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Nel nostro DopoGP, tra le analisi tecnico-sportive del GP d’Italia al Mugello, abbiamo affrontato un tema tecnico che sconfina anche nella storia e nella filosofia. Non è certo la prima volta che ne parliamo: le case giapponesi, che dalla metà degli anni Settanta fino al 2005 hanno spadroneggiato nella classe più prestigiosa, negli ultimi vent’anni hanno trovato nella Ducati un avversario tosto e dal 2020 sono senza titolo costruttori. Chi ha vissuto, come noi, gli anni della frustrazione italiana e ha visto gli sforzi vani della Cagiva per tenere alta la bandiera, ebbene non l’avrebbe mai nemmeno sognato, un successo del genere. Anche Luca Cadalora e Giulio Bernardelle hanno parecchio da raccontare. Intanto, qual è l’effetto sul piano personale? Cadalora.
“Mi piace -dichiara Luca- mi dà gusto. Io ho lavorato tanto con le aziende giapponesi, che allora erano le più forti, e mi fa molta impressione vedere che da qualche anno per loro non ce n’è, sono spiazzati da questa performance di Ducati e ora di Aprilia, che è arrivata a superare i livelli di competitività che era della Ducati da qualche anno. Però io me li ricordo nel 2016, quando seguivo Valentino da coach: noi andavamo in hotel alle 6 del pomeriggio e quelli della Ducati arrivavano alle 11 di sera, direttamente dal lavoro nei box. E ricordo che dicevo ‘questi qua tra poco ci fanno il culo’. Quella era una cosa che si diceva una volta, si misurava l’impegno dei tecnici dall’ora della cena: ma insomma chi si adagia sugli allori viene raggiunto e questo è successo. Lo dico perché spesso eravamo nello stesso hotel e noi eravamo lì alle 6 del pomeriggio… spero che adesso Yamaha e Honda arrivino in hotel alle 23, ma non ne sono sicuro”.
Il nostro ingegner Bernardelle.
“Sono rimasto legato ad Aprilia sul piano sentimentale, è la casa del mio esordio nel motomondiale. E poi ho avuto anche la possibilità di passare alla Honda, metà carriera in Aprilia e metà in Honda. E quando sono passato a lavorare con i giapponesi ho capito la differenza: loro hanno un approccio che era vincente allora, perché all’epoca si viveva di regolamenti molto stabili dal punto di vista tecnico e si facevano poche evoluzioni durante l’anno. I giapponesi avevano squadroni di ingegneri che venivano dai reparti di ricerca e sviluppo, con una tecnologia a disposizione che noi europei non avevamo. Adesso è cambiato tutto e bisogna dare merito all’ ingegner Jan Witteveen, che ha impostato questo approccio alle corse in Aprilia all’inizio degli anni Novanta: questo approccio ha portato a sviluppare una metodologia di attività tecnica nel mondo delle corse che sostanzialmente ha fatto fare questo salto di qualità all’Italia. Anche Ducati lavora più o meno alla stessa maniera, un po’ come è successo con i costruttori inglesi nella Formula 1. Ora siamo il riferimento perché abbiamo la scuola giusta, l’approccio giusto. I giapponesi sono bravi ma decisamente più lenti e non hanno i tempi giusti per interpretare i cambi regolamentari che in questi anni sono diventati continui. E soprattutto non riescono a seguire l‘innovazione: abbassatori, aerodinamica… sono rimasti indietro”.
Lo conferma anche l’ex pilota.
“Sì, sono rimasti i spiazzatissimi -commenta Luca- anche perché hanno sempre pensato che poi le avrebbero fermate, queste cose nuove. Non ci credevano, forse nemmeno le volevano e non erano contenti. E quindi sono arrivati in ritardo. Prima di capire come funzionava la moto con l’aerodinamica ci hanno messo due anni almeno...”.
“Basti pensare –osserva Giulio Bernardelle- che l’ultima vera innovazione portata in MotoGP da un costruttore giapponese è stata il cambio seamless del 2011, sono ormai passati 15 anni…”.
Lo ha sottolineato recentemente Gigi Dall’Igna, nel corso di un evento a Milano: occorre essere degli avvocati prestati all’ingegneria, ha detto il direttore generale di Ducati Corse, bisogna esplorare le zone grigie dei regolamenti e inventarsi nuove soluzioni… E questo, aggiungiamo noi, non è esattamente nella mentalità dei giapponesi… Luca Cadalora conferma concludendo: “Certo: loro, se gli dai un limite stanno indietro un metro. Quando gli altri stanno sopra la riga. E oggi se non fai così non arrivi mai…”.