MotoGP 2026. Giacomo Agostini: "Marquez può battere il mio record? Tutto è possibile, ma spero di no, altrimenti mi inviteranno almeno alla festa" [VIDEO]

Giacomo Agostini si racconta tra ricordi indimenticabili e visioni sul futuro della MotoGP: dai 15 titoli mondiali alle riforme del 2027, passando per Marquez e i giovani talenti italiani. L'intervista
10 marzo 2026

Giacomo Agostini, 15 titoli mondiali, 122 vittorie nel Mondiale: numeri che nessuno ha ancora saputo avvicinare. Ai microfoni di Moto.it, a margine del Gran Premio della Thailandia 2025 durante Motodays 2026, il Campionissimo di Lovere ha parlato di presente e futuro della MotoGP, tra analisi di mercato, previsioni sul campionato in corso e una visione netta su come dovrebbe evolversi la categoria. Il tutto condito da ricordi personali che raccontano un'epoca irripetibile del motorsport mondiale.

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«I record sono fatti per essere battuti, ma spero rimangano miei»

La prima domanda è quasi obbligata: Marc Marquez può battere i record di Agostini? «Come dico sempre, i record sono fatti per essere battuti, quindi è possibile, tutto è possibile. Gli anni passano per tutti, e Marquez è quello che oggi potrebbe avvicinarsi o batterli. È ancora giovane, però non ha tantissimi anni davanti per farlo. Speriamo che rimangano a me — altrimenti mi inviteranno alla festa.»

Battute a parte, l'analisi sul campionato 2025 è attenta e precisa. Per Agostini il grande favorito resta lo spagnolo della Ducati factory: «È campione del mondo, ed è l'uomo da temere. Ha ricominciato dopo l'infortunio dell'anno scorso, è stato fermo tutto l'inverno, però è un pilota molto forte.» Eppure il tifo, quello vero, va agli italiani. Su Bezzecchi con Aprilia, reduce dalla vittoria in Thailandia: «Sta andando molto bene, ha vinto domenica e sta dimostrando tutto il suo valore.»

E su Pecco Bagnaia, atteso al riscatto dopo una stagione 2024 al di sotto delle aspettative: «L'anno scorso ha avuto forse un calo di interesse, un calo di grinta, è stato un po' così, forse con tanti pensieri. Io mi auguro — siccome è stato campione del mondo — che possa ritornare come prima. Basta ritrovare la grinta e la voglia di vincere, non pensare che magari qualcun altro sia più veloce di te, ma essere aggressivo. Ha le qualità per tornare a vincere, è giusto apprezzarlo e capire che ha le doti per farlo.»

Il mercato anticipato

Uno dei temi più discussi di questa stagione riguarda i movimenti di mercato già in corso: voci su Bagnaia in Aprilia, trattative avanzate, piloti che sembrano già altrove con la testa. Agostini non le manda a dire: «Oggi siamo troppo veloci. Sai già all'inizio della stagione che cambierai per un'altra squadra, e così perdi il feeling, il rapporto. E anche il team dirà: come faccio a lavorare per questo pilota che poi ci lascia? Direi che stanno esagerando, come in tante cose stanno esagerando.»

La proposta del Campionissimo è chiara: aspettare almeno la metà del campionato prima di aprire ufficialmente le trattative. «Sarebbe giusto aspettare almeno metà campionato, non iniziare prima. Anche perché poi ci si racconta tante cose: Aprilia ha già Bezzecchi e Martin, quindi non so cosa possano fare di più. Sono tante chiacchiere. Sarebbe meglio iniziare a parlare di mercato a metà stagione, non adesso.»

Yamaha e Honda: «Mi stupisce che non riescano a essere competitivi»

Un capitolo a parte merita la situazione delle due case giapponesi storicamente dominanti. Agostini, che con Yamaha ha vinto gli ultimi due titoli della sua carriera, ammette una certa sorpresa: «Mi meraviglia che un'azienda così grande, così forte tecnologicamente, non riesca ad avere una moto competitiva. Quartararo per me è un pilota molto forte, potrebbe lottare per il campionato del mondo, ma in questo momento la moto non glielo permette. Stanno lavorando molto, e io ho fiducia perché è un'azienda molto grande — non so, ma credo che Yamaha faccia 20.000 moto al giorno. Quindi la tecnologia e il potere economico ci sono. Mi auguro che torni, anche per lo spettacolo.»

Lo stesso vale per Honda: «È la casa motociclistica più grande al mondo, e sta avendo difficoltà. Questo dimostra che i nostri tecnici italiani sono davvero molto bravi. È giusto vedere Ducati, Aprilia, KTM, Yamaha e Honda tutte competitive: è quello che rende grande questo campionato.»

2027: «Meno tecnologia, più pilota»

Il punto su cui Agostini si accende di più è la riforma regolamentare prevista per il 2027, quando la MotoGP passerà a motori da 850cc con importanti restrizioni aerodinamiche e tecnologiche. Il Campionissimo spinge su questa direzione da tempo: «È un po' che spingo per qualche cambiamento. Oggi c'è troppa tecnologia. Io vorrei che il pilota avesse più potere, e che la vittoria fosse più merito del pilota e non della tecnologia. Oggi schiacciano un bottone e tutto si abbassa. Una volta era il polso. Darei più valore al pilota, e spero che con i nuovi regolamenti si torni a questo.»

La critica alle ali aerodinamiche è netta: «Le ali le hanno gli aeroplani, non le moto. Non devono esserci sulle moto da corsa.» E sulla potenza eccessiva il ragionamento è altrettanto diretto: «Quando correvano Hailwood, Agostini, Read, Surtees, Pasolini, avevamo 100-150 cavalli e davamo spettacolo — l'ho dimostrato anche negli ultimi anni, tutti i nostri piloti lo hanno dimostrato. La potenza mette solamente in crisi il telaio, le braccia del pilota, i freni, le gomme. Oggi tanti, per finire la gara con le gomme integre, devono risparmiare. Ma noi vogliamo vedere il pilota che dà il massimo, non quello che fa la regolarità. Il pubblico vuole vedere il pilota che fa cose che non tutti riescono a fare.»

L'850cc è quindi accolto con favore, pur con realismo: «850 o 1000? Per il pubblico non cambia niente, non è che guardiamo la cilindrata. Ma facendo l'850 togli potenza, ed è esattamente quello che vogliamo: vedremo i piloti partire dando il massimo, senza dover pensare alle gomme. Anche i freni ringrazieranno — ne parlavo proprio con Brembo: oggi sono al limite pure loro.»

«Il mio primo titolo? Me ne sono accorto il lunedì»

La parte più intensa dell'intervista è quella personale. Al ricordo più bello in pista, Agostini risponde con una storia che dice tutto del suo carattere: «Ricordi ne ho tanti. Ma direi che il primo è quando ho vinto con la mia moto privata, comprata dal concessionario. Il meccanico era il panettiere del paese: quando gli chiesi di cambiare la candela, mi rispose "Dov'è la candela? Non so dov'è la candela." E ho vinto quella gara. È stata la vittoria del mio primo amore, non posso dimenticarla.»

Ma il ricordo che fa scendere le lacrime è il primo titolo mondiale, conquistato a Monza nel 1966: «Sul momento non mi sono reso conto. Ho visto già il traguardo, ma al momento non mi sono reso conto di essere io il campione del mondo. Me ne sono accorto il lunedì, quando mi sono alzato, ho letto i giornali, ho visto un po' di televisione — e mi sono scese anche le lacrime. Io che sognavo solo di fare una gara in moto, non di vincere. Solo di fare una gara. E invece ero campione del mondo. È stata una cosa molto grande.»

Su cosa significhi vincere tanto e a lungo, la risposta è una lezione di metodo: «Per vincere devi avere tutto, non puoi avere una cosa sola. Devi essere bravo in frenata, bravo in curva, capire la traiettoria, uscire con la potenza più possibile. Sono tante cose messe insieme. Non vince solo una cosa: vince il pilota, vince la moto, vince la squadra. Dopo il primo titolo pensavo di stralciare tutti. Invece no. Ogni anno, finito il campionato, pensavo già all'anno dopo e iniziavo subito la preparazione. Ho sempre pensato che potesse arrivare qualcuno capace di battermi. Quella consapevolezza è stata la mia forza.»

L'intervista si chiude con una storia che strappa più di una risata, ambientata proprio vicino Roma, all'Autodromo di Vallelunga. Una pista che Agostini conosce bene, con cui ha un conto in sospeso. «Ho un brutto ricordo di Vallelunga», esordisce con la sua ironia. «Con la 250 mi si è rotta la pompa dell'olio, si è bloccato il motore e ho fatto una caduta a 100 all'ora. Mi sono consumato le mani, e — come dire — anche le chiappe. È stata una brutta storia, mi è costata molto.»

Ma è il finale a trasformare un incidente doloroso in un racconto indimenticabile: «Quando mi hanno portato in ambulanza, c'erano due infermiere che si divertivano — proprio si divertivano — a togliermi i sassolini dal sedere. Io dicevo sì, me la sono cercata. Mi sono ridotto male.» Una pausa, un sorriso.

Un finale in perfetto stile Agostini: autoironico, genuino, umano.

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