Per inviarci segnalazioni, foto e video puoi contattarci su info@moto.it
Che Brembo avesse le competenze per fare (anche) freni da bici non lo metteva in dubbio nessuno. La domanda era piuttosto un'altra: quando sarebbe entrata nel segmento MTB, e con quale ambizione? La risposta è arrivata con un sistema frenante sviluppato in partnership con Specialized Gravity, già impiegato in competizione nel downhill racing. Niente prodotto di lancio prudente, quindi: Brembo ha scelto di entrare direttamente nella fascia alta.
Il progetto parte da una scelta tecnica precisa sulla gestione del calore, che nel gravity — tra frenate lunghe e ripide — è uno dei principali nemici della costanza frenante. L'impianto monta dischi da 200 o 220 mm con spessore di 2,3 mm, superiore allo standard di categoria: più massa significa più capacità di assorbire energia termica prima che la temperatura salga al punto critico.
Sulla pinza, i pistoni in alluminio sono termicamente isolati, così da ridurre il trasferimento di calore verso il fluido idraulico. Il risultato è un punto di attacco stabile anche nelle discese più impegnative, dove altri sistemi tendono a diventare spugnosi o imprevedibili.
Il fluido scelto è un olio minerale a bassa viscosità sviluppato internamente, con una risposta alle variazioni di temperatura più controllata rispetto alle soluzioni convenzionali.
La leva è dove Brembo ha concentrato gran parte dell'ingegneria differenziante. Il sistema offre tre parametri di regolazione combinabili:
Quest'ultimo parametro agisce sull'interasse interno del cinematismo, modificando di fatto la curva di risposta dell'impianto. Non è solo una questione di sensazione: soft, medium e hard producono tre comportamenti idraulici distinti, per un totale di 9 combinazioni di setup possibili. Un livello di personalizzazione che nel segmento MTB non ha precedenti diretti.
In condizioni reali, l'impianto mantiene le promesse dell'architettura. La caratteristica più evidente è la linearità lungo tutta la corsa della leva: la relazione tra posizione del dito e forza frenante è chiara e coerente, senza zone morte né picchi improvvisi.
Questo si traduce in:
In pratica, si riesce a ritardare il punto di frenata con più fiducia, mantenendo stabilità e traiettoria anche nelle sezioni più ripide. Il feedback leva–pastiglia è diretto al punto che si percepisce chiaramente la progressione del mordente, un dettaglio che fa differenza nella gestione dei margini di aderenza.
In condizioni reali, l'impianto mantiene le promesse dell'architettura. La caratteristica più evidente è la linearità lungo tutta la corsa della leva: la relazione tra posizione del dito e forza frenante è chiara e coerente, senza zone morte né picchi improvvisi.
Questo si traduce in:
In pratica, si riesce a ritardare il punto di frenata con più fiducia, mantenendo stabilità e traiettoria anche nelle sezioni più ripide. Il feedback leva–pastiglia è diretto al punto che si percepisce chiaramente la progressione del mordente, un dettaglio che fa differenza nella gestione dei margini di aderenza.