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Giorgio Cantalupo non è mai stato famoso. Non nel senso in cui lo sono i piloti che finiscono sui poster o intervistati dalla tivvù. Non ha corso in MotoGP, non ha vinto titoli mondiali, non ha avuto un management e un ufficio stampa. Giorgio ha sempre fatto tutto da sé e ha avuto qualcosa di diverso: quarant'anni di piste, salite, circuiti stradali e notturni endurance. Vittorie nelle cosiddette "formule minori" o "amatoriali", successi costruiti gara dopo gara con la testardaggine di chi sa che il talento da solo non basta e che il box non te lo paga nessuno. Ecco perché Giorgio Cantalupo, lontano dai riflettori, nell'ambiente motociclistico è diventato comunque qualcuno. Un nome. È diventato il "Lupo".
Per chi frequenta certi ambienti come le corse classiche, il Tourist Trophy, Macau GP, l'endurance d'epoca, è diventato un mito. Quello che John Lennon avrebbe definito un "Working Class Hero". Un riferimento per appassionati ma anche per altri piloti come il nostro amico Stefano Bonetti che non ha mai nascosto la sua grande ammirazione per quello che è stato uno dei suoi ispiratori. Per tutti gli altri, però vale la pena raccontare chi è, prima di raccontare quello che gli è successo.
Giorgio Cantalupo esordisce in gara nel 1983, a 22 anni, nelle Corse in Salita su una Ducati 600. Non è esattamente il trampolino di lancio più glamour del motorsport, lui non è già più un ragazzino, ma è il posto giusto per imparare a leggere l'asfalto e a fidarsi dell'istinto oltre che per sfogare il bisogno di dare delle gran manate di gas. Ci mette cinque anni a diventare Campione Italiano di Velocità in Salita — 1988, Suzuki GSX-R 1100 — poi arriva il Campionato Italiano BOTT, poi il Superbike Europeo, poi quella data del 1997 che chi ama le corse stradali su asfalto vero riconosce subito.
Il Tourist Trophy dell'Isola di Man. Sessanta chilometri di strade pubbliche chiuse al traffico, muri a secco, casette, dossi, curve cieche. Insomma dai il TT mica ve lo devo presentare, giusto? Non è una pista, non è una corsa, è un'altra cosa che forse non si può nemmeno spiegare. Cantalupo ci va con una Ducati 916 SPS, esordisce da debuttante assoluto e torna a casa con il Trofeo Best Newcomer Oversea: il miglior debuttante non britannico dell'edizione. Roba che si racconta ancora.
Nei venti anni successivi accumula una lista di risultati che sarebbe lunga da riassumere: due titoli nazionali su Ducati Monster, il ritorno al TT nel 2003 e al Macau Grand Prix nel 2004 (con la foto in sella all'Aprilia Tuono che ancora gira per il web), poi il salto nel mondo delle moto classiche in gara, dove trova forse la sua dimensione definitiva nell'età della maturità (mica della lentezza). 200 Miglia di Imola 2012, Bol d'Or Classic 2013, e poi una striscia europea nell'Endurance Classic che tra il 2016 e il 2020 porta a casa due titoli continentali, su quella Suzuki XR69 che è già leggenda ancora prima di essere dismessa. L'ultimo acuto: 2° posto al Bol d'Or Classic 2022 su Bimota YB6, a sessantun anni.
Un curriculum, vi dicevo, lungo come il rettilineo del Mugello e che sarebbe continuato ancora senza interruzioni l'anno successivo. Invece del Lupo, è il caso di dirlo, si perdono un po' le tracce.
Non c'è modo di addolcire questa parte, quindi è meglio dirla dritta: una sfiga colossale.
Quel sabato siamo tutti incollati allo schermo per seguire il terribile attacco di Hamas ad Israele, sopraffatti dall'orrore e inconsapevoli di ciò che succederà. Giorgio, invece, è nel suo giardino a tagliare alcuni pini quando cade da sei metri. Al CTO di Torino fanno quello che si può fare, ma il verdetto alla fine è quello: perde l'uso delle gambe. Dopo quattro mesi in ospedale, torna a casa in sedia a rotelle per rimettere insieme i pezzi di una vita che nel giro di un sabato mattina è diventata completamente un'altra cosa.
C'è sempre qualcosa di particolarmente beffardo quando avvengono incidenti di questo tipo. Ci si aspetta una caduta in pista, il prezzo di una scelta consapevole. Non un albero nel giardino di casa. La normalità più assoluta che si trasforma in catastrofe. L'imprevisto che ti fa perdere la fiducia nella logica delle cose. Eppure il Lupo riprende in mano la sua concessionaria moto a Chiusa di San Michele, in provincia di Torino. Un punto di riferimento per tanti appassionati e continua a fare quello che ha sempre fatto: lavorare. Continua ad accudire le sue amate moto, anche se le guarda da fermo, senza poterci più salire.
Dai, lo sappiamo che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Secondo voi la storia poteva finire così?
L'astinenza dalla sella e dalle piste dura due anni e mezzo. Poi entra in scena Ivo Arnoldi: ex avversario ai tempi del Campionato Italiano SBK, amico di lunga data, rimasto disabile anche lui ma dopo un incidente in parapendio. Da qualche anno Arnoldi corre nel Campionato Diversamente Disabili (una realtà che conosciamo bene) e riesce a convincere Giorgio ad andare a vedere una gara a Cremona. "dai vieni, solo per guardare!". Sì, come no...
Chi conosce Cantalupo sa già come va a finire. Chi non lo conosce, lo può intuire da solo.
Guardare quelle moto in pista — guidate da piloti con le sue stesse limitazioni, in battaglia vera, a fare quello che una moto è fatta per fare — produce la scintilla della speranza, il fuoco della voglia. E di legna da ardere qui ce n'è ancora parecchia. Giorgio accarezza da vicino la certezza concreta che si può tornare, che la porta non è chiusa, che la storia non finisce e non può finire qui.
Ok, forse il Circuito Tazio Nuvolari di Cervesina non avrà l'allure del mountain dell'Isola di Man, ma per Giorgio Cantalupo diventa il tracciato della rinascita e sono certo che per queste curve lombarde ora c'è un posto speciale nel suo cuore.
Il Lupo comincia sul piazzale con una moto a cambio automatico, poi si passa alla pista vera. In sella a una Honda NC 700 S con cambio DCT, tutti i comandi al manubrio e rotelle retrattili azionate dal pilota riprende confidenza con le ruote che scorrono. Gli stivali vengono agganciati alle pedane con le calamite. I meccanici lo adagiano in sella, tengono la moto per il codone, e lo lasciano andare.
In poche curve, dice Giorgio, la ruggine è sparita. L'agonismo si è riacceso. Il Lupo ha riassaporato il succulento gusto del vizio.
C'è una frase, nelle sue dichiarazioni rilasciate dopo quella giornata, che vale più di qualsiasi analisi tecnica: "Tra i cordoli mi son trovato a mio agio." Quarant'anni di piste non si dimenticano mica in poco più di due anni, no? Un lupo resta un lupo.
Cantalupo ha già ottenuto il certificato medico sportivo e ha richiesto la licenza agonistica per disputare l'Octo Cup & European Handy Bridgestone Cup, il campionato italiano ed europeo organizzato dall'Associazione Diversamente Disabili. Tre appuntamenti: Mugello il 9-10 maggio, Cremona il 18-19 luglio, Valencia il 12-13 settembre.
Al momento Giorgio è alla ricerca di una moto moderna da pista da allestire con le modifiche necessarie e di partner volenterosi che possano aiutarlo a realizzare il progetto del ritorno alle competizioni. Parte da zero, su regole nuove, con un corpo che ha dovuto imparare tutto da capo, con esigenze nuove e diverse. Ma ha già dimostrato, nell'arco di quarant'anni, di non essere uno qualsiasi.
Vi abbiamo voluto raccontare la sua storia perché non è una storia di redenzione sportiva. Non è neanche, a ben guardare, una storia di eroismo: Giorgio Cantalupo non sta cercando di essere un eroe, sta cercando di tornare a fare quello che sa fare e che lo faceva stare bene, essere se stesso. È una storia più semplice e più difficile allo stesso tempo: quella di un uomo a cui la vita ha riservato una delle sue sorprese peggiori, nel momento più banale e imprevedibile possibile, e che ha scelto di non fermarsi al punto in cui la storia avrebbe potuto finire. Ha aspettato il momento giusto, ha trovato la forza. Lo so che è facile a dirsi e non a farsi, ma nella vita non contano le cadute ma quante volte riusciamo ad alzarci.
Il Mugello è a maggio e siamo convinti che il Lupo ci sarà.