Jacopo Cerutti: "Dura, ma me l’aspettavo peggio"

Jacopo Cerutti: "Dura, ma me l’aspettavo peggio"
Piero Batini
  • di Piero Batini
"La classifica la guardo giusto per avere un’idea di come sto andando" racconta l'italiano
  • Piero Batini
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13 gennaio 2016

Per prima cosa. È la prima volta. È come te l’aspettavi? È diversa?

«La prima settimana, la prima parte di Dakar, è stata bella, dura ma me l’aspettavo peggio. Ma sapevo già che i guai sarebbero arrivati dopo, dopo la giornata di riposo. Temperature, terreni, condizioni. Ero preparato al fatto quello che avessimo risparmiato la prima settimana lo avremmo speso tutto con gli interessi nella seconda settimana».


Ti piace o no, insomma?

«Sì, mi piace. Vedremo se mi piace ancora dopo le tappe terribili, più difficili, più navigate. Devo capire ancora se mi adatto facilmente alle esigenze di questo tipo di navigazione, con i cap, i waypoint. Sarà questa la chiave della mia Dakar, penso. E sarà anche la chiave per capire se mi piace o no. Per adesso mi sto divertendo».


Quanta importanza intendi dare al risultato, e come intendi gestirlo?

«Mah, adesso sono soddisfatto. Sono abbondantemente dentro i trenta, il mio obiettivo iniziale, e devo dire che là davanti c’è molta gente davvero in gamba. Campioni, gente che sta spingendo molto. Quanto conta il risultato? Penso che alla prima esperienza conti comunque, prima di tutto, arrivare in fondo. Il risultato varrà il trenta per cento del contesto, e comunque è una “curiosità” che mi voglio togliere solo alla fine di ogni giornata, della Gara. La classifica la guardo giusto per avere un’idea di come sto andando».


È davvero un mondo a parte, questo?

«Eh sì. Sia come organizzazione dell’insieme della competizione, sia come struttura di gara. Secondo me, per questo che ho vissuto sino ad ora, non c’entra niente con quello che ho visto fino ad ora».


Più fatica fisica o mentale?

«Mah, io l’ho sentita più mentalmente, la prima settimana almeno. La seconda so che sarà diverso. Mentalmente, perché si inizia con la paura del giorno dopo. Partire alle quattro di notte, svegliarsi e non avere fame, ma dover mangiare, essere coperto ma sapere che ti devi scoprire. Quante barrette ti devi portare? Quanto devi mangiare? Ti ricordi di bere, tanto? E anche la sera, mangiare all’ora giusta, andare a dormire… e dormire sono tutte cose che devono avere una loro organizzazione precisa, e che ti stressano mentalmente. Per il fisico? Sono giovane, mi sono allenato bene per quello che ho potuto, e quindi non ne risento più di tanto. Ma mentalmente, sì, è dura».


E come ci si sente da ufficiali?

«Eh, io da dio. Vedo già che con tutto il lavoro che ha fatto la squadra, quello che ci ho messo io, e che mi sembrava chissacché, è quasi niente. Non oso immaginare un privato che deve prepararsela da solo. Deve essere pazzesco, ma dal mio punto di vista è bellissimo, certo. Supportato ufficialmente è bello, ricambi, assistenza, tutto quello che mi serve. Trattato benissimo».

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