Harley-Davidson e Trump, la storia infinita. Capitolo 2: La guerra dei dazi
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Harley-Davidson e Trump La storia infinita Capitolo 2: La guerra dei dazi

di Maurizio Gissi
Tema centrale nella politica dell’Amministrazione Trump, il riequilibrio della bilancia commerciale, passa attraverso una severa politica delle tariffe doganali. Il che ha provocato alcuni problemi a imprese americane quali ad esempio la Harley-Davidson
19 giugno 2019
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Che “il commercio faccia male” è una vecchia convinzione del presidente USA Donald Trump.

Più di trent’anni fa, quando ancora non si occupava di politica in maniera ufficiale, Trump comperò una pagina pubblicitaria in un importante quotidiano americano per pubblicare una lettera aperta ai sui connazionali. Il messaggio diceva era arrivato il tempo di ridurre il grande deficit commerciale con l’estero e di fare in modo che il Giappone – all’epoca grande esportatore negli USA – e altri paesi che con l’America fanno affari paghino il dovuto.

Ora il nemico commerciale è, e sarà sempre di più, la Cina, verso la quale Trump aveva minacciato dazi del 45% durante la sua campagna elettorale del 2016.

Nella pratica il Presidente non è ancora arrivato a tanto, ma il recente aumento dal 10 al 25% delle tasse ha toccato un enorme elenco di prodotti cinesi per un valore di 250 milioni dollari. Il messaggio è in fondo questo: “se volete vendere qui, costruite anche qui”.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale il costo di questa guerra commerciale lo stanno però sostenendo i consumatori americani pagando di più i prodotti cinesi, mentre questa strategia sta penalizzando entrambe le parti: come risposta all'ultima decisione statunitense ci sono per esempio 110 milioni di dollari di dazi applicati dalla Cina sui prodotti americani importati.

Una tensione sul tema delle tariffe doganali c’è anche con l’Unione Europea, e in questo caso a non beneficiarne sono i costruttori europei ma fra le altre anche l’americana Harley-Davidson.

Facciamo un passo indietro fino al 2017, all’inizio del mandato del 45° presidente USA, quando il dipartimento del commercio internazionale delle materi prime degli USA - che si occupa anche della politica degli investimenti diretti e della supervisione negoziale con altri Paesi - stilò un elenco di merci europee passibili di dazi doganali del 100%. Fra questi c’erano anche i motocicli fra i 50 e i 500 cc.

La proposta non era nuova, poiché era già stata lanciata e poi stoppata nel 2009. Questa volta nasceva come ripicca allo stop di importazione nell’Unione Europea di carni americane, accusate di avere un tasso di ormoni superiore ai limiti previsti dalle norme europee.

Fra l’altro la Harley-Davidson fu già coinvolta in una guerra delle tariffe nel 2003, quando l’allora presidente USA George W. Bush chiese l’applicazione di dazi ulteriori per l’acciaio importato e la UE a quel punto minacciò di tassare una serie di prodotti fra i quale c’erano le moto americane. Anche in quel caso la proposta non venne applicata.

Siamo così ritornati agli inizi del 2017. Quando Donald Trump minacciò i costruttori automobilistici, e non solo quelli, di tassare pesantemente chi avrebbe continuato a produrre all’estero per poi vendere negli USA.

E' una questione che si è trascinata fino ai nostri giorni, con dazi ai prodotti delle aziende che hanno per esempio delocalizzato in Messico. Una condizione che non ha impedito alla BMW di inaugurare poche settimane fa un nuovo impianto a San Luis Potosi che produrrà la Serie 3, da vendere nei mercati di tutto il mondo. Fra l’altro, curiosamente, è di BMW e non di un costruttore USA l’impianto americano che esporta più automobili made in Usa nel mondo: si trova a Spartanburg (North Carolina) ed è il più grande impianto BMW al mondo.

In seguito alle nuove minacce di dazi americani sull’acciaio (25%) e l’alluminio (10%) importati negli Stati Uniti da Canada, Messico, Cina ed Europa - siamo arrivati a marzo 2018 - l’Unione Europea preparò delle contromisure sui prodotti americani, fra i quali c’erano anche le moto Harley-Davidson: oltre i 500 cc le tariffe di importazione sono poi salite dal 10 al 25%.

(Segue)

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