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Partiamo dall'unico punto fermo di questa vicenda, almeno per il momento. Anche se è scomodo per chi cerca uno scoop, ad oggi 28 luglio 2026 non esiste alcuna conferma verificabile che Volkswagen abbia messo formalmente in vendita Ducati. Lo scriviamo in grassetto, così non ci sono dubbi: non sono state confermate offerte vincolanti depositate. Ve ne avevamo parlato già a fine giugno, quando la crisi del gruppo di Wolfsburg aveva riportato il dossier sul tavolo e poi ancora a inizio luglio, quando un portavoce del gruppo aveva risposto senza confermare né smentire. A distanza di meno di un mese la situazione non si è schiarita: si è semmai complicata. Perché si aggiungono le chiacchiere e le supposizioni.
Il copione, finora, è sempre lo stesso: il Financial Times rilancia indiscrezioni, la stampa di settore le riprende, Volkswagen non conferma ma nemmeno smentisce, e Ducati non viene mai nominata esplicitamente, né in un senso né nell'altro. Un silenzio che, lo scrivevamo già a luglio, rischia di alimentare i sospetti proprio perché sarebbe stato facilissimo, per il gruppo tedesco, chiudere la questione con una dichiarazione netta.
Nel frattempo, l'unica voce autorevole arrivata da Borgo Panigale resta quella dell'amministratore delegato Claudio Domenicali, che al WDW del Centenario aveva usato parole chiare: "A Borgo Panigale non ci sono fascicoli aperti, Ducati non ha bisogno di supporti da casa madre". Un messaggio ribadito, in chiave più identitaria, anche nell'intervista concessa a Moto d'Italia a metà luglio, dove Domenicali ha insistito sul legame tra Ducati e il territorio, sull'italianità come valore aziendale e sulla scelta del gruppo di reinvestire in Italia le risorse generate in Italia.
È in questo clima di incertezza prolungata che si inserisce l'elemento più recente: le rappresentanze sindacali, sia italiane sia tedesche, avrebbero iniziato a chiedere chiarimenti sul destino del dossier. Non è un dettaglio da poco: nel 2017, quando Volkswagen tentò per la prima volta di cedere Ducati, fu proprio il sindacato tedesco IG Metall a bloccare l'operazione. Otto anni dopo con un gruppo molto più sotto pressione, tra i tagli fino a 100.000 posti di lavoro annunciati a livello globale e la chiusura di quattro stabilimenti tedeschi, la stessa resistenza sindacale potrebbe pesare meno, oppure trasformarsi in un fronte di trattativa diverso, con l'obiettivo di ottenere garanzie su occupazione e produzione più che di bloccare la vendita in sé.
Muoversi, in questa fase, non significa avere risposte ma può voler dire presidiare un tavolo che, ufficialmente, nessuno ammette essere aperto.
Al netto del silenzio ufficiale dalla Germania, circolano alcune indiscrezioni su presunte manifestazioni d'interesse spontanee, non ancora offerte vincolanti e del tutto da verificare nella loro concretezza. Il nome che è sbucato dal cilindro negli ultimi giorni è quello di Patritalia S.p.A., una holding fondata nel 2025 con sede a Modena che dichiara come missione il riacquisto di aziende italiane finite sotto controllo straniero. Il loro sito web dalla grafica un po' anni Novanta non offre l'idea di una realtà molto strutturata ma con molti tricolori ci trasmette lo spirito patriottico scatenato "dal sentimento d'ingiustizia di vedere il capitale industriale e l'eccellenza del nostro Paese, che ha insegnato al mondo come vestirsi, arredare, mangiare, disegnare, guidare e costruire, poi venduto a stranieri i quali hanno acquistato il valore ed il prestigio degli italiani senza valorizzarne la cultura ed il significato di ciò che realmente ora possiedono". Al di là degli obiettivi culturali oltre che industriali, il lavoro di Patritalia sarebbe raccogliere capitale "da entità ed investitori esterni tramite una gestione strutturata", qualsiasi cosa voglia dire. Viene il sospetto che quella dell'offerta Ducati sia una trovata per farsi conoscere, visto che i siti che la riportano non sanno dirne né la provenienza né l'autenticità. Perciò noi la riportiamo presentandola come tale, ovvero soltanto una voce che appare poco fondata e che attribuirebbe a Patritalia una proposta di acquisizione del 100% di Ducati addirittura per cinque miliardi di euro.
Abbiamo provato a contattare i diretti interessati e non abbiamo ottenuto risposta. Aggiorneremo l'articolo qualora l'avremo. Vi riportiamo però lo screenshot della loro pagina contatto perché la riteniamo esplicativa.
Al di là della precedente ipotesi, lo scenario più suggestivo per tutti i tifosi del marchio è un suo ritorno ad una proprietà totalmente italiana. A renderlo plausibile potrebbe essere Investindustrial, il fondo guidato da Andrea Bonomi: ha già posseduto Ducati, l'ha rilanciata e l'ha ceduta ad Audi nel 2012, ed era arrivato alla fase finale del tentativo di vendita del 2017. Conosce l'azienda, il management, i fornitori. Insomma potrebbe essere una strada percorribile.
Accanto a Investindustrial, c'è l'ipotesi Edizione, la holding della famiglia Benetton, che nel 2017 presentò a sua volta una valutazione indicativa di circa 1,2 miliardi di dollari arrivando in shortlist. Un ritorno di Ducati sotto un azionista italiano nell'anno del centenario avrebbe un peso simbolico enorme, ma difficilmente Edizione si muoverebbe da sola, vista una valutazione oggi sensibilmente più alta rispetto a otto anni fa. Un'italianità "di ritorno", insomma, possibile ma non scontata: servirebbe comunque un partner finanziario internazionale a fare da spalla. Si fa perciò largo un altro scenario che guarda, ovviamente, ad est.
Proprio ieri qui su Moto.it facevamo un raffronto sui volumi di un marchio prestigioso come Ducati con quelli di altri marchi notando come in India i numeri siano molto diversi. E allora chi, tra gli indiani, potrebbe volere Ducati? Il primo nome che ci viene in mente è Eicher Motors, casa madre di Royal Enfield. Un'acquisizione di Ducati permetterebbe a Eicher di compiere il salto dal segmento medio a quello premium ad alte prestazioni, portando in dote tecnologia, motorsport e distribuzione occidentale. In Eicher hanno già dimostrato di saper dare molto peso al valore di un marchio e alla sua storicità, puntano molto sulla comunicazione proprio come ha fatto Ducati. Va detto che Eicher sta già investendo pesantemente nell'espansione produttiva di Royal Enfield, il che potrebbe limitarne l'appetito per un'operazione da miliardi.
Restando in India, non possiamo non citare TVS Motor: ha già dimostrato con Norton di voler rilanciare marchi europei di prestigio, ma l'integrazione di Norton è tutt'altro che completata e gestire due operazioni occidentali complesse in contemporanea non sarebbe semplice, senza contare che Ducati è in pratica uno dei target di Norton che ambisce a diventarne concorrente.
L'altra ipotesi porta dritta dritta da Bajaj Auto. Il colosso indiano controlla già circa il 75% di Bajaj Mobility, capogruppo di KTM, Husqvarna e GASGAS, e dopo aver investito ingenti risorse nel rilancio di KTM viene difficile pensare voglia imbarcarsi in una seconda acquisizione premium di queste dimensioni nel breve periodo. Però, c'è un però. Proprio nelle ultime ore, come abbiamo riportato, Rakesh Sharma, Deputy Managing Director di Bajaj ha aperto all'ingresso di investitori su KTM. Che questo possa preludere ad altri movimenti?
C'è poi una terza via più "neutra", quella dei grandi fondi internazionali, che di fatto conoscono già il dossier dal 2017. Bain Capital è il nome più caldo perché non solo era tra gli offerenti otto anni fa, ma ha appena chiuso l'acquisto del 51% di Everllence, altra cessione di peso del gruppo Volkswagen, per 7,4 miliardi di euro. Un rapporto già rodato con Wolfsburg che potrebbe facilitare un secondo dossier. Restano in lista anche PAI Partners, CVC, Advent, KKR e Permira, tutti coerenti con un asset come Ducati (marchio globale, clientela premium, margini di crescita su abbigliamento, licensing ed experience) anche se il limite resta la redditività attuale: nel 2025 Ducati ha chiuso con 925 milioni di fatturato e 52 milioni di EBIT, un margine del 5,6% che spingerebbe un fondo a puntare più sulla crescita futura che sui conti di oggi. E poi si sa, che l'obiettivo dei fondi è solitamente aumentare il valore di un'azienda per poi passare all'incasso. Ma la Cina?
Di questi tempi non possiamo non considerare anche un possibile arrivo di capitali dalla Repubblica Popolare di Cina. Qui ancor più che nelle ipotesi precedenti, dobbiamo lavorare di fantasia. Se negli altri scenari c'era comunque un gancio con le precedenti offerte del 2017 o elementi di contatto in grado di solleticare qualcosa di un po' più concreto, nel caso dei gruppi cinesi possiamo solo pensare che i capitali necessari per un'acquisizione ci sarebbero. Quindi che si parli di Geely, CFMoto, Great Wall o Loncin, giusto per fare qualche nome, sono tutte strade tecnicamente plausibili ma politicamente più delicate viste e considerate le più che probabili richieste di garanzie su produzione e occupazione da parte di sindacati e governo italiano.
Concludiamo la carrellata con un giro veloce di mappamondo e ci fermiamo nel continente americano. Qui non possiamo che interrogarci su un possibile interesse da parte di Polaris Industries che già nel 2017 finì in shortlist. Tuttavia fatichiamo a vederne l'opportunità industriale e commerciale di questo matrimonio, anche se business is business è chiaro. Polaris ha già rinunciato ad Indian, il suo marchio di prestigio nel settore, perché dovrebbe lanciarsi ora nell'acquisizione di Ducati? Forse per gli stessi motivi che la spinsero a proporsi nel 2017: con Ducati andrebbe ad arricchire se non completare un portfolio che attualmente non ha moto sportive né competizioni su pista di massimo livello senza contare il patrimonio tecnologico e di know-how della Casa bolognese.
La parola definitiva spetta al consiglio di sorveglianza di Volkswagen, a cui il CEO Oliver Blume dovrebbe presentare il piano completo di ristrutturazione del gruppo. Solo a quel punto si capirà se Ducati compare davvero tra gli asset in discussione, oppure se come già accaduto nel 2017 la vicenda si sgonfierà lasciando il marchio dov'è si trova. Fino ad allora, quello che possiamo fare è continuare a ragionare su possibili scenari, senza spacciare le ipotesi per certezze. Tra un ritorno sotto bandiera italiana, un salto di qualità indiano o l'ennesimo giro di fondi di private equity, la partita resta aperta. E se c'è una cosa che gli ultimi mesi ci hanno insegnato è che a Wolfsburg, in questa fase, nessun asset sembra considerato davvero intoccabile.