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Marc Márquez ha rilasciato una lunga intervista nel podcast Tengo un plan. Un racconto a 360 gradi, con tantissimi aspetti interessanti. Come sempre ne abbiamo estrapolati alcuni che vi riportiamo qua sotto.
Sulla paura e sul rischio...
"Per quanto riguarda il fuori pista, vedo i pericoli facilmente. In aereo, per esempio, oppure in bici in discesa, oggi li vedo molto di più i pericoli, ma dentro un circuito, quello è stato uno dei miei punti forti e deboli: non vedere la paura, non vedere il pericolo. E ho dovuto lavorare per riuscire a vederlo, per dirmi: qui non è il caso di rischiare così tanto perché puoi farti male, qui non è il caso di rischiare così tanto perché non ce n’è nemmeno bisogno. Il mio istinto è sempre stato rischiare tutto, che fosse una sessione di libere o una gara in cui ti giochi il Mondiale. Piano piano con l’età l’ho iniziato a vedere (il rischio, ndr), ma quello che me lo ha fatto vedere davvero sono stati gli infortuni, perché la mentalità era una, ma con gli infortuni impari"
Qual è il momento in cui ti ricordi di essere stato più nervoso e come l’hai vissuto?
"Uno dei momenti in cui ero più nervoso ti direi il primo giorno in cui ho provato la Ducati a Valencia. Pensa. Eravamo lì io e il team, e quello è stato uno dei giorni in cui ero più nervoso. E ti direi anche l’anno scorso, le prime gare: i momenti in cui dovevo controllarmi di più. Non perché prima non mi agitassi, ma perché a 20 anni o a 15, io lo dico sempre, non ero realistico su dove fossi. Vivevo in MotoGP, ma per me non era reale. Non ero consapevole di dove fossi. Adesso a 33 anni sei consapevole di dove sei, di cosa significa, hai più responsabilità, senti tanti sguardi addosso e tutta quella pressione la percepisci di più. Forse la gestisci meglio, ma la senti di più. Però sì, uno dei giorni in cui sono stato più nervoso nella mia carriera è stato il primo giorno in cui ho provato una Ducati con il team Gresini a Valencia"
Sull'addio alla Honda a fine 2023, avevi la sensazione che li stavi tradendo?
"No, non avevo la sensazione di tradirli, perché loro mi hanno trasmesso fiducia. Uno dei punti chiave era: se me ne vado, resteremo amici? E loro mi dicevano: ma certo. Io dicevo: non smetterete di parlarmi, vero? E loro: smettila di dire sciocchezze. Però sapevo che c’era la possibilità che non avremmo più lavorato insieme. Quindi era come dire: lo lascio, ma non voglio lasciarlo. Però so che per me andrà meglio. Un po’ come una relazione, non direi tossica perché non lo era, ma quando in una relazione arrivi al punto in cui capisci che dobbiamo lasciarci o prenderci una pausa per vedere cosa succede, perché è la cosa migliore per me. Ed è andata così. Però quello che mi diceva il cuore non era la stessa cosa che mi diceva la testa"
Pensi che sarebbe bello chiudere il cerchio tornando un giorno in Honda?
"Evidentemente sarebbe molto bello chiudere il cerchio, ma per me il cerchio è già chiuso. Il cerchio della mia carriera sportiva io l’ho chiuso personalmente. Tutto quello che arriva adesso è benvenuto. L’ambizione è la stessa e le opportunità di vincere sono le stesse, ma io non volevo che la mia carriera finisse con quella frase: dopo l’infortunio del 2020 non ha più vinto. Sono tornato a vincere. Basta. Il cerchio è chiuso. Mi sono rimesso in pace con me stesso perché sono state prese una serie di decisioni, come rientrare troppo presto (nel 2020 dopo l'infortunio a Jerez, ndr), che hanno allungato quell’infortunio. Ora tutto quello che verrà è benvenuto. Ma una delle cose che ho imparato è che non devi fare una cosa o un’altra per fare bella figura: devi cercare il meglio per te, perché la carriera di un pilota dura 10 o 15 anni se va bene, e devi sfruttarla al massimo"
Sei pronto per una domenica senza gare? Cioè una domenica da ritirato, a casa. O magari fai il manager, il team principal. Questo momento del ritiro ogni tanto ti viene in mente?
"Sono consapevole che è sempre più vicino. E ti direi una frase che ho usato in passato e che sarà così: io andrò avanti finché il corpo regge. Però non sai a quale età il corpo smetterà di reggere. Io allungherò la carriera finché il mio corpo reggerà. So che finirò prima per il corpo che per la testa. Prima per il corpo che per la voglia di continuare. Però devo anche capire il punto in cui il rapporto tra sofferenza e ricompensa non regge più"
Come visualizzi il tuo futuro fuori dalla MotoGP, fuori dal vincere, fuori dal competere? Pensi che ti porterai questa competizione in un altro ambito o ti sei già saziato di vincere e farai altro?
"Su questo ho curiosità. Una delle cose che stancano di più uno sportivo è l’esposizione mediatica. Essere sempre sotto i riflettori, con le telecamere, oggi non puoi nemmeno fare una sciocchezza che va dappertutto. Questo è quello che stanca di più: i Gran Premi, le interviste, una telecamera sempre dietro, i social. E se guardi un pilota, almeno nel motociclismo che è quello che ho vissuto più da vicino, si ritira, sparisce per un anno e mezzo o due, ma poi torna ad apparire, come se volesse di nuovo essere coinvolto. Non l’ho parlato con nessuno di loro, ma si vede con Jorge Lorenzo, con Casey Stoner che è riapparso, con Dani Pedrosa con cui ho un grandissimo rapporto. Dani si è fermato e poi è tornato, e chi lo avrebbe detto quando correva che avrebbe commentato le gare? Era molto introverso e invece adesso lo fa benissimo. Questa è una delle curiosità che ho: capire cosa succederà. Ed è una domanda che ho in sospeso con loro, perché con tutti e tre ho un gran rapporto"
Di cosa hai più paura: del giorno in cui ti ritirerai o del giorno in cui il tuo compagno di squadra ti batterà, perché è una cosa che nella tua carriera non si è ancora vista: il tuo compagno, con la tua stessa moto, tutto uguale, che comincia a batterti. Quel giorno arriverà...
"È una cosa naturale. Non puoi vivere con la paura che il compagno di squadra ti batta. È vero che finora non è mai successo, ma è una cosa naturale e succederà. È come Leo Messi: non è mai stato riserva. Se oggi giocasse nel Barça, chi sarebbe titolare? Leo Messi o Lamine Yamal? Questo non vuol dire che Lamine sia meglio di Messi. Oggi per me no. Poi tra vent’anni vedremo. È una cosa completamente naturale. È più il morbo della gente che quello che può colpire me. Non mi preoccupa tanto, perché la cosa anormale sarebbe che a 33, 34, 35 anni continuassi a battere quelli che arrivano a 20, 21, 22, 23 anni, con la mente fresca, senza infortuni e senza paura di niente. Come dice Carles Puyol: non metti il piede allo stesso modo in un contrasto a 20 anni e a 35. È lo stesso in moto: non entrerai in una curva veloce allo stesso modo a 20 o a 35. Questo non vuol dire che non puoi essere veloce con l’esperienza, o che non puoi difenderti bene con l’esperienza, ma non vai uguale"
Qual è stato il tuo sfizio più grande?
"Una macchina. Una delle poche che mi sono comprato davvero: una Porsche Turbo S. Poi l’ho venduta per comprarmi un’Audi RS6, perché non la usavo. Mi vergognavo ad andare in giro con quella macchina. Ce l’avevo in garage, dopo un anno aveva 4.000 chilometri. Io vado sempre con amici, con gente, con mio fratello. In quella macchina in quattro stai scomodo. La prendevo solo e poi pensavo anche: adesso dove la parcheggio? Così l’ho venduta e mi sono preso l’Audi RS6"
Adesso che siete nel periodo dei rinnovi per il 2027, capisci quelli che mettono nella bilancia più l’aspetto economico che quello sportivo? Andare su una moto che magari è un disastro, ma ti paga tantissimo...
"Sì, lo capisco. E lo condivido"
Lo condividi? Spiegalo
"Io posso prendere decisioni come dire no a un certo contratto e andare a cercare la moto vincente perché dietro ho già una base. Mi deve andare davvero male per bruciarmi tutto quello che ho, e comunque ho attorno persone professionali: avvocati, family officer. Certo, te lo puoi anche spendere tutto, si è visto di tutto, ma con la testa no. Nel mio caso ho già una base, un cuscino importante. Quindi più o meno non mi cambierebbe lo stile di vita. Potresti avere uno sfizio più grande, ma anche senza puoi vivere. Però un pilota che ha fatto tutta la carriera e magari adesso ha la possibilità di andare in un team ufficiale, o uno che pensa: non so per quanti anni correrò ancora, preferisco il contratto economico. Lo capisco. Se a un pilota cambia la vita avere 100.000 euro in più, 200.000 in più, 500.000 in più, lo capisco eccome. Perché a 30, 33, 35 anni la carriera finisce e se in banca hai due milioni invece di uno, a 35 anni ti può cambiare parecchio la vita. Per questo capisco chi privilegia il contratto economico o quello sportivo a seconda del momento della carriera: se stai iniziando, sportivo; se senti che stai finendo, economico"
Pensi che saresti andato davvero in Gresini se ti avessero detto: ti paghiamo 50.000 euro quest’anno, o non ti paghiamo niente?
"Non mi hanno pagato niente" - (potete sentirlo voi stessi cliccando qui)
Davvero? Cioè sul contratto c’era zero?
"Sì, era così l’accordo, e io ero d’accordo. Questo non vuol dire che non percepissi nulla nell’anno, perché avevo i miei sponsor personali, la tuta, la mia immagine. Ma dal team io ho detto che volevo la moto. Punto. Mi hanno detto: non possiamo pagarti. E io: non importa"
Che follia...
"Per le persone è un bell’esempio: volevo quello. Però non è un buon esempio per il campionato, perché io dico sempre che i piloti devono farsi valere. Io ero in una situazione molto unica, perché ne avevo bisogno. Ma i piloti lì dentro si giocano la vita e devono farsi valere. Per questo si sta lavorando anche a un salario minimo nel campionato: perché a 350 all’ora ti stai giocando la vita. Come in qualunque lavoro: più rischio, più ti devono pagare"
A che ora ti svegli più o meno?
"Alle otto"
Ti alleni a digiuno o fai colazione?
"Faccio sempre colazione. L’idea del digiuno no. Di solito avena, oppure toast con tacchino e avocado, le solite cose. Niente di speciale"
Prendi caffè?
"Sì. Al mattino faccio fatica a carburare, sono piuttosto diesel"
E gli allenamenti come li organizzate? Moto? Palestra?
"Di solito abbiamo un preparatore per la parte di palestra, pura muscolatura. Poi abbiamo un fisioterapista nel team personale e anche un fisiologo"
Cosa fa il fisiologo?
"Ti aiuta a organizzare il corpo. L’ho introdotto più avanti. Quando hai 20 anni va bene tutto: puoi fare colazione con quello che vuoi, allenarti come vuoi, uscire la sera e il giorno dopo allenarti bene. Adesso no. Il fisiologo cerca di ottimizzare il corpo, con la dieta, con gli integratori, quelli normali: omega 3, vitamina D, multivitaminici. Poi ti gestisce in base al calendario, alle gare, alle temperature che troverai. Così adatti il corpo e l’allenamento: se devi prepararti di più al caldo, se devi prepararti a uno sforzo di forza, se devi lavorare su altro. Tutto il team lavora coordinato"
Quindi poi fai questo allenamento al mattino, mangi e il pomeriggio prendi la moto? O non tutti i giorni?
"La moto la prendo un giorno alla settimana al massimo. Uno o due. Se è prestagione, a dicembre o gennaio, magari una settimana anche tre, ma due giorni. Poi quando inizia il calendario con 22 gare fai un giorno di moto alla settimana, di solito mercoledì o giovedì. Faccio tre giorni di palestra e poi due o tre giorni di cardio, sempre con un giorno di riposo, per il corpo e per la testa, di solito sabato o domenica"
Mi interessa il tuo dialogo interno con la routine quotidiana, nel senso della pigrizia, della procrastinazione, quei giorni in cui tutti abbiamo un calo. Hai un mantra? Ti dici qualcosa? O semplicemente non pensi e vai per inerzia?
"Non penso niente, perché lì entra in scena mio fratello, entra Alex. Lui magari ha la mia stessa pigrizia o più della mia. Però se vede che io vado, allora va. Io dico sempre: quando uno comincia palestra, deve fissare con qualcuno, altrimenti non ci andrà mai. Devi prendere un impegno con un allenatore, con un amico, con qualcuno. Noi ci alleniamo sempre insieme con Alex e abbiamo lo stesso allenamento, la stessa dieta, tutto uguale. Ovviamente i supplementi cambiano un po’ in base alla genetica e agli esami, ma l’idea è quella. Se hai pigrizia dici: va bene, ma l’altro va. Se non hai voglia: l’altro va. Se ci sono tre ore di bici e a due ore vorresti fermarti, l’altro ne fa tre. Quindi non ho una frase speciale, non ti posso dire un mantra. So solo che Alex lo fa e allora lo faccio anch’io. L’altro giorno, per esempio, con la bici aveva un problema alla sella e quasi a casa gli dico: vai pure, io finisco le tre ore. Lui era a due ore e mezza. Poi lo vedo arrivare con la gravel: era tornato a casa, ha cambiato bici e si è rimesso in strada per finire le tre ore come me. Se non ci fossi stato io, con un problema alla sella se ne sarebbe andato a casa dicendo: vabbè, due ore e mezza bastano"
C’è un’altra parte: l’allenamento mentale. Di te colpisce che hai sempre detto di non aver mai usato uno psicologo, di non essere andato dallo psicologo per affrontare i tuoi problemi. È paura? È che non ti piace? Pensi che sia da matti? Perché non ci sei andato?
"No, uno psicologo serve. Io credo che molte volte possa aiutarti a mettere ordine, soprattutto nella vita, nella routine, nel lavoro in pista. E può aiutarti anche con le paure, con i dubbi. Però ho avuto la grande fortuna di avere un ambiente molto sano, con la fiducia necessaria per dirmi quello che dovevano dirmi quando dovevano dirmelo. Un pilota, come un atleta, ha momenti in cui non gli puoi parlare e momenti in cui invece sì. Dopo una brutta gara magari lasciami un’ora e poi puoi dirmi che ho sbagliato. Il mio ambiente è quello che mi ha aiutato di più e che mi ha fatto staccare di più. Per questo non ho avuto bisogno dell’aiuto di uno psicologo. Non dico che non succederà mai. Magari mi ritiro e ne avrò bisogno. Ma per ora non mi è servito"
In quell’anno in Honda in cui stavi pensando al tuo futuro, immagino che dal punto di vista della salute mentale sia stato uno dei momenti peggiori della tua vita. Come lo gestivi nella quotidianità?
"Dal 2020 al 2023 non ero nemmeno più io. Sul momento non te ne rendi conto, entri in una spirale, poi sì. C’erano due aspetti: vivere con dolore e non essere felice nella tua professione. Erano due cose pesantissime. La più dura era vivere con dolore. Una routine di fisioterapia, tantissime ore, lettino, trattamenti. Era come essere in prigione. Io volevo uscire, andare in moto, fare le mie cose, ma non potevo. Ogni volta che andavo in moto poi pagavo tutto il doppio: facevo un’attività e stavo male tre giorni. Quindi era come dire: sì, faccio questa cosa, ma poi sto tre giorni in hangover fisico. E allora non ti viene voglia. Mentalmente era durissima, ma lì entrava in gioco il team che avevo in circuito, che erano amici. Io arrivavo al giovedì e a cena non parlavamo di moto, ma della vita, di casa, di altre cose. Però sorridevo molto meno. Il sorriso mi costava"
Quando chiudi gli occhi e pensi al periodo 2020-2023, qual è il momento peggiore che ti viene in mente?
"Marzo del 2022. O aprile del 2022. Dolore al braccio, le cose che non uscivano. Tutto l’inverno dal 2021 al 2022 ero andato avanti soffrendo. Inizio il 2022 e non stavo bene, poi cado in Indonesia e torna la visione doppia. Colpo in testa, visione doppia di nuovo"
Per far capire a chi ci guarda: cos’è la visione doppia?
"Puoi vedere due teste, una di lato, una sopra l’altra. Hai la testa che ti scoppia, non puoi guidare la macchina, non sei autonomo. Non sei indipendente. Hai bisogno di qualcuno che ti porti ovunque. Ti spaventa tantissimo. Per fortuna quella volta è durata poco, dopo tre settimane si era stabilizzato tutto. Però poi sono tornato a correre con il dolore. Dolore, dolore, dolore. E lì ho deciso per la quarta operazione. Ho detto: così non posso andare avanti. Non riuscivo a sollevare una borsa della spesa e metterla sul tavolo. Eppure continuavo a gareggiare. Ma ho detto: dobbiamo fermarci, perché così mi farò male davvero. Anche perché io non sapevo correre per fare quindicesimo. Rischiavo, cadevo, e arrivavano altri infortuni"