Dakar 2026. T7 BIS. Per fortuna c’è ancora qualcuno che non fa finta di niente e tira dritto [VIDEO]

Dakar 2026. T7 BIS. Per fortuna c’è ancora qualcuno che non fa finta di niente e tira dritto [VIDEO]
Aiutarsi, essere disponibili, sacrificare tempo e strada per un compagno di avventura era una regola. Far finta di non vedere il maligno rovescio della medaglia. È cambiato qualcosa? Ce lo racconta Maurizio Gerini, che fa anche il punto della sua giornata alla ripresa delle ostilità. Il film della 7a Tappa
11 gennaio 2026

Wadi Ad-Dawasir, Arabia Saudita, 11 Gennaio 2026. C’è stato un tempo in cui davvero l’importante era riuscire a finire la Dakar, la Parigi-Dakar. Era una scommessa che si sapeva alla partenza, era probabile perderla. L’obiettivo primordiale era riuscire a imbrogliare un destino che sembrava ineluttabile. Margini e distacchi erano abissali, un’ora o due del tutto ragionevoli anche per andare a vincere. Ma restava sempre il problema: bisognava arrivare. Era diventato naturale, addirittura ovvio, fermarsi e correre in aiuto di un collega sfortunato. Era un gesto che riempiva il cuore di entrambi, qualcosa che dava un senso non solo al fatto di correre bensì di vivere l’avventura delle corsa come un capitolo della vita. Un gesto e un modo che ti avrebbero cambiato, questo era certo. Era utile, e molto bello, quasi più per sé stessi che per l'assistito. Era diventata una regola codificata, come si è soliti fare quando si è incapaci di “accontentarsi” dell’emozione. Allora il concetto era: oggi a te, domani a me.

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Azzalin ci ha raccontato di quando André Boudou, che correva con BMW, si fermò ad aiutare Hubert Auriol, che era davanti ed era il peggior nemico del suo capitano, Gaston Rahier, sulla micidiale ferrovia di Nouakchot. "Rahier era capace ad andare in moto ma era un “cancherino”” e rimbalzò solennemente il suo gregario all’arrivo, certamente alimentando quella particolare considerazione per cui, pace all’anima sua, era universalmente conosciuto. Era normale, Boudou ci rimase malissimo ma l’avrebbe rifatto il giorno dopo. BMW contro Cagiva non era un motivo sufficiente per rinnegarsi e per tradire l’anima della Dakar.

La corsa cambiava rapidamente. I margini di tempo da dedicare ad un eventuale “intervento” si assottigliavano inesorabilmente, altri generi di interesse si inserivano tra le buone intenzioni. Si è arrivati al tradimento facile dello spirito, eseguito con una tecnica semplice: aprire il gas, farsi vedere impegnatissimi nella guida, far finta di niente e tirare dritto. Magari, poi, avere l’ardire di scusarsi giustificandosi: “Non ti ho proprio visto, figurati se non mi sarei fermato…” Eh sì, anche il mondo era cambiato. Si è arrivati addirittura a invocare un aiuto, ottenerlo e poi non ricambiarlo, anche nella stessa circostanza (abbiamo bene in mente qualche esempio, no?).

Chi corre, anche chi sa di poter vincere, è obbligato a fermarsi in caso di incidente. Il tempo “perso” è rilevato dai GPS e restituito a fine tappe, ma chi si avvicina alla Dakar, anche oggi, ci crede ancora. Crede che alla Dakar si può essere addirittura migliori che nella vita, e il Rally di Thierry Sabine diventa una sorta di purificazione. Le condizioni in cui si cade in panne sono notevolmente “migliorate”, c’è il collegamento diretto via radio con l’organizzatore e la garanzia di un soccorso in tempi sempre ragionevoli, ma il gesto vive, esiste sempre. Meno male!

Oggi lo ha rilevato Maurizio Gerini, il nostro inviato speciale che corre in Auto con la Ebro di Laia Sanz, ma che conserva intatto, come del resto la sua Pilota, l’anima motociclista. Ha visto una corda penzolare a una moto, è andato a “indagare”. Si trattava di Tiziano Internò, che corre in Original by Motul, cioè perfettamente da solo. Si è fermato a 40 chilometri dalla fine della Speciale, ha lanciato la corda, agganciato e trainato Bradley Cox, ultimo ufficiale Sherco in gara, fino all’arrivo al bivacco.

Tra le auto, per esempio, cedere una delle ruote di scorta a un compagno di team è normale. Evita che il malcapitato sia costretto a rallentare drasticamente o a fermarsi. È sottinteso che se poi tocca a me, la ruota me la restituisci. Alle Marathon è obbligatorio aiutarsi a vicenda ed è l’unica risorsa. Sono cose un po’ diverse, ma ancora non troppo distanti dall’impulso originale. Certo il “richiamo” di Tiziano, come per un vaccino, fa bene. A tutti. Non è un caso isolato, e questa è la bella realtà, prerogativa del Rally-Raid, soprattutto in ambiente “privatoni”.

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