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Deserto bianco, India: mi venne in mente un brano degli anni '90, si chiamava “Hai Paura del Buio?”. Era una mezzanotte paradossale: in mezzo al Gujarat, non distante dal confine col Pakistan, a pensare a quanta fortuna sia necessaria per trovarsi a osservare le costellazioni in un deserto e a realizzare che dopotutto stavo facendo una di quelle esperienze che strappano via i preconcetti dalla pelle. Ero al Rann of Kutch, a raschiare il fondo delle presunzioni da occidentale.
Nel Gujarat - una delle regioni nord occidentali dell'India - ero stato non più di qualche mese fa a celebrare i 500 milioni di moto Honda. Ma stavolta è diverso: mentre l'autobus che ha conosciuto tempi migliori – ma negli '80, eh – allunga fino a 70 km/h sulla infame strada che dall'aeroporto di Bhuj porta alla Tent City di Dhordo, la città delle tende dove troveremo alloggio per alcuni giorni, riprendo contatto con l'India, i suoi contrasti e la sua lentezza. Ormai io e l'India siamo amici, saltiamo i convenevoli sapendo cosa aspettarci l'uno dall'altro, peraltro sarà la prima volta (su tre) che un viaggio in India si chiude senza che abbia chiamato in soccorso il mio amico Bimixin.
Il Rann Utsav è il festival del deserto salato, si svolge qui da una ventina d'anni su un periodo di tempo che arriva a un centinaio di giorni: non è un evento motociclistico in senso stretto, quanto la celebrazione della cultura e delle arti di questa parte dell'India e – permettetemi l'abusato lemma – anche della resilienza di questa popolazione mite, caparbia e allegra. Mi piacciono gli indiani, li apprezzo per la loro schiettezza e per il loro aprirsi al mondo con integrità. Col tempo ho imparato anche a farmi piacere il loro inglese.
Il Rann Utsav vede per la seconda volta TVS fare squadra con il Governo locale per farci immergere, prima ancora che nelle nuove moto della Casa indiana, in una parte rilevante delle tradizioni locali attraverso una experience immersiva e per certi versi senza filtri.
Si dorme nel deserto in questa città di tende gigantesca e che ricorda a tratti un villaggio turistico con tanto di reception, costruzioni a tema e installazioni folkloristiche: Tent City è il centro di questo festival della cultura indiana nato con l'espresso intento di valorizzare il tessuto produttivo, portare risorse attraverso il turismo e di stressare il concetto che questi luoghi possono essere una straordinaria destinazione per il turismo in moto.
La domanda che mi faccio non appena arrivato a Dhordo è “verrei qui in moto?”. Ma la risposta è pleonastica e la domanda retorica: io in moto andrei ovunque, quindi forse è meglio chiedersi se porterei qui degli amici in moto. Sì, nonostante le strade malmesse e i lunghissimi rettilinei che congiungono incroci approssimativi su pianure a perdita d'occhio con nulla più che un pugno di case, qualche pilone dell'alta tensione e vegetazione bassa a fare da sfondo agli indiani che giocano a cricket sotto il sole di mezzogiorno mentre la processione di camion sfila tenace sulla statale. Più in là, poco più in là, tuttavia, c'è il Deserto Bianco: una depressione salmastra dove l'acqua evapora e produce uno scenario lunare, qualcosa come Bonneville, ma speziato e con i cammelli. E poi c'è la Road to Heaven, di cui parleremo poi.
Si dorme in tenda, ma con l'aria condizionata. Nel deserto, ma con i rumori del condizionatore della tenda del vicino a pochi metri dalla testa. Al buio, ma con milioni di moscerini pronti all'assalto non appena si accende la luce e si scosta la zanzariera. Non so quante persone possa contenere Tent City, probabilmente alcune migliaia, ma so che in questo momento non siamo molti e ciònonostante la notte sento distintamente festeggiamenti in villaggi vicini: musica, urla e cori, feste che noi diremmo di piazza ma che qui trovano spazio nelle numerose strutture simili a questa, spesso più modeste. Esco a fare due passi, sono le due di notte e il jet lag mi scorta fino all'uscita di servizio del villaggio: c'è gente, in India c'è sempre gente in strada, anche se è buio.
I motorini e le moto scorrono ai margini, i camion e le auto viaggiano piano e il traffico è quello di sempre: caos controllato, regole non scritte e tanta tolleranza portano tutti a casa. Ma non sempre: secondo dati 2022, l'India è il sesto paese al mondo per numero di vittime stradali ogni 100.000 abitanti, con l'11% di tutti gli incidenti registrati al mondo (450.000) che hanno causato oltre 150.000 morti nel periodo considerato, ma probabilmente sono valori sottostimati. Secondo i dati censuari indiani il numero di decessi potrebbe essere molto più alto (fino a 270.000). Per valutare meglio questi dati c'è da considerare la popolazione totale di quasi un miliardo e mezzo di abitanti, che purtroppo muore per il 2,9% a seguito di incidenti stradali; di questi, poco meno della metà a bordo di una moto. Per dare un paragone: in Italia (dati Istat 2024) sono circa 3000 le vittime in più o meno 173.000 incidenti stradali, la mortalità stradale per milione di abitanti è di 52,4.
I dati, pur crudi e aspri, non riescono però a rendere il conto di variabili che puoi comprendere soltanto quando sei a bordo strada. La percentuale di uso dei mezzi a due ruote è esponenzialmente superiore a qualsiasi paese europeo, l'uso del casco incontra – per tante ragioni, anche pratiche – un'accoglienza non totale fuori dalle grandi città, il rispetto delle regole stradali specie nelle aree non urbane non è sempre rigoroso, lo stato delle strade talvolta è critico per integrità, larghezza della corsia, illuminazione e segnaletica: nulla che non abbia visto decine di volte in Asia, sia chiaro. Tuttavia, in questo quadro che potrebbe essere reputato allarmante ci sono due buone notizie: dal 1970 fino ad oggi i dati sono radicalmente e logaritmicamente migliorati, lo sforzo per migliorare la sicurezza stradale è chiaro, inoltre è raro vedere atteggiamenti prevaricatori o aggressivi: insomma, nelle strade strette i camion cercano sempre di lasciare quanto più spazio possibile per far passare chi è su due ruote. Io non ho timori quando guido in India, ma raddoppiare la prudenza e pensare come un indiano è un buon modo per mettere distanza tra sé e la statistica.
Torno in tenda, manca poco all'alba; ne ho abbastanza e ho pure freddo. Non c'è il caldo che mi attendevo.
Il Deserto Bianco (White Rann o Rann of Kutch) è lì, a portata di mano, la liturguia del Rann Utsav lo include ed è un passo necessario, ma c'è una cosa che non vi ho detto e che mi torna in mente qui al buio: il Rann Utsav è nato per iniziativa del Governo centrale, e del resto lo stesso Narendra Modi prima di essere l'attuale Primo Ministro indiano, cardine di una politica molto determinata allo sviluppo di Bharat, era a capo dello Stato del Gujarat. L'iniziativa nasce quindi nel 2005 come reazione al devastante terremoto di Bhuj del 2001. Non si tratta soltanto di una risposta economica al dramma di centinaia di migliaia di sfollati e di 20.000 morti, quanto un passaggio di cura, una contromisura anche psicologica verso una popolazione che una mattina perde intere classi di studenti proprio mentre si festeggia la Festa della Repubblica. Il terremoto del 26 gennaio 2001 rase al suolo tutta l'area (già provata dal un terribile ciclone nel 1999) dove mi trovo oggi: 450 villaggi e alcune città tra cui Bhuj furono ablate ma non rimosse dalla memoria, con un testardo tentativo di mantenere le radici intatte ricostruendo, ad esempio, uno dei villaggi quasi nello stesso punto dove sorgeva e lasciare che 35 famiglie restassero lì a presidiarlo, con le loro tradizioni e la loro cultura. E con una determinazione granitica, aggiungo. Lo visito la mattina dopo, c'è pure una scuola per 9 meravigliosi bimbi, una piccola piazza, una mostra di come siano fatte le Bhunga, le case tradizionali a forma conica. Ci viene ricordato di non fotografare le donne e che il modo migliore per sostenere queste comunità è acquistare il loro artigianato. Rimpiango di non essere in moto mentre immagino l'ansia di chi ha perso tutto: mille chilometri più in là c'è Bhopal, non so a causa di quale cortocircuito cognitivo mi viene in mente anche quella tragedia del 1984.
Venire qui non ha soltanto il senso di conoscere meglio un Marchio indiano che è appena entrato nel podio dei tre maggiori produttori mondiali (per volumi di vendita) o di riempirsi gli occhi con gli strepitosi scenari del deserto, ma anche quello di dare continuità allo slancio verso lo sviluppo dell'area e alla tutela delle sue tradizioni; la strepitosa serata sul deserto di sale per la presentazione di cinque modelli TVS (più un tre ruote elettrico) celebrativi del Rann of Kutch è di fatto la festa di tutto questo, poco importa se non guiderò sul deserto salato come mi ero immaginato, qui sto toccando con mano che il deserto è tutt'altro che sterile e che la cultura motociclistica è più ampia di quanto io possa immaginare, quantomeno dall'Europa.
TVS ha peraltro realizzato una motosport arena a poca distanza, dove un pomeriggio andiamo a vedere l'entusiasmo dei locali per stunt, dirt track e freestyle: show, sabbia e cultura popolare, un mix contagioso che però nulla può contro l'impatto dell'alba vista dalla Road to Heaven.
Immaginate un rettilineo di 30 chilometri circondato da un lago che a destra è increspato ma a sinistra non so per quale sortilegio, no. Questa lingua d'asfalto che unisce Khavda a Dholavira ha scavato un solco nelle mie esperienze in moto e reso meno ferrea la convinzione che in moto una strada senza curve sia trascurabile.
Cosa me ne frega delle curve quando ho l'illusione che non ci sia terra alla fine di questo rettilineo e che questa sensazione possa durare per sempre, quando spero che “Road to Heaven” dica la verità e l'utopia di stare per provare un'esperienza extracorporea e sovrasensoriale vuole sopraffare la mia razionalità. Si dice sia la strada più panoramica dell'India, di certo è quella con più moscerini. Me ne frego, oggi è uno di quei giorni che ricorderò per sempre, sulla RTX a 90 all'ora, con i fenicotteri a sinistra che spiccano il volo tutti insieme, i pensieri confusi, l'odore di salmastro che mi tiene sveglio perché per arrivare qui a salutare l'alba mi sono svegliato alle 4:00, l'emozione di cavalcare il lago, di perdersi e poi di ritrovare se stessi come in Notturno Indiano; il sole talmente basso da giustificare il miraggio che alla fine di questo infinito rettilineo sia ancora buio. E io, credetemi, non ho paura del buio.