Perché Unasca dice che serve un sistema di identificazione delle e-bike?

Perché Unasca dice che serve un sistema di identificazione delle e-bike?
La diffusione delle bici a pedalata assistita è in crescita. Bene per la mobilità dolce ma non mancano le preoccupazioni per infrazioni e furti e otto italiani su dieci sarebbero d'accordo sul "targhino". La proposta arriva alla Camera dei Deputati
26 marzo 2026

Partiamo da quella che è - perlomeno a nostro avviso - una buona notizia. Le bici elettriche si stanno diffondendo nelle città italiane a un ritmo che non ammette dubbi e che abbiamo già segnalato: in dieci anni la loro quota sul totale delle biciclette vendute è passata dal 3% al 20%, e oggi 1 italiano su 3 che si sposta su due ruote lo fa in sella a una e-bike. Anche le bici muscolare rappresentano una buona fetta di chi si sposta ogni giorno. Sono numeri che raccontano una trasformazione della mobilità urbana con i suoi vantaggi e le sue criticità. Anche perché a questa crescita non ha ancora corrisposto un quadro regolatorio adeguato. E i problemi iniziano ad essere visibili perché ai tanti ciclisti rispettosi si aggiungono i molti che invece sembrano non seguire alcun criterio.

Otto su dieci vogliono l'identificazione

È quanto emerso dallo studio "E-bike tra mobilità e sicurezza", presentato il 25 marzo scorso alla Camera dei Deputati e realizzato in collaborazione con Unasca (Unione Nazionale Autoscuole e Studi di Consulenza Automobilistici). Secondo questa indagine l'81% degli italiani intervistati sarebbe favorevole all'introduzione di un sistema di identificazione obbligatorio per le bici elettriche. Una misura che, secondo i promotori della ricerca, servirebbe a distinguere i mezzi conformi da quelli modificati, a contrastare i furti e a migliorare la sicurezza su strada.

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Uno dei nodi più spinosi riguarda le e-bike modificate: mezzi su cui vengono (peraltro molto facilmente) alterati velocità massima o potenza del motore, trasformando di fatto una bicicletta a pedalata assistita in un ciclomotore — ma senza patente, senza assicurazione e senza casco obbligatorio. Un fenomeno percepito come diffuso e che, in assenza di un sistema di identificazione, risulta difficile da contrastare. Vediamo per Milano moltissimi riders (ma non solo loro) che si muovono tra marciapiedi e sensi unici, semafori ignorati e altre amenità senza nemmeno mai fingere di pedalare. Così non va.

Sul fronte della sicurezza, i dati presentano un quadro misto. Il 79% degli utilizzatori dichiara di sentirsi sicuro mentre pedala, il che è un segnale positivo. Ma il 16,3% degli intervistati ha dichiarato di essere stato coinvolto in un incidente, spesso a causa delle condizioni del manto stradale o della congestione del traffico urbano. E questo non è esattamente rassicurante.

Ben più preoccupante però è il dato sui furti: il 16,5% degli intervistati ha subito direttamente, o conosce qualcuno che ha subito, il furto di una e-bike. E nella maggior parte dei casi, ritrovare il mezzo rubato si è rivelato praticamente impossibile — anche perché, senza un numero identificativo tracciabile, le indagini partono già in salita. Ci siamo occupati anche noi del fenomeno e torneremo a farlo. 

Quindi tutti col targhino?

Certo che pensare a tutte queste e-bike con la targa neppure ci entusiasma a dire il vero. La proposta che emerge dallo studio non è necessariamente peòr quella di "targare" le e-bike nel senso classico del termine, ma di dotarle di un codice identificativo univoco, verificabile e registrato. Un po' come avviene per i telai dei motoveicoli, ma adattato a un contesto più leggero. L'obiettivo è scoraggiare le modifiche illegali - anche se non ci sembra un sistema in grado di eradicarle - dall'altro rendere più efficace il recupero dei mezzi rubati. Perlomeno... si spera.

Il dibattito chiaramente è aperto e l'importante è proprio che se ne parli e ne discuta perché con oltre 1,5 milioni di e-bike in circolazione nel Paese, e una diffusione crescente, difficilmente si potrà fare ancora a lungo finta di niente.

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