Marco Lucchinelli compie 70 anni: auguri!

Nico Cereghini
  • di Nico Cereghini
L’augurio è di tutti quelli (e sono tanti) che gli vogliono bene. Talento, simpatia, anche follia: il campione del mondo 1981 della classe 500 rappresenta per molti appassionati il ritratto del pilota più vero. Quello di un volta, esagerato ma pronto a prendersi tutti i rischi, in pista come nella vita
  • Nico Cereghini
  • di Nico Cereghini
26 giugno 2024

Il mio amico Marco Lucchinelli taglia oggi il traguardo dei settant’anni: è nato a Bolano (La Spezia) il 26 giugno 1954 e lo conosco da che, ventenne perché allora si iniziava a correre tardi, esordiva in pista a Casale Monferrato, su una Aermacchi Ala d’Oro 250 dopo aver già fatto una gara in salita. Era uno “junior” ed era il ‘74; l’anno dopo era già “senior” nel team Gallina, spezzino come lui, con le Yamaha 250 e 350, e parallelamente entrava con me nella squadra ufficiale Laverda per disputare le 24 Ore con la 1000 tre cilindri. Una volta era così, si guidava tutto quello che capitava, se capitava. Nel ‘76, Suzuki RG 500 standard per entrambi.

Gran talento, l’ho seguito da vicino: subito protagonista nel mondiale della top class, subito a podio con due secondi e un terzo posto, quarto nella classifica finale della classe 500. Ma subito dopo fece la prima scelta sbagliata: lasciò Roberto Gallina. Prima si illuse con il team Life, poi eccolo correre da privato appoggiato dai Castiglioni e da Dainese. Ma furono anni disastrosi, perché era una gran manetta, ma troppo istintivo nelle decisioni che contavano in quel mondo difficile.

Il suo periodo migliore va dall’80 all’83, quattro stagioni sulle moto ufficiali con ingaggio adeguato. Prima tornò con Gallina per il 1980, vinse alla grande l'ultima gara al Nurburgring (detiene ancora il record sui 22.835 metri della Nordschleife), si guadagnò la riconferma per la stagione del suo titolo: il magico 1981, con cinque vittorie in Francia, Olanda, Belgio, San Marino, Finlandia. Grandioso campionato, Lucky su Mamola, Roberts, Sheene...

Fu una scelta giusta, quella di passare in Honda con il numero 1? Lo criticarono tanti, ma la NS 500 tre cilindri era già competitiva, Marco fece bene, purtroppo si trovò Freddie Spencer di fianco nel box e, soprattutto, il GP d’Austria gli fu fatale. Era la seconda prova dell’82, duellava con Uncini per la vittoria e Spencer era dietro, senza colpa cadde ad alta velocità nell’ultimo giro. Dopo quella brutta caduta non fu più lo stesso pilota.

Bel personaggio, comunque, amato dagli appassionati. Cantava anche bene e fu invitato ad esibirsi al Festival di Sanremo edizione 1982. Concluso senza fortuna il biennio in Honda, andò avanti in qualche modo fino all’86, poi la Superbike con due vittorie nel mondiale e il successo nella Battle of the Twins, Daytona 1987, con la 851. Quindi divenne team manager della Ducati dei Castiglioni, guidò Roche al titolo 1990 ed è stato accolto (tardivamente) nella Hall of Fame della MotoGP il 2 giugno del 2017.

Non è stata un vita semplice, quella di Marco. Tante pagine amare, l'arresto del 1991 e la condanna per possesso di droga, ma soprattutto la morte del figlio Cristiano, il 5 luglio 2017 in un incidente stradale. Aveva solo trentasei anni, il suo ragazzo: ha perso la vita finendo con la moto contro un SUV che invadeva la strada svoltando a sinistra.

“Faccio il nonno, taglio l’erba, Marquez sulla moto mi arrapa”

Ora, tutte di seguito, le parti più interessanti della telefonata con Lucky.

Non avrei mai pensato di arrivarci, ai settant’anni, e me la godo. Sì, da un po’ preferisco restare in disparte, ho vissuto la moto in una certa maniera, adesso è un’altra cosa… e so che, se dico quello che penso, creo un problema”.

“Ho due nipotini nuovi, figli di Rebecca, maschio e femmina, tre anni e un anno e mezzo. Faccio il nonno, li ho appena portati qualche giorno al mare. Cosa mi piace fare? Mi occupo della campagna, taglio dell’erba, due domeniche al mese faccio i corsi di  ”donne in moto”… No, in pista vado poco, ero legato ad Adria… E poi le moto oggi vanno troppo forte”.

Le gare le seguo, la MotoGP ho ricominciato a guardarla perché Marquez in moto mi arrapa, gli altri sono bravi ma lui è il riferimento anche se non mi è così simpatico, ma non devo mica sposarlo... Vincere il mondiale con lui dentro è un’altra cosa… Toprak? E’ un altro che fa paura. Come mai adesso la BMW va più forte della Ducati? Mi chiedo perché non vada in MotoGP…”.

Il ricordo più brutto? Quello che ha cambiato la mia vita, parlarne è doloroso. Il più bello? Forse il titolo dell’81, ma ce n’è tanti, c’è la nascita di Cristiano, ci sono quei quattro anni belli dopo l’80. Ma c’erano tante cose che mi piacevano... sono fatto in un certo modo. Quello che resta di sicuro è che in quel 1981 sono stato il più bravo del mondo”.

La persona migliore nella mia carriera? Barry Sheene, un vero amico, a Imola fece in modo che potessi cambiare le gomme subito prima del via e poi vinsi su di lui. C’era un bel rapporto, ha fatto per me cose che io stesso non so se avrei fatto…”.

La moto più bella? La Suzuki, specie quella dell’81, anche se nell’80 andavo anche più forte e il titolo l’ho perso per qualche episodio sfortunato. La Suzuki era una moto fantastica, ti trovavi subito bene. Ma la Honda non è stata da meno. La caduta di Salisburgo? Brutta, andavo forte, avessi vinto lì cambiava tutto”.

Il tecnico più in gamba della mia carriera? Roberto Gallina, con lui abbiamo lavorato bene. Sarà perché parlavamo poco, ma parlavamo la stessa lingua e lui aveva appena smesso di correre. Questa era una cosa importante, l’elettronica non c’era. Sì, col Gallo abbiamo fatto proprio un bel lavoro”.
 

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