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In un video, il britannico Taylor Mckenzie, che è un ex pilota di moto come del resto il padre Niall, ha affrontato un tema che in DopoGP tocchiamo spesso: il grande impegno fisico che le moderne MotoGP chiedono al pilota. Sono moto pesanti, poco maneggevoli con tutte quelle appendici alari; e moto che scaldano tanto. In Formula 1 vediamo fior di piloti come Hamilton o Alonso superare i 40 anni e andare sempre forte, nel nostro sport abbiamo sì visto Valentino Rossi andare oltre, ma abbiamo anche recentemente registrato ritiri precoci come quello di Casey Stoner a 27 anni o Jorge Lorenzo a 32 anni.
Taylor intervista un altro ex, il californiano John Hopkins, e con lui affronta i vari aspetti. La MotoGP è troppo faticosa? Emergono diverse criticità: lo stress fisico della guida in condizioni spesso estreme, il dolore fisico per gli esiti degli infortuni, l’affaticamento che deriva dai tanti e lunghi viaggi…
I due hanno preso in esame una sessione di test ufficiali come quelli svolti in Malesia, dove i piloti percorrono qualcosa come un centinaio di giri ogni giorno con temperature che sfiorano i 40 gradi e l’umidità vicina al 100%. Ogni pilota deve spingere al 90 o 100%, altrimenti i tecnici non possono analizzare dati significativi, e devono mantenere questo livello di concentrazione e impegno fisico. Ebbene, un'ora intera a quei ritmi e in quell’ambiente equivarrebbe sul piano atletico a una maratona corsa con il massimo impegno. Con la difficoltà tecnica di portare al limite una moto da 300 cavalli…
Avete mai osservato i mignoli delle mani dei piloti della MotoGP? Ce ne fosse uno diritto: sono tutti contorti e con poca mobilità. Eppure non li sentite mai lamentarsi per questa menomazione così diffusa: nel tempo è diventata la norma e la verità è che quasi tutti i piloti devono convivere con importanti dolori cronici. Gli infortuni sono frequenti e lasciano pesanti eredità: basta guardare agli ultimi cinque anni di Marc Marquez, ai quattro suoi interventi chirurgici fino alla rotazione dell’omero previa fatturazione in sala operatoria… E quello di Marc non è un caso isolato, perché tutte le cadute ad alta velocità lasciano come minimo piccole fratture e danni ai tessuti che non guariscono mai del tutto.
John Hopkins ha raccontato come sia assolutamente normale scendere in pista con qualche osso rotto, spesso affidandosi agli antidolorifici. “A diciotto anni rimbalzi, ma a venticinque senti ogni singolo colpo" ha aggiunto Taylor. Basta ricordare il caso di Jorge Lorenzo: arriva un momento in cui il rischio delle corse in moto smette di avere un senso.
Oltre allo stress fisico della moto e della pista, c'è un altro tema che mette alla prova e logora il pilota: lo stress logistico. I due ex raccontano che in una stagione si affrontano almeno una sessantina di voli, spesso cambiando fuso orario. Una delle conseguenze è la privazione del sonno e Mackenzie afferma che diventa difficile dormire più di tre o quattro ore per notte. I due amici ne sono sicuri: l’affaticamento che deriva da questo stress logistico rallenta i riflessi e impedisce un recupero corretto dei muscoli e della mente. E i rischi alla guida aumentano, perché con 44 partenze, cioè i 22 Gran Premi e le relative gare Sprint, non può che aumentare lo stress.
E i tempi di recupero si accorciano sempre di più, non soltanto per il calendario sempre più fitto. Ci sono gli impegni mediatici e gli allenamenti intensi, alcuni anche rischiosi come il motocross, oggi considerato necessario. Noi non abbiamo il simulatore, per allenarci. Ne consegue che il tempo di recupero è praticamente nullo.
Come considerazione conclusiva, Mckenzie e Hopkins affermano che le nuove regole sull'età minima (ora si parte a 18 anni) finiranno per accorciare le carriere: entrare nel mondiale più tardi significa arrivare in MotoGP già più provati fisicamente dalle classi minori. In definitiva, i due fanno suonare l’allarme: la MotoGP di oggi è sfida e spettacolo, ma logora più rapidamente di quanto avveniva in passato. Ma è proprio così? Anche una volta c’erano ritiri precoci, anche un provatissimo Kevin Schwantz dovette alzare bandiera bianca a 31 anni nonostante preferisse continuare a correre. Anche le 500 erano massacranti, c’era però -questo è certo- un calendario meno stressante di oggi.