Circuiti cittadini. Ha ragione Liberty Media?

Circuiti cittadini. Ha ragione Liberty Media?
Con il benestare della FIM Liberty Media vuole far correre la MotoGP sui circuiti cittadini. Sembrano tutti contrari a questa scelta, ma siamo certi che al pubblico non piacerà? E allora il TT?
26 febbraio 2026

La rivoluzione è appena iniziata. La MotoGP ha iniziato a trasformarsi nella F1 a due ruote. Spettacolo, sponsor, business, questi sono i postulati con i quali si cercherà di allargare il bacino di utenza del motomondiale, anche per rendere fruttuoso l’investimento di Liberty Media, che ha speso tanti soldini per acquistare Dorna.

Al momento la MotoGP è (forse troppo) legata all’Europa, poco all’Asia e pochissimo agli USA e per questo la prima mossa del nuovo promoter è stata l’inserimento delle gare delle Harley Davidson, con tanto di borse. Inoltre per aumentare lo spettacolo, come già avviene in Formula 1, si correrà anche sui circuiti cittadini.

Ecco perché è stata cancellata l’iconica pista di Phillip Island a favore di quella di Adelaide, circuito stradale. Il tutto è avvenuto con la benedizione del Presidente FIM Jorge Viegas il quale ha testualmente dichiarato: “Adelaide ha fatto una proposta migliore”.

Sarebbe bello sapere quel “migliore” a cosa si riferisce, ma nel frattempo prendiamo atto che nemmeno la Federazione Motociclistica Internazionale è contraria ai circuiti cittadini. E se non si oppone l’Ente che protegge e fa gli interessi dei motociclisti e dei piloti, perché dovrebbe farlo Liberty Media che, come tutte le società a scopo di lucro, ha come unico obiettivo l’aumento del proprio fatturato?

Gli addetti ai lavori si sono già scagliati contro questa novità dei circuiti stradali, nel nome della sicurezza. Carlo Pernat, al microfono del nostro Renè Pierotti, ha dichiarato che i piloti dovrebbero riunirsi in un comitato, ma lui sa meglio di chiunque altro che sarebbe un buco nell’acqua. La storia delle corse è piena di tentativi di creare un’associazione di piloti, tutti naufragati miseramente, perché ai piloti interessa una cosa sola: correre. Non importa come, dove e con che cosa. Un esempio? Quando nei test di Imola accadde il brutto incidente che vide coinvolto Joan Lascorz si tenne una riunione tra l’allora direttore della Superbike Paolo Ciabatti e una rappresentanza dei piloti. La decisione fu unanime: annulliamo le prove per solidarietà nei confronti dello sfortunato pilota spagnolo, e perché la pista non è abbastanza sicura. Al successivo turno del pomeriggio gli unici che non scesero in pista furono Davide Giugliano e Carlos Checa. Tutti gli altri, compreso il compagno di squadra di Joan, svolsero regolarmente le prove.

Non penso possano essere i piloti ad opporsi al cambiamento, e quindi chi potrà farlo?

Gli unici che potranno eventualmente far crollare il progetto di Liberty Media saremo noi, il pubblico. Se il grande pubblico che segue la MotoGP non gradirà lo spettacolo che il nuovo gestore del campionato gli vuole propinare, se gli ascolti caleranno, se in pochi seguiranno le gare che si disputeranno sui (pericolosi) circuiti cittadini, allora l’azienda americana sarà costretta a rivedere i propri programmi, a cercare soluzioni diverse.

Ma siamo proprio sicuri che sarà così?

Se al contrario il pubblico sugli spalti e in televisione apprezzerà i circuiti cittadini, accetterà che aumenti il rischio per i piloti (in attesa che qualcuno ci convinca del contrario) ed i possibili incidenti allora avrà avuto ragione Liberty Media. In caso contrario …….torneremo a Phillip Island.

E noi appassionati? Noi motociclisti? Noi dobbiamo prendere una decisione. Non possiamo puntare il dito sui circuiti cittadini e continuare allo stesso tempo a considerare il Tourist Trophy una figata. Quello è un circuito cittadino, il più pericoloso al mondo, dove ogni anno ci muore qualcuno, Però è considerato l’ultimo baluardo del vero motociclismo, della vera passione. Allora ha ragione Liberty Media: bisogna tornare a correre tra marciapiedi muretti e alberi?

A mio parere il TT è assurdo, proprio come lo sono i circuiti creati nelle città. Per me la sicurezza viene prima di tutto, perché non esiste una sola corsa al mondo che valga la vita di una persona. Dobbiamo tutelare i piloti e non considerare le corse se non nei circuiti, che sono i posti più sicuri dove poter correre in moto. L’alternativa è accettare il TT e Adelaide. Tanto poi se succederà l’irreparabile potremo sempre trincerarci dietro a frasi come: “è morto facendo quello che gli piaceva fare”, oppure “sapeva quello a cui andava incontro”. Così anche la nostra coscienza sarà a posto.

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