Dakar 2016. Jacopo Cerutti. “Puntare su di me? Calma, ragazzi!”

Dakar 2016. Jacopo Cerutti. “Puntare su di me? Calma, ragazzi!”
Piero Batini
  • di Piero Batini
Nei primi trenta la prima settimana, con molta circospezione. Poi, quando la Dakar è diventata dura, Jacopo Cerutti ha tirato fuori piano piano testa e grinta, per concludere con un 12mo posto che, vista la concorrenza, è un grande risultato
  • Piero Batini
  • di Piero Batini
25 gennaio 2016

Cominciato piano, poi sei partito in accelerazione?

«Beh, è un po’ il contrario. È la Dakar stessa che ha determinato i miei ritmi. Il fatto è che la prima settimana la Dakar era piuttosto veloce, poco navigata, e in più avevo appena assaggiato la mia nuova moto da rally, in Marocco. Già dopo tre curve avevo capito che dovevo prima di tutto prendere le misure con le particolarità della Husqvarna da rally. Quindi, considerando anche che il pericolo è sempre in agguato, i primi giorni me ne sono stato bello tranquillo. Poi, man mano, la gara si è fatta più tecnica e più navigata, io ho preso confidenza con la moto, con gli orari, con il “sistema”, e i suoi ritmi, e da lì piano piano è venuto fuori tutto il buono, convertito alla fine anche in un buon risultato».


Buono o molto buono?

«Senza girarci attorno, io direi piuttosto buono. Il livello, quest’anno, era altissimo, e tutti erano “attaccati” alla corsa, quasi alla morte. Basta guardare al numero dei feriti e dei ritirati per capire come fosse agguerrita questa edizione. Con questa gara non si scherza, qualcuno è caduto, qualcun altro si è fatto male o ha rotto, io ho migliorato tanto nella seconda settimana, ed ecco spiegato, se vogliamo, il balzo in avanti che ho fatto».


Come sei andato nelle tre tappe cruciali di Fiambala, quelle della “vera” Dakar?

«Penso bene, io mi sono sentito bene. Nella prima, molto navigata, sono andato bene, è stata credo la mia migliore tappa sino a quel momento. Solo che sono caduto e mi sono fatto un po’ male a una spalla, e quindi nella tappa successiva ho sofferto di più. Per fortuna anche quella è stata interrotta anzitempo e quindi ho concluso onorevolmente, attorno al ventesimo posto. Terzo giorno, stavo bene e ho “indovinato” tutto, fatto bene e finito dodicesimo. Da quel momento la mia posizione era sempre più o meno nei primi quindici, anche meglio senza prendere particolari rischi, ed è quello che ha fatto la differenza».


Evidentemente, da rookie, non hai riferimenti e non puoi fare paragoni, ma come ti è sembrata la prima Dakar alla quale hai partecipato?

«Mah, cavolo, è una cosa pazzesca. Ho visto un’organizzazione colossale, niente è lasciato al caso, tra elicotteri, trasmissioni, tv, che arrivavo al bivacco e tutti avevano già visto la caduta di Gonçalves. Per tutto questo la Dakar è una cosa spettacolare».


E ti è piaciuta? Torneresti?

«Sì, sì. Mi è piaciuta. Gli ultimi giorni, soprattutto in trasferimento, mi dicevo che dovevo finire a tutti i costi questa, e poi basta, non tornare più alla Dakar. Ero convinto, ti assicuro. Invece subito dopo aver finito, già dopo il podio che è la conclusione assoluta dell’impegno, avevo già cambiato idea. Sì, direi che ci tornerei. Bisogna vedere come, d’accordo, ma ci tornerei. Tutto sommato io ho avuto una grande opportunità, e tutto è venuto da sé. Dal Motorally, all’iscrizione guadagnata al Sardegna Rally Race, all’appoggio come pilota assistito ufficialmente di Husqvarna. È chiaro che è un bel modo di debuttare, privilegiato, e bisogna ora guadagnarsi un nuovo diritto, con l’asticella posta più in alto, per poterci tornare alle stesse condizioni l’anno prossimo».


Gli italiani vorrebbero puntare su di te per il futuro. Sei disponibile?

«Sono disponibile. Ma chiedo un po’ di pazienza. La Dakar è una corsa difficile, e non si può pensare di affrontarla senza esperienza, questo l’ho capito benissimo. Chiedo agli appassionati, dunque, di avere un po’ di tempo e di pazienza».

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