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L'Italia si sveglia con una nuova regola per i monopattini elettrici, ma il primo giorno di vigenza dell'obbligo di targa — scattato dalla mezzanotte del 17 maggio in tutta la penisola — racconta già storie molto diverse, e tutte problematiche. Prima ancora che le pattuglie uscissero a fare i primi controlli, il Codacons aveva già alzato la voce chiedendo al governo una proroga immediata: secondo l'associazione dei consumatori, migliaia di cittadini che hanno presentato richiesta del contrassegno nei termini previsti non lo hanno ancora ricevuto, e rischiano quindi sanzioni da 100 a 400 euro pur non avendo alcuna colpa.
A rendere il quadro ancora più critico, le società di sharing denunciano circa 15.000 pratiche ancora inevase, con monopattini in condivisione potenzialmente fermi perché sprovvisti del targhino. Il MIT assicura che sono stati emessi circa 50.000 contrassegni su oltre 40.000 richieste — quasi il 60% delle quali arrivate negli ultimi dieci giorni — ma i numeri non tornano, e il rischio di una valanga di ricorsi è concreto. Nel frattempo, a Torino i contrassegni adesivi spariscono dai telai quasi in tempo reale, lasciando solo l'alone di colla come prova della loro breve esistenza. A Bari, la Polizia locale non aspetta e avvia controlli a tappeto: dieci sanzioni nel primo giorno, quattro conducenti fermati senza casco. La norma è la stessa ovunque, ma la sua applicazione rivela un Paese ancora in cerca di un equilibrio tra rigore e pragmatismo.
Il contrassegno previsto dal nuovo Codice della strada è un adesivo plastificato di 5 per 6 centimetri, prodotto dall'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato con tecnologie anticontraffazione. Riporta tre lettere e tre numeri su sfondo bianco, accompagnati dal simbolo della Repubblica italiana. A differenza delle targhe automobilistiche, non è legato al veicolo ma al codice fiscale del proprietario, e va applicato sul parafango posteriore o, in assenza di questo, sul piantone dello sterzo anteriore. L'obbligo vale sia per i mezzi privati sia per quelli in sharing. Per ottenerlo, i proprietari devono rivolgersi al Portale dell'Automobilista o agli uffici della Motorizzazione civile, affrontando una spesa complessiva di circa 35-36 euro tra bollo, diritti e spese amministrative. Chi circola senza rischia una multa da 100 a 400 euro.
Il nodo più spinoso della giornata è politico prima ancora che pratico. Il Codacons ha chiesto formalmente al governo di prorogare la scadenza, portando a sostegno della propria richiesta dati difficili da ignorare: migliaia di pratiche risultano ancora inevase presso le Motorizzazioni di tutta Italia, con la consegna fisica del contrassegno che slitterà inevitabilmente oltre il 17 maggio per molti richiedenti. «Nonostante i cittadini abbiano inoltrato la richiesta entro i termini previsti, migliaia di pratiche risultano ancora inevase», denuncia l'associazione, sottolineando che esporre questi utenti a sanzioni sarebbe non solo iniquo ma anche foriero di un contenzioso di massa. Le società di sharing, dal canto loro, segnalano circa 15.000 richieste ancora in attesa: un numero che, tradotto in mezzi potenzialmente fuorilegge e quindi fermi, ha un impatto diretto sulla mobilità urbana di diverse grandi città. Senza una risposta chiara da parte del MIT o un intervento normativo urgente, il rischio di ricorsi a cascata appare tutt'altro che remoto.
Nel capoluogo piemontese, dove operano quattro gestori di sharing — Bird, Dott, Lime e Voi — con una flotta di circa 3.000 mezzi, il Comune si era coordinato nei giorni precedenti per garantire che tutti i monopattini fossero in regola prima della mezzanotte. Ma l'alba del 17 maggio ha restituito un quadro inaspettato: diversi contrassegni erano già spariti, con solo il segno della colla a testimoniarne la precedente presenza. Vandalismi, rimozioni volontarie o semplicemente adesivi mal incollati? Probabilmente un mix di tutto. Gli stessi operatori avevano già segnalato le criticità tecniche legate all'applicazione: superfici curve, plastiche porose, parafanghi non perfettamente puliti o sgrassati compromettono l'aderenza fin dal primo momento. Una volta in strada, poi, vibrazioni, pioggia, fango e sbalzi termici fanno il resto.
L'assessore alla Polizia Locale Marco Porcedda ha precisato che «in questa prima fase i controlli rimarranno invariati rispetto a quanto fatto fino ad oggi», optando per un approccio graduale che tiene conto delle difficoltà oggettive del debutto.
Tutt'altro clima a Bari, dove la Polizia locale ha scelto la linea dura fin dal primo giorno. Le pattuglie hanno sottoposto a verifica decine di monopattini in circolazione: il bilancio parla di dieci sanzioni per assenza del contrassegno e quattro per mancato utilizzo del casco — obbligo già in vigore da oltre un anno. Dal comando fanno sapere che i controlli «proseguiranno nelle prossime settimane, con servizi mirati e pattuglie dedicate su tutto il territorio comunale», invitando chi non ha ancora il targhino a lasciare il mezzo a casa in attesa di regolarizzarsi.
La giornata barese è stata però segnata anche da un episodio che ricorda perché queste norme esistono: un turista straniero è stato investito da un monopattino elettrico mentre passeggiava nel quartiere di Bari vecchia. Il conducente si è dileguato dopo l'impatto, lasciando la vittima con una prognosi di trenta giorni. Un sinistro che, con ogni probabilità, sarebbe stato più facile da gestire — anche in termini di identificazione del responsabile — proprio grazie all'obbligo di targa appena entrato in vigore.
Il vero banco di prova arriverà nelle prossime settimane, quando il governo dovrà rispondere alla richiesta di proroga del Codacons e le città dovranno decidere se seguire l'approccio di Torino o di Bari. Il problema tecnico degli adesivi non è un dettaglio trascurabile, e quello burocratico delle pratiche inevase lo è ancora meno: se decine di migliaia di utenti in regola con le richieste si trovano esposti a sanzioni per un ritardo non imputabile a loro, la credibilità dell'intera riforma ne uscirebbe compromessa. L'incidente di Bari vecchia, nel frattempo, ricorda con brutalità che dietro ogni norma sulla micromobilità c'è una questione di sicurezza reale, fatta di pedoni, conducenti e strade sempre più affollate di mezzi elettrici silenziosi e veloci. La targa, da sola, non basta — ma era il primo passo necessario. Purché si riesca davvero a farla restare attaccata.
Immagine: ANSA