Kevin Schwantz: “La mia Suzuki era estrema e difficile da guidare”

Kevin Schwantz: “La mia Suzuki era estrema e difficile da guidare”
Erogazione impossibile. "Era come accendere un interruttore, da zero a tutto", ricorda il texano. Ed era una moto delicata: se non era al 100 per cento diventava inguidabile. Gli infortuni si fanno ancora sentire. Rainey il rivale più tosto
3 settembre 2026

Le GP 500 due tempi non avevano nulla a che vedere con le MotoGP di oggi. C’è stato un periodo in cui erano moto molto leggere, incredibilmente potenti e difficili da gestire. Kevin Schwantz le ha guidate per anni e ricorda ancora quanto fosse complicato trovare il punto di equilibrio: essere veloci senza cacciarsi nei guai.

In un'intervista pubblicata sul podcast di Taylor Mackenzie, Schwantz ripercorre alcuni dei momenti più importanti della sua carriera, concentrandosi in particolare sulla Suzuki RGV500 del 1989. Una moto che, quando funzionava a dovere poteva vincere gare, ma che era anche estremamente difficile da controllare

“Il problema della Suzuki - ha detto il texano - era che doveva essere al 98, 99 o 100 percento. La differenza tra avere la moto perfettamente a punto o meno poteva essere enorme. Se non era praticamente al limite della perfezione non era una moto vincente, non era nemmeno da podio. Si poteva arrivare facilmente quinti, sesti, settimi o ottavi”.

Schwantz spiega di aver avuto recentemente l'opportunità di guidare una replica esatta della sua Suzuki del 1989 e di confrontarla con una moto del 1993. 
"La moto del 1993 ha un range di erogazione della potenza doppio rispetto a quella del 1989. Con quella del 1989 faccio fatica persino ad impennare. È come accendere un interruttore della luce”.

L’apertura dell'acceleratore era un'operazione più delicata di quanto possa sembrare oggi. Non c'erano controlli di trazione o sistemi elettronici d’aiuto per il pilota e gestire l'erogazione di potenza. Quando la moto non rendeva al meglio, Schwantz doveva cambiare il suo stile di guida. E quando la moto non era al 100 per 100?

Quando non era vicina al 100%, il che accadeva quasi sempre, era decisamente inguidabile. Bisognava rallentare. Bisognava imporsi 'devo assolutamente arrivare alla fine della gara'. Probabilmente avrei potuto arrivarci più velocemente, ma il rapporto rischio-beneficio non era sufficiente".

La cosa curiosa è che la stessa moto, pur essendo così complessa, era abbastanza competitiva da lottare per la vittoria durante tutta la stagione 1989. Probabilmente la Yamaha non era meno impegnativa… Quell’anno Schwantz partecipò a 13 GP e afferma di essere stato in testa a ogni gara prima che un guasto o una caduta ponessero fine alle sue possibilità. Vinse sei gare, quell’anno.

"Delle tredici gare di quell'anno, a un certo punto, prima che si rompesse o prima che cadessi, eravamo in testa in ognuna di esse. Se la Suzuki avesse avuto un po' più di esperienza e non avessimo avuto tutti quei problemi meccanici… saremmo stati davvero in lizza”.

Wayne Rainey il rivale più ostico

Quella Suzuki attirò anche l'attenzione di altri piloti, come Mick Doohan e Eddie Lawson. Quando Taylor Mackenzie gli chiede chi fosse il suo rivale più temibile, Schwantz non esita:

Probabilmente Rainey è stato il mio più grande rivale. Lo odiavo, non mi piaceva, non volevo stargli vicino - ammette ridendo - e le nostre battaglie sono state molto dure: mi sono appoggiato a lui un paio di volte, ma mi sono allontanato abbastanza dalla mia moto da far sì che fosse il mio corpo contro la sua moto, non il mio manubrio contro le sue leve dei freni. Il più delle volte non riuscivo a fargli chiudere il gas. Anzi forse lo costringevo ad aprirlo. Rainey aveva una guida spettacolare”:

Di Eddie Lawson lui dice: era il signor Costanza. Di Wayne Gardner, che conosce meno, non ha un'opinione così precisa, anche se ricorda che era un pilota veloce e una brava persona.

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Gli incidenti hanno lasciato il segno

Le 500 hanno lasciato il segno sul corpo di Schwantz. Alcuni degli infortuni subiti si fanno ancora sentire.
“Probabilmente tutte le cadute mi sono rimaste impresse. Quando mi alzo la mattina e faccio i primi passi, penso: 'Oh, che male. Quella caduta a Donington nel 1994...'"

L’incidente a Donington Park fu uno dei più tosti della sua carriera: Kevin si lussò la spalla durante una caduta rovinosa e riportò anche lesioni alla mano.
"Mi sono lussato la spalla in quell'incidente. Mi sono rialzato, ho camminato fino a bordo pista, sono caduto sulla schiena e me la sono rimessa a posto. Ma la spalla non era l'unico problema: entrambe le mani erano in pessime condizioni, un polso era lussato e praticamente usciva fuori ogni volta che andavo in bicicletta. E se non usciva, doveva essere rimesso a posto ogni domenica."

Quel polso crea ancora oggi dei limiti e la sua mobilità resta molto limitata. Nonostante tutto, Schwantz continua ad amare le moto.
“So ancora guidare una moto, posso guidare la mia moto da cross e posso salire su una moto da Gran Premio e fare qualche giro a Laguna Seca. Non al ritmo o alla velocità di una volta, ma posso ancora farlo e divertirmi".