Ecco cos'è il Motoverse di Royal Enfield [VIDEO]

Raduno? Evento di club, manifesto della cultura motociclistica indiana e globale? Siamo stati a Goa, India, per il Motoverse di Royal Enfield per capire anche noi se - e come - sia diverso dagli eventi simili che si tengono in Europa
7 gennaio 2026

C'è stato un momento, questa estate, in cui anche il mio ottimismo – tenace, ma che tiene sempre bene in mente la massima “un pessimista è un ottimista con buone informazioni” - ha cercato di battere in ritirata. È stato quando un paio di assurdi infortuni domestici mi avevano fatto tirare il freno a mano per un po'. Quelle settimane di purgatorio mi avevano sfiancato. E poi faceva caldo perché era agosto, e qui in Sicilia agosto non perdona.

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A tamponare il mio malumore, giusto in quei giorni arrivava l'invito a essere presente a novembre al Motoverse di Royal Enfield: il raduno più imponente e sentito del Marchio indiano, un evento annuale che chiama a raccolta a Goa, in India, tutti gli appassionati e tutti i testimonial dello storico brand che nel 2026 compirà 125 anni; dura tre giorni, si tiene all'aperto, al caldo, in una località turistica per gli indiani ma anche epicentro di comunità hippies nei meravigliosi '60 e – andando più oltre – colonia portoghese dalla storia complicata. E da pure il nome alla Goan, la chopper di Royal Enfield.

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Fast forward di un paio di mesi e mi ritrovavo quindi catapultato alla stessa temperatura di agosto ma con il 100% di umidità in più e a 6.000 km di distanza, intento scacciare zanzare e affondare le mani nella terra rossa che ricopre come cipria le strade indiane tra Mumbai e Goa. Ma il mood era tutto diverso: smaltita la rabbia di agosto avevo davanti il traghetto delle 21 nel primo dei due giorni di viaggio in moto; nel buio delle strade indiane e con le luci della costa a illuderci che saremmo arrivati dopo poco, quando in realtà mancavano ancora un paio d'ore, pensavo a quanto fossi fortunato a percorrere questo vero e proprio rito di passaggio in terra indiana per arrivare al Motoverse al quale, sia chiaro, io mi sono approcciato in modo laico e con candore fanciullesco, cercando di non darmi riferimenti che ad alcune latitudini possono diventare preconcetti.

Dopo essermi goduto due giorni in sella alla Mana Black nei 600 chilometri percorsi tra Mumbai e Goa, dopo essermi pure perso – scusatemi ancora una volta, organizzatori e colleghi – in mezzo a “strade” e dossi improvvisi e improvvidi, mucche da evitare, imprevisti dietro l'angolo ma anche tanta gente sorridente, ecco il Motoverse e la sua festa corale.

 

Tre giorni di Motoverse possono essere pochi, se pensi in grande. Innanzitutto perché l'area dove si svolge è dispersiva e poi perché se cerchi riferimenti europei potresti restare spaesato. E poi perché ho chiesto a ospiti illustri e organizzatori cosa fosse per loro il Motoverse, cercando di cogliere le peculiarità indiane di questo evento che mette in contatto lo spirito globale di Royal Enfield con una partecipazione trasversale, quasi ecumenica. È un evento per tutti: grandi, piccoli, giovani, meno giovani, motociclisti e non motociclisti, questo è certo; tutti trovano qualcosa fare, un'attrazione che incuriosisce, un momento dove essere se non protagonisti almeno gratificati e felici di essere lì. È anche un gigantesco raduno motociclistico, luogo di affermazione dei club del Marchio che arrivano da mezza India con le loro moto a rendere l'atmosfera viva e autentica, ma c'è anche l'anima da grande evento con i concerti serali delle star mondiali su un palco gigantesco, con gente che arriva e si gode la festa a prescindere dall'affezione al brand . 

Un momento dell'intervista a Mark Wells
Un momento dell'intervista a Mark Wells

Ero già stato in India ma ero cosciente che le dimensioni fuori scala del subcontinente avrebbero reso ogni esperienza precedente non paragonabile, e almeno in questo avevo ragione. Tuttavia sono rimasto quasi sorpreso dall'allegra compostezza del pubblico indiano, dal contrasto apparente tra le tecnologie usate per gestire il Motoverse e la semplicità dei ritmi e della vita intorno a Goa. Il caldo invece no, era feroce come mi immaginavo ma non mi ha impedito di entrare in contatto con la cultura motociclistica indiana, fatta ovviamente di moto usate smodatamente, senza riguardo e senza sosta, ogni giorno, ma anche di voglia di andare oltre, di sperimentare con ardite customizzazioni a volte molto riuscite – guardate nel video le Guerrilla 450 esposte nel padiglione a loro dedicato – altre volte più ingenue ma sempre sanguigne e dalle quali traspare una passione autentica e un linguaggio proprio. Ancora oggi non riesco a fare paragoni diretti e mi dico che strizzare il Motoverse in parallelismi forzati sarebbe fare un torto a tutti. Però è un'esperienza che va fatta. Anche se fa caldo, mi dico. 

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Quasi 40.000 persone in tre giorni – almeno così i dati ufficiali – hanno riempito l'area dell'evento, con zero sovrastrutture, zero retorica, una tangibile volontà da parte di Royal Enfield di federare i propri appassionati e di cementare lo spirito di gruppo (devo chiamarlo per forza “community”?) attraverso le gare di flat-track o a semplici attività dedicate a chiunque avesse voglia di divertirsi. Ho visto tanto entusiasmo contagioso, motociclisti autentici giocarsi la dignità in gare di braccio di ferro, interesse e affetto verso le novità Royal Enfield come la Flying Flea S6, la Himalayan 450 Mana Black e la Bullet 650 presentate in eventi dedicati e, anzi, apprezzato che i talk dove Nick Sanders, Freddie Spencer o Gordon May davano evidenza alle varie iniziative sparse per il globo di Royal Enfield fossero partecipati e vivaci. Capire quale collegamento tra racing e Royal Enfield sia attualmente possibile, scavare a fondo nella storia della moto e del modello più longevo al mondo (Bullet) oppure lasciarsi affascinare da uno dei viaggiatori in moto (e non solo in moto...) più mitici di sempre è stato impagabile, e la sensazione alla fine è che questi argomenti siano talmente intrecciati tra loro da rappresentare una sola narrazione.

 

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In definitiva il Motoverse travolge: l'ho lasciato con in testa ancora i ritmi e gli odori di Goa, il ricordo dell'epica partita di Moto-Polo, un'intervista al mio personale mito Freddie Spencer (la vedrete a breve su Moto.it) e incontri che mi hanno ispirato e dato benzina da bruciare per questi mesi lenti e freddi qui in Europa, dove avrò tempo di pensare a cosa rende unico il Motoverse. A voi lascio il video, come sempre sincero; come spesso accade, caotico. Perdonate, sono umano anche io.

 

Riprese: Antonio Privitera

Montaggio ed editing: Daniele Onorato

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