Moto Maggioni: una storia di passione

Camilla Colombo
Quasi 90 anni di storia per un officina milanese che si tramanda da tre generazioni
21 giugno 2018

È una storia di passione. Di amore per un lavoro che diventa una forma stessa di esistenza e di famiglia. Quando per professione si vive tra le due ruote, è difficile non essere orgogliosi delle proprie creazioni e non innamorarsi di un mondo che è più un modo d’essere che un semplice sport.

A Milano, in via Achille Maiocchi 29, a due passi dal Bar Basso, dove negli anni Sessanta fu inventato il celebre Negroni Sbagliato, c’è un posto che è la giusta sintesi tra meccanica, laboratorio, restauro, trasformazione e inventiva. A gestire oggi Moto Maggioni, dopo quasi 90 anni di attività, c’è Eugenio, terza generazione di un nucleo famigliare con i motori nel sangue.

“Ha iniziato mio nonno, nel 1929, con una piccola officina in cortile in cui riparava bici e moto”, racconta il nipote Eugenio. “All’epoca era dipendente alla Bianchi, il cui centro produttivo si trovava in viale Abruzzi, vicinissimo a dove è oggi il mio laboratorio. Poi è arrivato mio padre, che ha lavorato per anni alla Moto Guzzi in via Domodossola a Milano. Quando, a metà anni Sessanta, la Guzzi chiuse lo stabilimento a Milano e si trasferì a Mandello del Lario, mio padre decise di dedicarsi totalmente al centro-laboratorio di via Maiocchi, dove nel 1986 sono entrato io”.

Per Eugenio, come per tanti altri appassionati delle due ruote, la scintilla per i motori si è accesa molto presto. Ha solo 4 anni e mezzo quando si avvicina a una bicicletta a motore. Ne ha 14 quando entra nel circuito trial, 16 quando passo all’enduro, ma nel 1987 smette di gareggiare per l’improvvisa morte della madre in un incidente stradale. Passano gli anni e la passione per le moto torna a farsi sentire, ma questa volta vira verso il mondo delle Bmw fuoristrada. “Nel 1985 avere una moto della casa di Monaco era da sfigati, sembravi un vecchio, se andavi in giro con una Bmw stradale”, ricorda Eugenio. “Ma non dimentichiamo che la Bmw aveva un palmares di tutto rispetto, aveva vinto tutto, come le grandi case dell’epoca, Guzzi, Gilera. Oggi rimane leader di affidabilità, ma ha perso molto di quegli aspetti che l’hanno resa un prodotto sicuro, anche dopo 30 anni dalla messa su strada. È più un accessorio per farsi belli al bar, il riconoscimento di uno status symbol, con un costo accettabile per poter fregiarsi di una moto di livello”.

Nonostante sia alla moda e sempre più hipster, Milano ha ancora uno zoccolo duro di appassionati motociclisti che rispecchiano i canoni tradizionali del “Born to be wild” alla maniera di Easy Rider. “I lavori più importanti, però, mi vengono commissionati dall’estero. Lì, c’è una vera cultura dello sporcarsi le mani, del trasformare la propria moto, della simbiosi tra l’oggetto e la persona. Da noi è molto più un’apparenza”.

Eugenio è un uomo la cui passione per le moto si coglie a ogni parola. Quando si parla della sua materia, non smetterebbe di portare argomenti e di coinvolgere chi gli sta di fronte. I lavori di restauro, di cui è più orgoglioso, vanno dalla sua moto Bmw - 340.000 chilometri alle spalle, dieci anni di attività e due proprietari prima di lui - alla prima trasformazione di una motocicletta, avvenuta 10 anni fa, che ha dato l’imprinting a tutto il suo lavoro. “Era una Bmw R60 di un gioielliere di Milano, talmente risistemata nell’estetica che la gente in giro chiedeva spesso che modello fosse”. Una bella soddisfazione, lascia intendere. E poi un altro cliente, un collezionista di auto di St Moritz, la cui Porsche 930, lo stesso modello dell’auto di Steve McQueen, è servita da ispirazione per i colori, usati su un telaio Bmw. “Il bello di questo lavoro è fare moto su misura, senza far capire che sia un pezzo unico. Mi diverte che le persone si domandino quale sia l’originale. Il processo di trasformazione deve essere fatto bene, ma non deve mai diventare eccessivo”.

Anche perché il costo non è proprio accessibile a tutti. Trasformare una motocicletta richiede un certo dispendio economico, quindi si deve essere piuttosto convinti di quello che si vuole. “È come un tatuaggio”, suggerisce Eugenio. “Devi pensare bene a cosa vuoi scriverti sulla pelle prima di farlo. Alla stessa maniera si può considerare la trasformazione della propria due ruote: è come una poesia che ci rispecchia, che invece di essere tatuata sulla pelle, si manifesta in uno strumento d’avventura”. Soprattutto per gli uomini. Sono poche le donne interessante a questo settore specifico del motociclismo. Tranne una: una cliente storica, tre lauree diverse e una passione per le due ruote che dura dagli anni Settanta.

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