INTERVISTA

"Shakey" Byrne a ruota libera

- Shane Byrne è stato due volte campione Inglese Superbike, ha corso due stagioni in MotoGP ed ora si appresta ad affrontare la seconda stagione consecutiva nel mondiale SBK | C.Baldi
Shakey Byrne a ruota libera

Questo allampanato ragazzo inglese trasmette simpatia al primo sguardo. E’ allegro, sereno e felice. Vive vicino a Barcellona con la sua compagna e con suo figlio Zac, che ha quasi due anni.  Shakey incarna le doti tipiche dei piloti inglesi : è forte, coraggioso e determinato.
Non è più giovane – motociclisticamente parlando – e sino ad ora ha probabilmente raccolto meno successi di quanti ne  avrebbe meritati. Quest’anno deve affrontare la sua sfida più importante e sfruttare la possibilità di competere nel mondiale Superbike in un team che viene considerato alla pari delle squadre ufficiali e con una moto, la Ducati 1198 che oltre ad essere estremamente competitiva e la moto che lui preferisce.
Lo abbiamo intervistato a Phillip Island nei test che precedono le due prime gare della stagione.

Ci vuoi raccontare i tuoi inizi? La tua famiglia ti ha aiutato o ostacolato nel coltivare questa tua passione per le moto?
«Non ricordo un periodo della mia vita nel quale io non sia stato appassionato di moto e di corse motociclistiche. Nemmeno quando ero molto piccolo. La cosa strana è che i miei genitori non hanno nemmeno la patente per guidare l’automobile e quindi non capisco da cosa sia derivata la mia volontà di diventare un pilota di moto. Terminati gli studi lavoravo come ingegnere nell’azienda della metropolitana di Londra. Guadagnavo bene pur essendo giovane ed il lavoro era interessante. Un giorno un mio amico mi portò a vedere una corsa di moto. Rimasi talmente affascinato da questo sport che feci di tutto pur di iniziare a correre. Era il 1996. Comprai una 400 cc mi iscrissi ad una gara che si disputava sul circuito di Brands Hatch e la vinsi. “Wow -  pensai – ma allora vado forte!” Feci altre 3 o 4 gare e le vinsi tutte. Poi però incappai in una brutta caduta e mi ruppi il polso. Una frattura scomposta della quale porto i segni ancora oggi, ma che non mi fece certo cambiare idea. Ripresi a correre e nel 1997 e vinsi ben due campionati nazionali. Ricordo che erano gare affollatissime con più di sessanta iscritti. Ma correre mi piaceva tantissimo e fu allora che decisi di abbandonare il mio lavoro alla metropolitana di Londra per diventare un pilota professionista. Negli anni successivi partecipai al campionato Supersport per poi passare alla classe più prestigiosa : la Superbike. E arriviamo così al 2000, un anno che ricordo come un vero disastro.  Correvo nel British Superbike con una Honda ma cadevo spesso e mi ritrovavo frequentemente all’ospedale. Un annata da dimenticare. Continuai a correre in Superbike e nel 2002 salii per la prima volta su di una Ducati. Fu amore a prima vista. Vinsi tre gare e finalmente nell’anno successivo riuscii ad aggiudicarmi il titolo di campione Inglese Superbike, naturalmente con una Ducati.».

E arriviamo al 2004, l’anno del grande salto in MotoGP
«Mi trovai in una situazione davvero strana.  Aprivo i giornali e leggevo “Shakey ha firmato per il team Aprilia MotoGP”, ma in realtà nessuno mi aveva ancora contattato. Non solo, ma io in realtà avrei voluto gareggiare nel mondiale Superbike ed entrare nel team Ducati ufficiale. Andai a Borgo Panigale, ma purtroppo non riuscii ad entrare nella loro squadra in quanto Ducati aveva già firmato con due piloti e quindi mi venne offerta la possibilità di correre in America nell’AMA Superbike. Proprio mentre ero in Ducati per cercare di trovare un accordo, ricevetti la telefonata dell’Aprilia che mi voleva parlare. Fissammo un appuntamento a Valencia in occasione dell’ultima gara del mondiale GP. Ci incontrammo e mi offrirono tre anni di contratto per guidare la nuova tre cilindri, la Cube. Accettai. Era un programma ben strutturato che però per quanto mi riguarda si interruppe a Brno all’incirca a metà stagione,  quando a causa di una brutta caduta mi ruppi malamente il polso sinistro. Dovetti subire varie operazioni e non rientrai più in pista in quella stagione. L’anno successivo, nel 2004,  il gruppo Piaggio acquistò l’Aprilia e decise di porre fine al progetto MotoGP.  Ero a piedi. La Dorna però voleva che io restassi in GP e mi aiutò a cercare un nuovo team. Contemporaneamente mi arrivarono tre proposte molto interessanti dal mondiale Superbike, dove mi venivano proposte moto ufficiali. Ci pensai molto e poi decisi di restare in MotoGP. Questo è uno dei pochi motivi di rammarico nella mia carriera. Se tornassi indietro sarei venuto a correre nel mondiale  Superbike molto prima.

Questo è il mio campionato, il mio ambiente. Io sono un pilota da Superbike.  Però  quell’anno scelsi la Proton di Kenny Robert, una moto che utilizzava un motore KTM su di un telaio costruito da Roberts stesso. Fu una stagione disastrosa. La moto aveva mille problemi e all’incirca a metà della stagione Roberts decise di chiudere il team. Ancora una volta ero senza moto. Riuscii a restare in GP e andai a sostituire l’infortunato Bayliss nel team Camel Honda di Sito Pons. Fu una bella esperienza andai bene e ricordo che Sito era molto contento delle mie prestazioni. All’inizio feci tanta fatica ad adattarmi alla Honda, ma dopo poche gare iniziai ad andare forte e a raccogliere dei punti. Mi sarebbe piaciuto continuare con quel team, ma non fu possibile. Dovevo trovare una squadra per il campionato successivo e devo dire che ricevetti varie proposte sia da team della GP che della Superbike. Purtroppo però mi venivano offerte moto scarsamente competitive ed io non volevo correre per far numero, volevo correre con i primi, volevo vincere. Decisi allora di ricominciare da capo e di tornare in Inghilterra per gareggiare nel British Superbike. Volevo tornare a vincere e a fare qualcosa per la mia carriera, ottenere dei risultati che mi potessero aprire le porte di qualche team ufficiale. Se non hai una moto competitiva è meglio essere il primo in Inghilterra che il ventesimo in moto GP o in Superbike».

Riuscisti a vincere e a rilanciarti ?
«Corsi l primo anno con una Suzuki ed il secondo con una Honda.  Il primo anno, quello  con la Suzuki fu una stagione sprecata. Pochi test ed una moto che non era mai a posto. L’anno successivo entrai nel team Stobart Honda (che sarebbe poi lo stesso team che ora gestisce le Kawasaki ufficiali nel mondiale Superbike) e le cose andarono decisamente meglio. Il mio compagno di squadra era Tom Sykes. Salii spesso sul podio e riuscii anche a vincere una gara. Ma la svolta avvenne l’anno successivo quando finalmente riuscii ad entrare in un team Ducati.  Mi venne offerta la moto del team Airwaves, una squadra eccellente, grazie alla quale disputai un grande campionato e riuscii a laurearmi campione Inglese Superbike per la seconda volta».

A proposito di piloti Inglesi: a Portimao l’avete fatta da padrone. I piloti Inglesi sono stati tutti velocissimi e vi candidate ad un ruolo da protagonisti nel prossimo mondiale. Pensi che sia tutto merito del difficile British Superbike? 
«No, non credo che questi piloti siano così veloci e determinati solo perché hanno corso nel British SBK. Nel 2008 per vincere il campionato ho dovuto lottare in ogni gara con Camier, Sykes, Haslam, Crutchlow ed altri ancora. Questa è una generazione di piloti molto forti che è maturata nella Superbike Inglese e che poi è approdata nel mondiale. Ora che siamo tutti qui il campionato Inglese è molto meno difficile e combattuto e non penso che a breve vedremo nel mondiale altri piloti inglesi provenienti dal British SBK. Più che le piste ed il campionato, penso che ci sia servito molto lottare tra di noi in molte gare. Erano corese tiratissime nelle quali abbiamo imparato ad essere più coraggiosi e più veloci e a non mollare mai nemmeno un millimetro. Contro gente come Haslam, Rea o Crutchlow non ti puoi distrarre nemmeno per un attimo.  Ogni gara era una lotta serrata e chi vinceva sapeva di aver vinto una grande sfida e di aver sconfitto dei piloti molto forti. E’ una cosa importante. Se vinci con 10 secondi di distacco sei contento, ma sai che probabilmente non hai avuto dei grandi avversari. Ma se vinci in volata su quattro piloti con i quali hai combattuto dal primo all’ultimo giro, sei consapevole di essere un pilota forte e pronto a gareggiare per le sfide del mondiale. E così è stato per noi. Nessuno dei piloti inglesi è qui perché ha portato in dote degli sponsor o perché sia stato in qualche modo raccomandato da qualcuno. Ci hanno scelti perché siamo veloci e perché possiamo vincere».

Continua a pagina due, dove Byrne parla di Tourist Trophy, SBK e della vita da pilota...

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Mostrate spesso una grinta ed un coraggio degne del Tourist Trophy. Cosa pensi della storica corsa dell’isola di Man?
«Ho fatto qualche giro sul tracciato del Tourist Trophy, ma solo come “lap of honour” e non ci ho mai corso. E’ un circuito impossibile da imparare. Non è una vera corsa. L’esito della gara non dipende solo da te, ma dalle condizioni delle strade e poi uno stupido guasto meccanico ti può essere fatale. No, non mi piace correre in quelle condizioni».

Ma torniamo a parlare della tua carriera. L’anno scorso finalmente sei approdato al mondiale Superbike.  Non è stata una stagione negativa?
«Sì, ma nemmeno positiva. La stagione iniziò nei migliore dei modi e nelle prove di Portimao fui subito il più veloce. Pensai :”questa sarà una grande annata”.  Invece nelle prime gare di Phillip Island collezionai due cadute. In Qatar arrivai quarto in gara uno ma fui fermato da un problema di gomme in gara due. Da li in poi la mia stagione prosegui con molti problemi tecnici e con una moto che non migliorava. Noi non progredivamo mentre le altre moto erano sempre più veloci. Io cercai  di dare sempre il 110% anche se non dovetti imparare tutti i circuiti, però i risultati non arrivavano. Riuscii a fare una bella gara solo a Misano (terzo posto) ed in qualche corsa arrivai vicino al podio. Però non sono mai stato in corsa per il titolo».

E’ dura la vita in un team privato?
«Questo campionato è ogni anno più difficile. Ci sono quattordici moto ufficiali. Se vuoi salire sul podio come  minimo devi mettertene dietro undici. E’ un campionato durissimo. Certo rispetto alla MotoGP qui i privati hanno qualche possibilità di emergere, e proprio per questo è un torneo tiratissimo dove possono vincere in tanti.  Dopo l’anno di Bayliss e quello di Spies ora il campionato è aperto a molti piloti che possono aggiudicarsi il titolo e tra questi ci voglio essere anche io».

Quest’anno sei un pilota del team Althea.
«Al termine della stagione 2009 avevo sentito dire che stava nascendo un team privato Ducati molto forte e ben organizzato, con il budget necessario e con le persone giuste. Al termine del campionato i primi che mi avevano cercato erano quelli del team Kawasaki, che mi conoscevano in quanto, come ho detto, avevo già lavorato con loro in Inghilterra, quando gestivano il team Stobart Honda. Però non erano gli unici. C’era un'altra trattativa molto ben avviata che riguardava un'altra squadra ufficiale  Superbike».  

Era per caso l’Aprilia?
«Uhm …. may be, potrebbe essere (sorride)».

Quindi le proposte erano tre : la Kawasaki, il team Althea e questa casa ufficiale che non vuoi citare?

«Si avevo tre proposte e mi presi tutto il tempo necessario per prendere una decisione così importante.  Parlai per la prima volta con Genesio Bevilacqua – titolare del team Althea - a Portimao il giorno successivo all’ultima gara del campionato 2009. Non so ancora se farò una squadra con uno o due piloti – mi confidò Genesio - ma se deciderò di creare una struttura per un secondo pilota, voglio che quel pilota sia tu.  Passarono quattro giorni, durante i quali la Kawasaki mi sollecitava una risposta, ma poi ricevetti una telefonata da Bevilacqua : Shakey vuoi essere uno dei due piloti del nostro team ? Non gli diedi subito una risposta. Ci pensai ancora un po, ma tutto mi faceva propendere per il suo team. Non era una questione di soldi o di moto, ma quando pensavo al team di italiano mi sembrava quello più adatto a me ed alle mie ambizioni. E così presi la mia decisione, chiamai il mio manager e gli dissi di concludere con il team Althea. E’ stata la decisione giusta. Genesio ha rispettato tutto quello che mi aveva promesso. Il team è stato creato in poco tempo ma con tutte le persone giuste. Un team di professionisti con i quali sto lavorando  molto bene».

Pensando alla prossima imminente stagione, quali sono i tuoi obiettivi?
«Non mi pongo particolari obiettivi. So bene cosa serve per vincere il mondiale Superbike. In questo campionato non sarà importante solo vincere delle gare, ma sarà determinante l’essere estremamente costanti. Comunque mi piacerebbe moltissimo vincere una gara, perché sarebbe la mia prima volta nel  mondiale Superbike e ne sarei davvero felice, però non rappresenta il mio obiettivo principale. Lo scorso anno ha conquistato un solo podio, mentre quest’anno voglio salirci molto più spesso. Per certo uno dei miei obiettivi è quello di terminare il campionato in una delle prime quattro posizioni. Sarebbe un risultato fantastico che considero alla mia portata».

Tra i tuoi avversari quali sono quelli che consideri i più forti?

«Il clima in Superbike è cambiato quest’anno. Ora ci sono molti piloti giovani, forti e pazzi furiosi (ride), ma ci sono anche piloti come Biaggi che hanno molta esperienza e classe. Sarà un mix esplosivo.  Piloti come Biaggi o Haga che puntano alla vittoria nel campionato, saranno costanti per tutto l’arco della stagione, ma troveranno sulla loro strada molti piloti che rischieranno il tutto per tutto per la vittoria singola, in una sola gara. Haga e Fabrizio hanno le Ducati ufficiali e non possono non essere considerati tra i favoriti. Biaggi sarà uno dei piloti da battere. Carlos Checa, il mio compagno di squadra, è un pilota fortissimo con una straordinaria esperienza e con tanta classe. Ma come dimenticare. Toseland, Crutchlow e Rea? E’ incredibile, ma dovrei citarne ancora molti e correrei comunque il rischio di dimenticarne qualcuno che invece potrebbe vincere gare e campionato. Sarà un campionato che si deciderà solo nell’ultima gara di Portimao ad Ottobre».

Nel corso della tua carriera quali sono stati i piloti che in pista ti hanno realmente impressionato?
«Senza dubbio Capirossi Bayliss e Valentino. Tre piloti con qualcosa in più.  Guardando invece ai giovani che potrebbero diventare dei grandi piloti posso fare i nomi di Rea e Crutchlow. Entrambi hanno un grande  potenziale, però devono crescere ancora e dimostrare di poter mettere a frutto tutte le loro notevoli capacità.  E poi c’è Ben Spies che nell’arco di qualche stagione, o magari anche quest’anno, potrebbe entrare nella top five della MotoGP».

E Byrne?

«Attualmente sono contento e fiducioso, ma il campionato deve ancora iniziare. I test di Portiamo e di Valencia sono stati molto positivi, però bisognerà lavorare duramente in tutte le prove e in tutte le gare per mantenersi a livelli così alti.  Ci proverò. Ci voglio provare sino in fondo. Ho tutto per far bene. Un grande team, una grande moto ed un grande compagno di squadra che aiuterà tutto il team a lavorare al meglio. Darò il massimo per ottenere dei buoni risultati sin dalle prime gare qui a Phillip Island e poi vediamo cosa succederà».

Pensiamo che quest’anno Shakey stupirà molti e potrebbe essere lui la vera sorpresa del 2010, in un campionato che comunque di sorprese ce ne riserverà davvero tante.  
 

  • DocAlchemist, Milano (MI)

    un grande uomo...

    grande come pilota, adesso scopro un grande uomo.
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