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Wadi Ad-Dawasir, Arabia Saudita, 12 Gennaio 2026. Insieme al Film della Tappa numero 8 e alla clip commento di Maurizio Gerini, un po' di pensieri.
Oggi a te, domani a me. Si diceva ieri. Ma c’è una variante storica dell’affermazione, che apre a una diversa prospettiva su quel che accade “normalmente”. Come se la Dakar fosse un mondo allargato. E in effetti, è una teoria niente affatto fuori luogo. Alla Dakar si è imbrogliato in lungo e in largo. Cose piccole, ridicole, altre enormi, inammissibili. A meno di non vederle sotto la lente di ingrandimento dell’Avventura di Thierry Sabine.
Bisogna considerare un fatto. La Dakar si svolge una volta l’anno e ci si lavora tutto l’anno. Tutti, dal privatone alla squadra ufficiale, ci tengono a finirla, a vincerla, a sconfiggerla. Altrimenti, appunto, si è sconfitti e si è buttato un sacco di energia nel cesso. Per portare a compimento un’Avventura, tutti i mezzi sono buoni, leciti. La Dakar delle origini non ha fatto eccezione, e la “tradizione”, almeno culturalmente, si è tramandata radicandosi nel tessuto dell’evento.
Si pensi. Parigi-Algeri-Dakar 1980, Gao-Bobo Dioulasso, 1.300 chilometri. Hubert Auriol è al comando, rompe il cambio della BMW. Si ferma un pulmino Toyota, Hubert sale sopra e assicura la moto al traino. Solo al controllo prima di Bobo, dice, “realizza l’errore”. Ripara, riparte, è in tabella. Thierry Sabine ci mette un po’ a convincere lo stupefatto “Africain” che quel genere di assistenza non è nelle già pochissime regole della Parigi-Dakar. A Hubert sembrava solo una soluzione logica per tentare di arrivare a Dakar.
Parigi-Algeri-Dakar 1987. Alessandro “Ciro” de Petri è un missile, incontenibile. Rompe la frizione durante la prima tappa in Algeria. Si ferma Gilles Picard, si ferma Franco Gualdi, sono i “portatori” d’acqua di Hubert e di Ciro. In 40 minuti i motori sono scambiati, e De Petri riprende la corsa disintegrando gli avversari. Il tempo di sviluppare la pellicola, e una foto mostra che le due moto, durante le operazioni, hanno lo stesso numero. Uno dirà una distrazione nel rimontare le placche, un altro che si sono scambiati la moto. C’è anche il tentativo di ricatto e si chiedono 30 milioni per quella foto. Al briefing della sera la sentenza. Ciro e Franco sono out.
Parigi-Algeri-Dakar 1988. Ari Vatanen è in testa. La Peugeot 405 Turbo 16 del campione finlandese sparisce dal bivacco di Bamako. René Metge, che dalla morte di Thierry Sabine ha in mano le redini del Rally, vede passare la machina, sono le due di notte, “guidata da un bianco”. Normale, alla Dakar si lavora tutta la notte. Ma la mattina scatta l’allarme, la 405 non c’è e non si trova, Vatanen non può partire nel tempo prescritto ed è sospeso. L’ha rubata un locale per farci un giro, i mafiosi per ottenere un riscatto, l’ha fatta sparire il team diretto da Jean Todt perché rotta e bisognosa di riparazioni “discrete”. Un giorno di reclami e appelli, l’organizzazione è irremovibile. Vatanen è fuori corsa.
A Hubert non si può più chiedere, uno dei più grand della storia della Dakar sorride in cielo. Leggete la sua storia nel libro TDSPP. Stupendo. A Roberto Azzalin e a Jean Todt sì, potete farlo. Quale che sia la risposta il mistero è lì, avvolto da 40 e passa anni di congetture e teorie, non vedo come possa essere svelato. Queste storie gli appassionati le conoscono bene. Non voglio fare il “rievocatore” o indagare, semplicemente notare una cosa. Questi “casi” non sono andati a Ginevra, ai TAR, ai giudici della legge sportiva o convenzionale. Sono rimasti dentro la Dakar e hanno un fattore comune. Sono stati risolti con un verdetto inappellabile. Ce ne sono a non finire.
Suona un po’ così: il problema non è se hai trasgredito oppure no. La questione si sposta sul fatto che tu l’abbia fatta franca, e allora sei stato bravo, o se l’hai fatta sporca, ed è giusto che tu sia punito. Si dirà che tutto è cambiato molto, compresa la Dakar, le sue infinite regole, il modo di gestirle. Si dice…
Ma io resto affascinato, come tutti allora, quando c’è qualcosa che mi riporta alla memoria quelle volte in cui il silenzio della Dakar persa nel nulla era rotto dal rombo dei bimotori che sembrava di essere sotto uno di quei cieli di notte a Londra. Dagli aerei che portavano vip, ospiti, parenti, amici e mogli… sbarcava magari anche qualcos’altro, e i meccanici che stavano all’orecchio tiravano un sospiro. La Marathon di oggi è un tentativo di purificazione, encomiabile, ma nessuno l’ha chiesta. La Dakar è la Dakar. Una storia a sé.
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