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Nella nostra vita a ritmi sempre più sincopati, c'è un sogno che ormai si è fatto strada: mollare tutto, andare a vivere in un posto dove il rumore di fondo è il vento e non il traffico. Crogiolarsi nell’idea romantica di ridurre la propria vita all'essenziale. (Beh, estremi a parte, anch’io so bene di cosa si tratta visto che recentemente ho sostituito il traffico cittadino di Milano con quello delle mucche di montagna). Mi riferisco però proprio alla visione romantica che spesso non si traduce in un cambiamento radicale. Ma che sotto sotto scava comunque un’insoddisfazione per la realtà.
Non è un'idea nuova, anzi. Duecento anni fa Henry David Thoreau si è chiuso in una capanna in un bosco e ci ha passato due anni per scoprire cosa restasse della vita una volta tolto tutto il superfluo e raccontarlo nel suo Walden.
Già allora si correva troppo, pensa un po’.
Ecco, anche tra le moto c’è l’equivalente della capanna nel bosco di Thoreau e quell’equivalente sono le moto agricole. Rappresentano l'estremo opposto della sofisticazione a cui ci hanno abituato le moto moderne. E oggi proviamo a spiegarci perché ci piacciono così tanto pur essendo moto che il 99% di chi le guarda non comprerebbe mai.
Come il 99% di noi non tornerebbe davvero a fare il contadino...
Partiamo dalle basi: cosa intendiamo per "moto agricola"?
Non è un genere ufficiale, come che so naked, enduro, adventure ma è più una filosofia costruttiva che si basa per forza di cosa su elementi tecnici ripetitivi: monocilindrico raffreddato ad aria, due valvole meglio di quattro, carburatore al posto dell'iniezione elettronica, cavalletto doppio per potersi appoggiare su entrambi i lati, portapacchi più ce ne sono meglio è, frizione bloccabile per lavorare da fermi.
Ma soprattutto zero elettronica di gestione oltre lo stretto indispensabile e una essenziale robustezza per costi di acquisto e di gestione molto ridotti.
Sono in pratica dei piccoli trattorini a due ruote.
Mi riferisco alla Kawasaki Stockman (letteralmente Allevatore, Mandriano) venduta in Oceania e Indonesia. Oppure alle Yamaha AG125 e AG200F in vendita sempre da quelle parti e mezza Africa per le quali AG sta proprio per Agricoltural. Hanno talvolta ancora freni a tamburo, lampadine alogene, kickstarter di scorta. O ancora la Kawasaki KLX150 XPL, che si traveste un po' da mini-Dakar ma in fondo ha lo stesso motore: carburatore Keihin, doppio avviamento elettrico e a pedale, 121 kg in tutto.
Ma penso ad esempio anche al motorino elettrico sempre australiano Ubco 2x2 con due ruote motrici e zero carenatura.
Sono insomma moto pensate per lavorare nei campi, letteralmente. Non per fare strada, non per fare status. Per portare foraggio, controllare le bestie, resistere a botte, fango e disattenzione.
E non è un caso che il loro mercato sia proprio laddove le proprietà terriere sono più vaste e l’idea di pedalare non è contemplabile.
Non sono dunque moto pensate per il nostro mercato e anzi non vengono neppure importate in Europa. Ma la parte curiosa è che ogni volta che su Moto.it pubblichiamo un articolo su una di queste moto, succede sempre che riceviamo migliaia di click. Migliaia di motociclisti dunque si fiondano a leggere la scheda tecnica di una moto da 12 cavalli con il carburatore, che per giunta non può nemmeno comprare. Ci siamo chiesti perché?
E intanto è diventata quasi "una rubrica fissa" e abbiamo iniziato a chiamarla scherzosamente "il catalogo dei desideri minimi". E il paradosso è tutto qui: se interessano così tanto, perché nessun costruttore ce le vuole vendere?
O in altri termini: questo mercato esiste?
La risposta è meno romantica di quanto vorremmo.
Il mercato, quello vero, quello fatto di gente che va davvero dal concessionario a firmare, non esiste. O meglio: esiste come minoranza irrilevante nei piani industriali.
Le normative europee (Euro 5+, ABS obbligatorio sopra i 125, obblighi di assicurazione, bollo, casco) renderebbero necessari investimenti in adeguamenti che nessun costruttore giustificherebbe per volumi così piccoli. E c'è anche un tema di immagine: nessun brand oggi vuole essere identificato come "quello delle moto economiche senza tecnologia", mentre tutti vogliono raccontare l'ultimo modello pieno di riding mode e piattaforme inerziali.
Quindi questo è uno di quei casi in cui il click online non si traduce in vendita. Clicchiamo, sogniamo, condividiamo, ma quella moto nella realtà non la comprerebbe quasi nessuno di noi. Eppure la semplificazione ci affascina molto e qualche costruttore, soprattutto indiano, se n'è accorto.
E allora perché ne siamo così attratti? Sarebbe più facile capire se fosse una moto bellissima e per l’appunto sofisticata che non compriamo perché fuori dalla nostra portata e quindi atta a rimanere un sogno, a generare simpatia ed interesse per il marchio a cascata sui modelli più accessibili.
Invece stiamo parlando del suo opposto. Perché la società e i gusti, sono cambiati. Se non per tutti, per una parte di noi.
La risposta ha a che fare con la semplicità, ma non in senso vago, in un senso molto preciso.
Le moto di oggi, anche le entry level, sono sistemi molto complessi. Pensiamo soltanto alle piattaforme inerziali, agli ABS cornering o ai traction control regolabili su più livelli, ai radar, alla connettività… Tutto giustificato, tutto utile, ma il risultato è che la moto è passata dall'essere un oggetto che capisci guardandolo, a un sistema che fatichi a capire anche dopo aver letto tre volte un manuale. Un sistema con cui dialoghi attraverso uno schermo e una miriade di pulsanti e funzioni quando una volta ti bastava dare un calcio ad una leva.
Le moto agricole sono l'incarnazione di una nostalgia. Sono l'estremo razionale della semplicità: guardandole, capisci tutto. Ti bastano una chiave inglese e un po' di pazienza, non un tablet diagnostico. E in più c'è il tema della riparabilità: viviamo circondati da oggetti pensati per essere sostituiti, non aggiustati e l’idea di una moto che ripari da solo, in un campo, con gli attrezzi che hai già, ti restituisce una sensazione che oggi è rarissima: il controllo totale sul tuo mezzo. Ed anche le prestazioni così ridotte, infine, fanno parte della stessa idea romantica di poter controllare il mezzo e il proprio tempo.
Ma tutto questo resta un'idea. Una purezza romantica, non reale. Perché la verità è che nessuno di noi partirebbe per un viaggio con una moto da 12 cavalli e i freni a tamburo. È facile innamorarsi di una moto così quando non devi usarla per andare al lavoro tutti i giorni sulla A4.
Tra i motociclisti che conosco nessuno lo farebbe davvero.
...Beh… Nessuno, tranne me e un altro paio di pervertiti…
Preparando questo video mi è tornato in mente il cartone animato Planes nel quale Dusty è un piccolo aereo agricolo che si mette in testa di correre contro velivoli da competizione. Come se le nostre moto agricole volessero sfidare una moto da rally.
Alla fine - spoiler! - Dusty riesce a vincere. Chiaramente non perché sia più veloce. Vince perché è coraggioso, caparbio, e perché sa fare cose che i bolidi patinati non sanno nemmeno immaginare. E ha tanto cuore.
Ecco, forse è proprio questo il senso ultimo del nostro amore per le moto agricole: sappiamo benissimo che la Stockman non batterà mai una Ninja. Ma in un mondo di moto sempre più grandi e sempre più tecnologiche, sempre più uguali tra loro e meno umane, un po' di sano coraggio da trattore ogni tanto farebbe bene a tutti.
Voi la comprereste una motoretta agricola? Ditemelo nei commenti, se la risposta è NO siete sinceri, ma se la risposta è sì, beh siete in buona compagnia. La mia.