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Sarà l’ultimo evento della MotoGP a Phillip Island, il 24 e 25 ottobre. Gli appassionati sono increduli, ma cosa passa per la testa di Stoner, che tutti identifichiamo con quella pista meravigliosa, dove ha vinto sei volte di fila dal 2007 al 2012? Potete vedere la puntata e l’intervista qui.
“E’ una delusione, immensa. Onestamente - afferma Casey - non avrei mai pensato che Phillip Island venisse tolta dal calendario. Capisco che a Phillip Island qualcosa debba cambiare. Ma anno dopo anno quel posto continuava a offrire alcune delle gare più belle che si possano vedere. Togliere una cosa del genere dal calendario è molto sorprendente per me. E poi sostituirlo con un circuito cittadino non è una cosa che mi trova d'accordo. Perché siamo sinceri: la sicurezza nello sport e tante cose vengono tranquillamente trascurate”.
“Ok per lo spettacolo, ma le vite di questi ragazzi sono in pericolo. Sai, noi non abbiamo un abitacolo protettivo. Appena qualcosa va storto, magari blocchi la ruota in frenata, o un problema meccanico o il cedimento di un componente della moto… generalmente cadi e può diventare terribilmente brutto. Se c'è una piccola macchia d'olio e i ragazzi non se l'aspettano, o se c'è il bagnato, che quando cadi sul bagnato è quasi come se accelerassi… Quindi, sì, c'è molto da considerare. E il fatto che Phillip Island sia fuori dal calendario è estremamente deludente per me e lotterò per riportarlo nel calendario”.
Stoner racconta com’era per lui correre a Phillip Island: tornare a casa per il suo GP, le aspettative, lo stress e la pressione. Per quanto amasse tanto guidare su quella pista, la domenica era dedicata a ridurre i rischi e ottenere il massimo possibile.
“Eravamo solitamente nel mezzo del campionato e quindi si trattava di fare il massimo. Penso che io e te (Vermeulen, ndr) eravamo piuttosto bravi nelle condizioni di bagnato, con il nostro passato sullo sterrato ci sentiamo a nostro agio con la moto che scivola. Verso la fine del campionato, in particolare in MotoGP, affrontavamo le gare oltremare dove i team non possono portare i camion e tutto il materiale. Si facevano meno giri su quelle piste, e i piloti europei trovavano condizioni nuove, più polverose e sporche”.
A Phillip Island, aggiunge Stoner, c’erano curve ampie e veloci. I piloti europei sono abituati alla velocità in curva, ma nella MotoGP scaricare tutta quella potenza a terra era la cosa più difficile e far durare le gomme per tutta la gara era una bella sfida. Vermeulen ammette che si faceva “un mazzo tanto” per cercare di star dietro a Casey: era a suo agio, lo era sempre stato?
“Non sono mai stato davvero così a mio agio, in realtà era una delle piste che meno preferivo. Con la 125, non mi divertivo per niente, con la moto più grande ho preso le misure dopo un paio d'anni. Ma era sempre una questione di gestione del rischio, magari tutto va bene nei test, poi all'improvviso sei nella ghiaia a 200 all'ora sputando sassi e chiedendoti cosa hai sbagliato. Non sono mai riuscito a rilassarmi del tutto, non amavo molto affrontare la curva uno e cercavo sempre di ridurre i rischi”.
E il vento che cambiava, la temperatura che scendeva… Qual era la sua parte preferita della pista?
“Curva due è davvero bella perché è quasi un momento di relax in una pista che è piuttosto tesa e difficile. Appena entri in curva due e quasi rilasci i freni, superi quel piccolo dosso, passi attraverso quella terza parte. È davvero una parte rilassante della pista dove puoi godertela un po’. Poi la curva tre, per quanto alla fine andassi bene, si trattava di nuovo di ridurre il rischio perché è una curva piuttosto terrificante, in uscita attraverso l'Hay Shed la moto si muove e ondeggia… E’ difficile fare tutto alla perfezione, ma è una pista davvero unica. Direi che la mia parte preferita era quando tutto funzionava alla perfezione uscendo dalla 11 attraverso la 12”.
“Per quanto riguarda le mie vittorie in MotoGP, direi che il 2011 è difficile da battere. Quel giorno si sono allineate tante cose per me. Era la mia quinta vittoria consecutiva nel Gran Premio di casa e nel giorno del mio compleanno, c’era sole, vento, non faceva freddo, ma poi si è rinfrescato e ha iniziato a piovere. È stato davvero indimenticabile”.
Stoner racconta che amava fare i test lì, trovava bel tempo e condizioni ideali, non si andava a ottobre. Anche se normalmente nei test doveva fare due simulazioni di gara complete e non era il massimo del divertimento. Ne usciva completamente distrutto ma poi, con l'introduzione della gomma unica, meno simulazioni e la situazione è migliorata molto. Casey aggiunge che le Bridgestone del 2010 non erano efficaci nell'inserimento in curva come le Michelin. In quell'anno diede l'anima. Ricostruisce l’ultima vittoria a Phillip Island nel 2012, quando per lasciare Phillip Island ci vollero tre ore per la festa del suo pubblico. E parla del World Ducati Week lì a Misano, dove gli Stoner hanno ricevuto un'accoglienza incredibile. Per i suoi figli è stato molto commovente.
Altro capitolo: Casey, si sa, non ama l’elettronica.
“Già allora c'era ancora un po' troppa elettronica per i miei gusti. Credo che al livello in cui si trovano ora, i piloti non potranno provare davvero com'è Phillip Island su una moto potente. Essere in grado di fa derapare la moto, controllarla, gestire il vento... Hanno l'aerodinamica che li spinge a terra, hanno tutta questa elettronica e tutto il resto che, fondamentalmente, non permette loro di vivere davvero Phillip Island per quello che è. Ma considerando le piste di oggi, quelle create al computer, credo che loro amino ancora questa pista, come amano il Mugello”.
Già, e a Phillip Island non si va (non si andava) soltanto per le gare. È un'esperienza, dice Casey, è una parte bellissima del mondo. E si torna al rimpianto.
“Gli australiani fanno viaggi lunghissimi: se in Europa in un paio d'ore di moto sei al circuito, in Australia, se vieni dal Queensland, ci vogliono più di venti ore. Vedere tutte quelle persone che si riuniscono a Phillip Island per assistere allo spettacolo sulla pista più bella del mondo è fantastico e ammiro molto la loro dedizione. Noi piloti non lo vediamo, ma se ti fermi a goderti il panorama, è di una bellezza fantastica. Qui è una sfida con il vento, il meteo e il layout del tracciato, ci sono curve cieche, dossi e quella compressione profonda verso la MG dove devi far girare bene la moto per uscirne al meglio. Poi c'è la gestione delle gomme, che forse non molti circuiti richiedono al momento, ma Phillip Island è sempre stata una bella sfida per gli pneumatici”.