utilizzato: né la matricola, né il modello, né altre informazioni che permettano di risalire al dispositivo. In questi casi, la legge riconosce al cittadino il diritto di accedere agli atti del procedimento. È consigliabile presentare formale istanza di accesso agli atti alla polizia locale o all'ente che ha emesso la sanzione, richiedendo specificatamente i dati del dispositivo di rilevamento, il certificato di omologazione, i verbali di taratura e manutenzione.
La normativa prevede che l'amministrazione risponda entro 30 giorni dalla richiesta. Se questa scadenza non viene rispettata e la documentazione richiesta non viene fornita nei tempi di legge, si configura un'inadempienza che costituisce ulteriore motivo di contestazione della sanzione. Il silenzio dell'amministrazione può essere interpretato come impossibilità di fornire la prova della legittimità del rilevamento, rafforzando così le ragioni del ricorso.
Per comprendere appieno come verificare la validità di una multa, è necessario conoscere la distinzione fondamentale emersa dalla giurisprudenza. Il 19 aprile 2024 la Corte di Cassazione ha stabilito un principio dirompente: in assenza di omologazione ogni sanzione è da ritenersi nulla. Non basta più che un dispositivo sia semplicemente "approvato" o "autorizzato": deve essere formalmente omologato secondo gli standard previsti dalla normativa vigente.
Successivamente, la Suprema Corte ha aggiunto un'ulteriore precisazione: il ricorso è valido esclusivamente nei casi in cui ad esso si associ una querela in falso nei confronti dell'autore della multa, qualora l'omologazione sia millantata. In pratica, se sul verbale viene dichiarata un'omologazione inesistente, oltre al ricorso amministrativo o giurisdizionale è necessario presentare anche querela in falso, accusando chi ha redatto il verbale di aver attestato il falso. Si tratta di uno strumento giuridico più complesso, che richiede necessariamente l'assistenza di un legale, ma che può rivelarsi decisivo quando l'amministrazione ha fornito informazioni non veritiere.
Una volta appurato che la sanzione presenta elementi di illegittimità, il primo passo fondamentale è non pagare l'ammenda. Il pagamento, anche parziale, anche in forma ridotta, viene infatti interpretato come accettazione della sanzione e preclude la possibilità di contestarla successivamente. Le strade percorribili per opporsi formalmente alla multa sono due, con caratteristiche, costi e tempistiche differenti.
Se anche il giudice di pace rigetta il ricorso, resta la possibilità di rivolgersi al Tribunale Civile in sede di appello, un ulteriore grado di giudizio che però comporta costi legali ancora più elevati e tempi processuali più lunghi.
Il governo è consapevole della gravità della situazione e della necessità di un intervento normativo urgente. Con solo 1.282 dispositivi pienamente a norma su oltre 11mila presenti sul territorio, il sistema sanzionatorio "autovelox" rischia il collasso. L'esecutivo sta preparando un decreto che dovrebbe essere varato nelle prossime settimane con un duplice obiettivo: da un lato rendere incontestabili le sanzioni derivanti dagli autovelox effettivamente conformi, dall'altro definire un percorso di dismissione o aggiornamento per tutti gli altri.
Il Ministero delle Infrastrutture ha già disposto che su oltre 11mila apparecchi dovrebbero esserne "salvati" 1.282, mentre tutti gli altri, temporaneamente disattivati, dovranno essere aggiornati laddove possibile oppure definitivamente rimossi. Questa operazione di "piazza pulita" richiederà mesi e comporterà inevitabilmente un periodo di transizione durante il quale le contestazioni continueranno ad arrivare a prefetture e tribunali.
Nell'attuale situazione di incertezza normativa, ogni motociclista e automobilista che riceve una sanzione per eccesso di velocità dovrebbe seguire un protocollo preciso. Per prima cosa, verificare la data di notifica e calcolare se sono stati rispettati i 90 giorni. Secondo, controllare minuziosamente tutti i dati del verbale annotando eventuali imprecisioni o lacune. Terzo, e più importante, individuare il numero di matricola dell'autovelox e verificarne la presenza nell'elenco MIT dei dispositivi omologati.
Un ultimo consiglio: considerare l'opportunità di consultare un legale specializzato in diritto della circolazione stradale. Molti studi legali offrono consulenze che possono aiutare a valutare le reali possibilità di successo di un ricorso.