Inchiesta Glovo, a Milano stavolta parlano i fattorini

Inchiesta Glovo, a Milano stavolta parlano i fattorini
Ascoltati dai Carabinieri, i rider rivelano le pratiche illegali dell'azienda
10 febbraio 2026

Gli chiamano i nuovi schiavi: in effetti, a vederli girare per le strade di città anche nelle giornate di maltempo estremo, qualche domanda sulle loro condizioni di lavoro viene da porsela.

Quando poi, come nel caso della Procura di Milano che ha avviata un'inchiesta in grande stile, se si scoperchia il calderone vengono fuori storie incredibili, come quelle riportate dal Corriere della Sera nelle sue pagine di cronaca meneghina, che riprendono i verbali registrati dai Carabinieri che hanno ascoltato diversi rider di Glovo.

Tutte persone che vivono in estrema precarietà, condizione che li spinge ad accettare qualsiasi proposta di lavoro e a sottostare anche alle condizioni più umilianti: arrivano da luoghi lontani, come Pakistan, Bangladesh e Nigeria, hanno permessi di soggiorno precari, condividono alloggi di fortuna e sempre famiglie numerose a cui mandare qualche quattrino in patria.

Come detto, forse per la prima volta qualcun li ascolta: oltre quaranta deposizioni di ciclofattorini Glovo, che unite allo studio dell’architettura informatica della piattaforma, concorrono alla verifica giudiziaria nei confronti di Foodinho srl, la start up italiana della consegna a domicilio acquistata dalla spagnola Glovo. 

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1 euro al mese

Ecco alcune delle testimonianze raccolte dai Carabinieri: «Mi sento un numero per la piattaforma - racconta Ahmed - E se mi rubano la bici o la batteria, tutte le spese sono a carico mio; «Uso una bicicletta elettrica che ho acquistato io - dice Hassan - e ricevo in media due euro e cinquanta centesimi a consegna, con incrementi legati alla distanza o ai fine settimana e penalizzazioni in caso di ritardo; faccio fino a quindici consegne al giorno con punte anche di venticinque, percorrendo tra i cinquanta ed i sessanta chilometri, rimango collegato all’app per circa dodici ore al giorno, dalle 10 alle 22»; «Sono costantemente geolocalizzato con il GPS - rivela Muhammad - Se sono in ritardo, Glovo mi chiama per sapere perché sono fermo o perché non sto consegnando»; «Il rifiuto degli ordini o i ritardi - testimonia Suman - peggiorano il ranking e comportano la ricezione di meno ordini. Non scelgo né ristorante né cliente, non esiste alcun contatto umano, tutto è gestito dall’app, non ricevo informazioni preventive sulla paga, il compenso medio è tre euro a consegna e il guadagno mensile da 900 a 1.200 euro; pago 300 euro al mese per un posto letto nella stanza dove vivo con altre tre persone a 35 km da Milano, spendo 200 euro al mese per il treno e ne mando 300 a mia madre in Pakistan».

Si calcola che in Italia il mercato degli alimentari a domicilio, tra ristoranti, supermercati e negozi, nel 2025 abbia generato un valore di quasi cinque miliardi di euro, secondo i dati forniti dall’osservatorio eCommerce B2C Netcomm della scuola di management del Politecnico di Milano; su uno scontrino da 30 euro, si stima che 21 finiscano al ristorante e 9 alla piattaforma che ha gestito la consegna (circa il 30%); di questi, 4 servono per coprire spese di marketing e gestione, 1 euro è la marginalità della piattaforma e 4 vengono utilizzati per il compenso lordo del lavoratore.

Se confermate queste cifre, ce ne sarebbe abbastanza per classificare come sfruttamento di manodopera quello operato da Globo nei confronti dei circa 40.000 ciclofattorini in Italia, di cui circa 2.000 solo nell’area di Milano, perché, come scrive nella sua ordinanza di PM Paolo Storari, «approfittando dello stato di bisogno dei rider, li paga fino all’81% meno della contrattazione collettiva e fino al 76% meno della soglia di povertà».

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