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Al Ula, Arabia Saudita, 7 Gennaio 2026. La prima volta che ho visto la Dakar era di notte. Anni ‘80, in Algeria, ero in moto con un fratello. Pensavamo di arrivarci di giorno, ma ci siamo persi più volte e ognuna era panico. All’improvviso una luce intermittente, potente, lontanissima ma chiara. Il bivacco. Sospiro di sollievo, finalmente una direzione certa. Non c’erano recinti, non c’erano guardie. Si vedeva lontano un miglio che eravamo turisti, ma nessuno aveva nulla da obiettare. Anzi. Portavamo notizie meno vecchie dal mondo reale. La prima persona incontrata è un barbone. Coperto di polvere, spossato, sta vagando per il campo alla ricerca di un ricambio. Conosco Bruno Birbes, amici per sempre.
La luce intermittente era montata su un’antenna del camion Africatours al centro del bivacco. Bivacco!? Era un’area sterminata, nessun ordine, nessuna corsia, nessuna infrastruttura. In comune solo quel Camion. Il bivacco era tutto quel che succedeva attorno a quella luce. Il caos, la polvere, pezzi di moto e di auto dappertutto. Al camion si mangiava, anche noi con le nostre gamelle. Pasta, fagioli e carne bollenti a bagnomaria, dessert gelati al cioccolato o creme caramel. Squisito. Si mangiava per terra, su un cartone, su una gomma, i più veloci in piedi attorno ai pochi tavoli rotondi. A un certo punto arrivava Thierry Sabine, saliva sulla sponda ed era silenzio. Un megafono, il briefing. Raccomandazioni. Qualcuno aveva fatto una cazzata. Fulminato con lo sguardo e messo alla berlina, non l’avrebbe fatta mai più. Poi salutava, anche te che non c’entravi nulla, e partiva.
Le tappe si misuravano in migliaia di chilometri, le XT facevano 100 all’ora, se volevi tenerle insieme. Prima Parigi-Dakar, 19 giorni per 8 tappe, seconda Dakar, 23 giorni per 8 tappe. Se eri bravo qualche giorno arrivavi a notte, se eri nella media iniziava la tua marathon quotidiana. Niente tenda, solo il sacco a pelo sempre sulla moto, lo zaino con quel poco, che era tanto. Da mangiare qualcosa nelle tasche, poca acqua, sapevi che avresti resistito. Il fuoco te lo accendevi per scaldarti l’anima sperando che ti vedesse qualcun altro e ti venisse a fare compagnia. Improbabile. Quella marathon era per lo più un’esperienza solitaria. Di vita, certo, come tutta la Dakar. Così via, un giorno dopo l’altro. A Dakar ti ricordavi cos’era una doccia, ma ci volevano giorni perché la terra rossa andasse via. C’era una bella differenza, certo, a essere ufficiali o privatoni. Quella c’è anche oggi.
Oggi la marathon è un’illusione di tempi andati. Alla marathon hai 500 chilometri alle spalle e 500 davanti. Ma sai in che direzione andrai. La notte è freddina, ma organizzata. Semplificata. Mangi caldo, ti scaldi al fuoco, puoi comunicare, hai meno cose da fare e più tempo per gli altri, tutti allo stesso ritmo. Niente meccanici. Ecco la differenza. Ma se la moto o l’auto sono a posto, cioè se non hai esagerato e non sei stato sfortunato, è la volta che dormi beato, senza il gasolio e i decibel dei generatori nel naso e nelle orecchie. Quasi non ti sembra vero. Certo, non hai il confort del motorhome.
È un po’ più complicato, insolito, ma sopravviverai.
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