Antonio Locatelli, Airoh: "Il casco nasce per proteggere, tutto il resto viene dopo"

Il fondatore di AIROH racconta trent'anni di casco italiano: la sfida della concorrenza asiatica, il rapporto con i campioni del motocross, il futuro dei materiali e perché il "Made in Italy" non è solo un'etichetta
9 luglio 2026

AIROH è una delle pochissime aziende italiane di caschi ancora guidate dal proprio fondatore. In un settore che negli ultimi trent'anni ha visto il numero dei produttori nazionali crollare da quasi trenta a una decina, Antonio Locatelli ha costruito il marchio partendo da una scelta tutt'altro che scontata: lasciare un lavoro consolidato per scommettere su un progetto proprio.

Da lì è nata un'azienda che ha fatto dell'off-road il proprio laboratorio, portando la sperimentazione sul campo a diventare il vero banco di prova per la sicurezza. Abbiamo incontrato Locatelli per farci raccontare come si affronta oggi la concorrenza dei competitor asiatici, cosa significhi davvero Made in Italy applicato a un dispositivo di protezione individuale e quali sono le prossime frontiere tecnologiche, dai materiali compositi alla gestione degli impatti rotazionali, per un prodotto che nella sua funzione primaria non è cambiato quanto si potrebbe pensare: il polistirolo, dice lui stesso, resta senza rivali. Ecco l'intervista integrale.

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La nascita di AIROH

D. AIROH nasce da una decisione forte: passare dal lavorare per altri al creare un proprio marchio. Che cosa l’ha spinta a fare quel salto?

R. Credo che ogni imprenditore, a un certo punto della propria vita professionale, senta il desiderio di mettere alla prova le proprie idee. Dopo molti anni trascorsi nel settore, avevo maturato una visione precisa di quello che poteva essere un casco: più innovativo, più vicino alle esigenze reali del motociclista e del pilota.

D. Qual è stata la prima vera svolta nella storia dell’azienda?

R. Sicuramente l'ingresso nel mondo delle competizioni off-road. Fin dall'inizio abbiamo creduto che il racing fosse il miglior banco di prova possibile per sviluppare prodotti di alto livello. Quando i primi piloti hanno iniziato a ottenere risultati importanti indossando i nostri caschi, il marchio ha acquisito credibilità e visibilità internazionale.

D. Che cosa significa oggi guidare un’azienda italiana in un settore in cui produzione, costi, normative e concorrenza globale sono diventati temi sempre più complessi?

R. Significa affrontare ogni giorno una sfida molto più articolata rispetto a venti o trent'anni fa. Le normative sono più severe, i mercati più competitivi e i clienti molto più informati. Allo stesso tempo, però, significa avere l'opportunità di distinguersi attraverso qualità, innovazione e affidabilità. Essere italiani per noi non è soltanto una questione geografica: significa portare avanti una cultura del prodotto fatta di passione, attenzione al dettaglio e capacità di progettare soluzioni originali. È più difficile, ma anche molto stimolante.

I concorrenti asiatici

D. Coreani e cinesi sono entrati sul mercato grazie al prezzo ma poi hanno incrementato qualità ed immagine. Come si combattono questi forti competitor?

R. Non credo che la competizione si vinca inseguendo il prezzo più basso. Chi sceglie quella strada rischia di perdere la propria identità. Noi abbiamo sempre puntato su ricerca, sviluppo, design e innovazione. La differenza la fanno il know-how, la capacità progettuale, il controllo del prodotto e il rapporto diretto con il motociclista.

D. Trent’anni fa c’erano quasi 30 produttori italiani di caschi ora ne sono rimasti una decina. È stata solo colpa degli asiatici?

R. Sarebbe una spiegazione troppo semplice. Sicuramente la globalizzazione ha avuto un impatto enorme, ma nel frattempo sono cambiate anche le regole del mercato, le aspettative dei consumatori e i costi necessari per sviluppare prodotti competitivi. Oggi servono investimenti molto importanti in ricerca, certificazioni, test e sviluppo. Alcune aziende non sono riuscite ad adattarsi a questo cambiamento, altre sono state acquisite o hanno scelto strade diverse. È un processo che ha coinvolto molti settori industriali, non soltanto quello dei caschi.

D. Nel mercato globale del casco è ancora importante il “Made in Italy”?

R. Assolutamente sì, ma bisogna capire cosa significhi davvero. Il Made in Italy non può essere soltanto un'etichetta. Deve rappresentare un modo di progettare, di sviluppare e di interpretare il prodotto. Se valori quali innovazione, design e attenzione ai dettagli, vengono mantenuti, il Made in Italy continua a essere un elemento distintivo e apprezzato in tutto il mondo.

Motorsport, piloti e DNA racing

D. AIROH è cresciuta moltissimo nel fuoristrada e nel racing. Perché proprio l’off-road è diventato un terreno così naturale per il marchio?

R. Perché l’off-road rappresenta l’essenza della sfida. È un ambiente estremo, dove il materiale viene portato costantemente al limite e dove non esistono scorciatoie. Fin dai primi anni ho visto nel motocross e nell’enduro il laboratorio ideale per sviluppare prodotti innovativi e affidabili. In questi contesti il pilota percepisce immediatamente ogni dettaglio: il peso, la ventilazione, il comfort, la stabilità del casco. Se riesci a soddisfare le esigenze di un campione del mondo nel fuoristrada, hai costruito una base tecnica molto solida anche per gli altri segmenti.

D. Essere identificati come “il casco da cross per antonomasia” non vi ha creato problemi nell’imporvi anche negli altri settori (urban e pista)?

R. Abbiamo sempre considerato questa percezione come un punto di partenza e non come un limite. Il know-how acquisito nelle competizioni ci ha permesso di sviluppare prodotti sempre più evoluti anche per il touring, l’urban e la pista. Oggi molti motociclisti scelgono AIROH indipendentemente dalla disciplina praticata, e questo è il risultato di un percorso costruito nel tempo.

D. Che ricordo ha del rapporto con Tony Cairoli e con la generazione di campioni che ha contribuito a rendere AIROH un marchio così visibile nel motocross?

R. Ho ricordi straordinari. Tony è stato uno dei più grandi interpreti della storia del motocross e per noi ha rappresentato molto più di un pilota vincente. È stato un professionista esemplare, una persona capace di trasmettere entusiasmo, competenza e voglia di migliorare continuamente. Ma il discorso vale anche per molti altri campioni che hanno fatto parte della famiglia AIROH. Le vittorie sono importanti, ma ciò che resta davvero sono i rapporti umani, la fiducia reciproca e il lavoro condiviso per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi.

D. Il rapporto con i piloti è spesso raccontato come sponsorizzazione. Ma quanto è invece sviluppo prodotto, confronto, critica, a volte anche scontro?

R. Direi che è soprattutto questo. La sponsorizzazione è soltanto la parte visibile. Dietro c’è un lavoro continuo di confronto tecnico. I piloti sono estremamente esigenti e non hanno problemi a evidenziare ciò che non funziona. A volte le discussioni sono anche molto accese, ma sono proprio quelle che generano i miglioramenti più importanti. Per noi ogni pilota rappresenta una fonte preziosa di informazioni e di esperienza sul campo.

D. I piloti giovani oggi sono diversi da quelli di vent’anni fa? Sono più tecnici, più consapevoli, più esigenti?

R. Oggi i giovani piloti crescono in un ambiente molto più professionale e strutturato. Hanno accesso a una quantità enorme di dati, informazioni e strumenti di preparazione. Sono più consapevoli delle caratteristiche tecniche del materiale che utilizzano e spesso arrivano con richieste molto precise. Questo rende il dialogo più complesso, ma anche più interessante. La loro attenzione ai dettagli ci aiuta a sviluppare prodotti sempre migliori.

D. Che cosa le ha insegnato il motorsport che nessun laboratorio avrebbe potuto insegnarle?

R. Che la realtà è sempre più complessa di qualsiasi simulazione. I laboratori sono fondamentali e oggi rappresentano una parte essenziale del nostro lavoro, ma la pista e il fuoristrada continuano a essere il giudice finale.

Sicurezza, tecnologia e prodotto

D. Quando si parla di caschi, il pubblico guarda spesso peso, grafiche, prezzo e comfort. Lei da dove parte quando immagina un nuovo prodotto?

R. Parto sempre dalla sicurezza. Tutto il resto viene dopo. Un casco nasce innanzitutto per proteggere una persona e questa responsabilità deve guidare ogni scelta progettuale. Successivamente lavoriamo per migliorare tutti gli altri aspetti: comfort, ventilazione, leggerezza, aerodinamica, design e praticità d’uso. La vera difficoltà consiste proprio nel trovare il miglior equilibrio possibile tra tutti questi elementi.

D. La sicurezza è un concetto enorme, ma spesso difficile da comunicare. Come si spiega a un motociclista perché un casco è realmente più evoluto?

R. È una delle sfide più difficili del nostro settore. Il motociclista vede facilmente una grafica o percepisce il comfort, ma non può osservare direttamente tutto il lavoro che si nasconde all’interno della calotta. Per questo cerchiamo di raccontare il percorso che porta allo sviluppo di un casco: i test, la ricerca sui materiali, il lavoro di progettazione, le verifiche effettuate nei laboratori e nelle competizioni. Un casco evoluto non è semplicemente quello che supera un test, ma quello che nasce da anni di esperienza e miglioramento continuo.

D. Oggi si parla molto di impatti rotazionali, gestione dell’energia, calotte, materiali, aerodinamica, ventilazione, riduzione del rumore, realtà aumentata. Quale sarà il prossimo grande salto tecnologico?

R. Credo che il futuro sarà caratterizzato da una maggiore integrazione tra materiali avanzati, elettronica e capacità di gestione degli impatti. La ricerca sugli impatti rotazionali continuerà a evolversi, così come lo studio di nuove soluzioni per assorbire e distribuire l’energia. Parallelamente assisteremo a una crescente integrazione di sistemi intelligenti, purché non compromettano la funzione primaria del casco.

D. Quanto è difficile trovare l’equilibrio tra sicurezza, comfort, peso, rumorosità, aerodinamica e prezzo finale?

R. È probabilmente l’aspetto più difficile del nostro lavoro. Ogni miglioramento in un’area può generare effetti sulle altre. Ridurre il peso, ad esempio, richiede materiali più sofisticati e costosi. Migliorare l’aerodinamica può influenzare la ventilazione. Lo sviluppo di un casco è sempre una ricerca di equilibrio.

Oltre il casco: accessori, comunicazione, lifestyle

D. I sistemi di comunicazione stanno cambiando il modo in cui viviamo la moto. Quanto è importante integrare connettività senza tradire la funzione primaria del casco?

R. È fondamentale. La tecnologia deve essere un valore aggiunto, non un elemento che interferisce con la missione principale del casco, che resta la protezione. I motociclisti oggi desiderano rimanere connessi, comunicare con il passeggero o con il gruppo, ricevere indicazioni di navigazione e vivere un’esperienza più completa. Tutto questo è positivo, purché venga integrato senza compromettere sicurezza, comfort e funzionalità.

D. Il motociclista oggi vuole protezione, ma anche esperienza: comfort, interfono, design, personalizzazione. Come si tiene insieme tutto questo senza perdere identità?

R. Ascoltando il mercato senza rincorrere ogni moda del momento. Un marchio deve evolvere, ma deve anche mantenere una propria coerenza. In AIROH cerchiamo di offrire prodotti che rispondano alle esigenze contemporanee senza dimenticare i valori che ci hanno portato fin qui. L'identità si conserva quando ogni scelta ha una logica precisa e non è dettata semplicemente dalle tendenze.

Mercato, clienti e nuove generazioni

D. Quanto pesa oggi il prezzo nella scelta di un casco? E quanto è difficile spiegare il valore di ricerca, omologazioni, materiali e sviluppo?

R. Il prezzo conta molto, ed è comprensibile. Il nostro compito è spiegare che il casco non è un semplice accessorio, ma un dispositivo di protezione individuale. Quando si comprende questo aspetto, il valore del prodotto assume una prospettiva diversa.

D. C’è una cultura della sicurezza sufficiente tra i motociclisti italiani?

R. Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti importanti, ma credo che ci sia ancora molto lavoro da fare. Oggi il motociclista è mediamente più informato rispetto al passato, tuttavia, esiste ancora una parte di utenza che considera la sicurezza come un obbligo normativo più che come una scelta consapevole. La cultura della sicurezza deve diventare un valore condiviso.

D. Se potesse dare un solo consiglio a chi compra un casco, quale sarebbe?

R. Di scegliere il casco pensando prima alla propria testa e poi al proprio portafoglio. È un acquisto che riguarda la propria sicurezza e quella delle persone che ci aspettano a casa.

Futuro, innovazione e visione

D. Negli anni si sono evolute le calotte esterne, le imbottiture di comfort, i sistemi di comunicazione, le grafiche, ma l’anima del casco: la calotta interna, quella che assorbe l’urto, è rimasta quasi la stessa. Nessuno ha ancora trovato un materiale migliore del polistirolo, manca un materiale che abbia “memoria” (la capacità di tornare alle stesse condizioni pre-urto). Come immagina lei il casco del futuro?

R. È vero, il polistirolo continua a rappresentare una soluzione estremamente efficace in rapporto alle sue caratteristiche fisiche e al suo comportamento negli impatti. La vera sfida del futuro sarà individuare materiali o strutture capaci di assorbire energia in modo ancora più efficiente, possibilmente mantenendo o recuperando parte delle proprie caratteristiche dopo un urto. Credo che assisteremo a importanti evoluzioni nei materiali compositi, nelle strutture cellulari avanzate e nelle tecnologie ibride. Tuttavia, non penso che esisterà una rivoluzione improvvisa: sarà un percorso fatto di miglioramenti progressivi.

D. Come immagina lei il casco del futuro?

R. Lo immagino più sicuro, più leggero e più intelligente. Sarà in grado di integrare nuove tecnologie senza diventare più complesso da utilizzare. Vedremo materiali più performanti, una migliore gestione delle diverse tipologie di impatto e sistemi di comunicazione sempre più integrati.

D. Le attuali omologazioni garantiscono all’utilizzatore un casco davvero sicuro?

R. Le omologazioni moderne rappresentano uno strumento fondamentale e negli ultimi anni hanno fatto passi avanti molto significativi. Garantiscono che il casco soddisfi requisiti minimi molto severi e permettono al consumatore di acquistare un prodotto verificato secondo criteri oggettivi. Nessuna omologazione però può riprodurre tutte le possibili situazioni reali. Per questo motivo, in AIROH non ci limitiamo a rispettare gli standard richiesti, ma continuiamo a sviluppare e testare i nostri prodotti ben oltre quanto imposto dalle normative.

D. Le attuali omologazioni certificano che un casco può essere introdotto sul mercato, ma non fanno differenza tra chi rientra nei limiti a fatica e chi invece li supera largamente. Lei sarebbe favorevole a un’omologazione “a livelli” (A eccellente – B medio ecc…)?

R. È un tema molto interessante. Da un lato un sistema a livelli potrebbe aiutare il consumatore a comprendere meglio le differenze tra i prodotti. Dall'altro occorrerebbe definire criteri estremamente chiari, trasparenti e condivisi a livello internazionale per evitare confusione. Personalmente ritengo che qualsiasi strumento capace di valorizzare concretamente la qualità e l'innovazione meriti di essere preso in considerazione, purché venga costruito con rigore scientifico e con l'obiettivo di migliorare l'informazione disponibile per il motociclista.

D. La prima frase che si scrive sui libretti di istruzione è “Nessun casco può proteggervi da ogni tipo di impatto”, come a dire “non basta il casco, ci vuole anche la testa”. Non pensa che l’educazione stradale andrebbe curata maggiormente e magari insegnata nelle scuole?

R. Ne sono assolutamente convinto. La sicurezza stradale non può essere affidata esclusivamente ai dispositivi di protezione. Il casco è uno strumento fondamentale, ma rappresenta soltanto una parte dell'equazione. Servono consapevolezza, rispetto delle regole, capacità di valutazione del rischio e cultura della mobilità.

D. La storia delle aziende italiane di caschi è sempre stata legata ad una sola persona, al fondatore che la dirigeva, che decideva (quasi) tutto. AIROH è rimasta una delle pochissime aziende ancora dirette dal suo fondatore. Che cosa dobbiamo aspettarci da AIROH nei prossimi anni in termini di prodotto?

R. Dobbiamo aspettarci continuità e innovazione. Continuità nei valori che hanno costruito il marchio e innovazione nel modo di interpretare il casco del futuro. Continueremo a investire in ricerca, materiali, sicurezza e sviluppo tecnologico. L'obiettivo è mantenere AIROH tra i riferimenti del settore, offrendo prodotti sempre più performanti e capaci di anticipare le esigenze dei motociclisti. Non ci interessa seguire il mercato: ci interessa contribuire a definirne l'evoluzione.

Chiusura: bilanci e passaggio generazionale

D. Antonio Locatelli, chi era lei da ragazzo? Che rapporto aveva con le moto, con il lavoro manuale, con l’idea di costruire qualcosa?

R. Ero un ragazzo curioso, molto pratico e con una grande passione per tutto ciò che aveva un motore. Mi è sempre piaciuto capire come funzionassero le cose, smontarle, osservarle e cercare di migliorarle. Il lavoro manuale è stato una scuola importante perché insegna il valore del dettaglio e il rispetto per il prodotto. Già da giovane avevo il desiderio di costruire qualcosa di mio, anche se allora non avrei mai immaginato che quel percorso mi avrebbe portato a fondare AIROH e a trasformare una passione in un progetto imprenditoriale internazionale.

D. Guardandosi indietro, qual è stata la scelta più coraggiosa che ha fatto in ambito AIROH?

R. Senza dubbio la decisione di fondare AIROH. Lasciare una posizione consolidata per avviare un nuovo progetto significa accettare un livello di rischio molto elevato. All'epoca non esistevano certezze, ma soltanto convinzioni e tanta determinazione. Se dovessi indicare una seconda scelta coraggiosa, direi l'investimento costante nell'innovazione anche nei momenti più complessi del mercato. È facile investire quando tutto va bene; molto più difficile è continuare a credere nella ricerca e nello sviluppo quando il contesto diventa incerto.

D. Quanto è cambiato Antonio Locatelli da quando ha fondato l’azienda a oggi? E quanto invece è rimasto uguale?

R. Sono cambiato sotto molti aspetti. Ho imparato che la crescita di un'azienda dipende dalle persone e che il successo è sempre il risultato di un lavoro collettivo. Allo stesso tempo credo di essere rimasto fedele a ciò che mi ha spinto all'inizio: la passione per questo settore, la voglia di innovare e la convinzione che non bisogna mai smettere di migliorarsi.

D. Qual è il prodotto AIROH a cui è più legato, non necessariamente il più venduto o il più vincente?

R. È una domanda difficile, perché ogni casco rappresenta una fase della nostra storia e porta con sé ricordi particolari. Se devo scegliere, però, sono particolarmente legato ai prodotti che hanno segnato momenti di svolta per l'azienda, quelli che hanno dimostrato la nostra capacità di innovare e di conquistare credibilità a livello internazionale. Più che un singolo modello, mi sento legato ai progetti che hanno contribuito a definire l'identità di AIROH e a costruire la fiducia che i motociclisti ripongono oggi nel marchio.

D. AIROH è anche una storia familiare e aziendale. Come si prepara il futuro quando un’impresa porta dentro il nome, la visione e la responsabilità del fondatore?

R. Credo che il compito più importante di un fondatore sia costruire un'azienda capace di camminare sulle proprie gambe anche in futuro. Questo significa trasmettere valori, metodo e cultura aziendale prima ancora che competenze tecniche. Un marchio non può dipendere esclusivamente da una persona. Deve evolvere, crescere e prepararsi ad affrontare nuove sfide attraverso una squadra forte e una visione condivisa. Il futuro si costruisce ogni giorno, investendo nelle persone e creando le condizioni affinché l'azienda possa continuare a innovare nel tempo.

D. Se oggi dovesse parlare al giovane Antonio Locatelli che stava per iniziare questa avventura, che cosa gli direbbe?

R. Gli direi di non avere paura delle difficoltà, perché saranno proprio quelle a insegnargli le lezioni più importanti. Gli direi di continuare a credere nelle proprie idee, ma anche di ascoltare sempre le persone che lo circondano. Gli direi che il successo non arriva rapidamente e che ogni risultato significativo richiede tempo, sacrificio e perseveranza. E soprattutto gli direi di godersi il viaggio, perché costruire un'azienda come AIROH non significa soltanto creare prodotti: significa creare relazioni, esperienze, emozioni e una storia che continua a essere scritta giorno dopo giorno.