Partire da una destinazione - 3. Gianfranco di Benedetto

Partire da una destinazione - 3. Gianfranco di Benedetto
Antonio Privitera
  • di Antonio Privitera
Tre viaggiatori siciliani, tre storie diverse. Chiudiamo con Gianfranco di Benedetto
  • Antonio Privitera
  • di Antonio Privitera
22 agosto 2018

Se vi siete immedesimati nella consapevolezza di Sebastiano Coco di dovere dare alla propria vita la felicità che merita, o se avete letto la storia di Ottavio Patanè e vi siete scoperti anche voi viaggiatori per necessità evolutiva, sappiate che quello che sto per presentarvi è un grande esperto di moto, di cultura motociclistica e di strada. Proprio come noi, un appassionato che ha dato molto alla moto e al sogno della libertà; e che oggi, a 46 anni, vive la permanenza in Sicilia come un prezzo da pagare, volentieri, alle circostanze: sono certo che se potesse troverebbe salvifico vivere in Canada o in luoghi comunque più freddi. Perché lui, sappiatelo, detesta il caldo, il mare, l'umido, la salsedine, i viaggi in aereo.

I grandi viaggiatori in motocicletta sono molti più di quanti si pensi. Sono quasi una comunità, o una setta, che a volte rasenta l'omologazione dei comportamenti: mi chiedo, ad esempio, che ne sarà dei viaggi intercontinentali in moto quando non ci sarà più alcuna Transalp usata in giro, e quelle in vendita avranno chilometraggi da Tir o valutazioni altissime. Ma di fronte a chi esprime gesti estremi, come decidere di impiegare notevolissime risorse e tantissimo tempo per costruirsi la propria avventura, siamo sempre in bilico tra la condanna e l'empatia. Per questa ragione trovo indispensabile, ogni tanto, tornare con i piedi per terra. Pensare che i grandi motoviaggiatori sono sì persone incredibili e coraggiose, ma chi fa i conti con la propria quotidianità non è da meno. E mi è venuto in mente lui, terzo e ultimo viaggiatore motociclista che incontro: Gianfranco di Benedetto, avvocato, padre e marito. Ci vediamo sulla strada che porta al Rifugio Sapienza, a quota 2.000 metri, per trovare un posto calmo dove parlare. In realtà ci andava di fare un bel giro e due pieghe.

È il motoviaggiatore della porta accanto, quello che stringe i tempi (e i costi) al massimo, fa i salti mortali tra famiglia e lavoro per tornare con la moto ancora infangata in studio appena prima dell'appuntamento col cliente. Cartina stradale vivente dell'Isola, capace di spararsi il tappone per il solo piacere di soffrire, mal di schiena quasi risolto dopo avere perso almeno 30 chili. Adesso sembra un ragazzino.

“Viaggiare è un processo. Bisogna arrivare alla meta piano piano, percependo i cambiamenti. Altrimenti è teletrasporto. Oltretutto solo così, se non arrivi alla meta, il viaggio non perde il suo valore”.

Lo lascio parlare mentre la sua Varadero pascola a piano Vetore, sull'Etna.

“Ti dico subito che non mi ritengo parte di nessuna comunità di viaggiatori. Ognuno ha le sue motivazioni per viaggiare, e sono sempre diverse. Ho provato per oltre un decennio a condividere con altri motociclisti il mio modo di intendere il motociclismo ma ho sempre trovato persone eterogenee per cultura, censo, condizione sociale: non sono mai riuscito a provare un senso vero di condivisione con qualcun altro, nonostante la mia determinazione. Il motociclista è individuo e il motociclismo non si può condividere: puoi condividere una pizza o un'uscita, ma non il rapporto con la motocicletta. Per quanto mi riguarda, e qualche viaggio l'ho fatto, le esperienze migliori sono quelle che ho fatto in solitudine, come la Slovenia, il Balaton ma anche piccoli viaggi durante i quali, anno dopo anno, briciola dopo briciola, ho calpestato quasi tutta l'Italia”.

Gianfranco e la sua Varadero
Gianfranco e la sua Varadero

Ogni giorno un mototurista si sveglia e progetta l'impresa della vita, generalmente un viaggio in moto di almeno 10.000 chilometri, altrimenti non vale. Se la compie, torna e sente di non essere ancora sazio, che non gli è bastato. Forse viaggiare non basta più, e nasce il bisogno di essere il viaggio, aggrapparsi alle mutande della terra. Viaggiare non è tutto, forse non ti tiene in equilibrio, ma ti salva; e se non puoi allontanarti, se resti invischiato nella tua quotidianità, non è una colpa ma uno stimolo a vedere meglio cosa hai in fondo alle tasche, a condividere la tua passione senza aspettarti null'altro che continuare a sognare.

Una cosa che mi colpisce è che tu non hai foto dei tuoi viaggi in moto. Non solo, tu sei un viaggiatore che non appartiene a quella comunità di persone con un blog o che pubblicizza le proprie imprese, anche piccole, sui social.

«Le fotografie servono a farle vedere agli altri, a me non servono. E poi, io faccio un altro lavoro: non sono un blogger. Se raschio quattro o cinque giorni nello spazio lasciato libero dalle mie responsabilità arrivo dove le mie possibilità mi concedono, e puramente per divertirmi, a meno di non scegliere soluzioni di compromesso come fly and drive, che secondo me tolgono quella natura di processo che un viaggio dovrebbe avere. Io arrivo dove le mie forze e la mia moto mi permettono».

È dura dalla Sicilia?

«Ho fatto un paio di Elefantentreffen partendo dalla Sicilia, per esempio: sembra dura, ma la distanza non fa altro che incrementare la passione e l'attrazione che la destinazione esercita in me. È anche vero che al ritorno da quest'esperienza magnifica di molti dei compagni di viaggio non ho conservato lo stesso rapporto di complicità forse nato sulle basi dell'avventura o dell'evasione. Perché non basta la passione per la moto in comune, per un amicizia; la verità è che io spesso tento di condividere il mio modo di vedere la moto, ma non ci riesco, e mi dispiace moltissimo».

C'è un rapporto tra distanza, sofferenza e passione? Cosa cambierebbe se l'Elefanten si tenesse in Calabria?

«La sofferenza fisica è una parte imperdibile del viaggiare in motocicletta, il mal di schiena, il freddo dopo ore e ore di viaggio, la stanchezza, il peso del casco sulla testa, sono incredibilmente liberatori. Anche le cadute, come quella che mi è capitata sul ghiaccio».

Notevole. Perchè?

«Perché le soluzioni di compromesso tolgono magia al viaggio. Meglio viaggiare solo cinque giorni, rispettando i propri tempi e raggiungendo i posti che sono alla propria portata con la propria motocicletta, piuttosto che farsi trasportare senza alcuna sofferenza liberatoria fino a destinazione e trovare la moto lì».

Capisco, ma così non si va lontano... quali luoghi vorresti visitare?

«L'Asia, tutta. Ma non mi dispero, sono molto contento della mia vita e della mia vita di motociclista».

Sul serio? Non ti andrebbe di diventare un overlander?

«Io sono solo me stesso: le definizioni sono aspetti marginali del motociclismo. Essere motociclisti è una questione esistenziale, si è motociclisti anche andando solo a 10 all'ora con un'Ural su una strada di campagna. Vedo e intendo il motociclismo come un'attività nobile dell'uomo che spinge alla conoscenza, ovviamente se sei incline e curioso. Andare in moto, viaggiare, spingono al contatto estremo con l'ambiente e le persone, ed estremizza l'approccio alla realtà diversa dall'ordinario».

Forse col nostro approccio ordinario di siciliani, Gianfra...

«Non è una questione di provincialismo, solo geografia. Basta varcare lo stretto in motocicletta che cogli immediatamente un mondo diverso. Il fatto è che le ragioni geografiche spingono noi siciliani a percepire le mete più vicine come esotiche, forse ancora più interessanti di quello che potrebbero essere in realtà, e questa è una gran fortuna. Immagina quelle veramente lontane...».

Silenzio a piano Vetore. 

Poi Gianfranco si accorge che manca la cosa più importante.

«Gli aspetti materiali, la distanza, il mezzo, sono fatti marginali; il viaggio è un fatto intellettuale, capirai che a questo punto non si può nemmeno parlare d'avventura».

Prende la Varadero, piano, per non fare troppo rumore, mi fa cenno che ora possiamo tornare al livello del mare.

Un'ultima cosa, solo per chiarire il grado di schiettezza di questa intervista a tratti furtiva: Gianfranco, una notte del 1990, buttò la testa dentro una macchina parcheggiata di fronte ad un bar. Cercava un chitarrista per la sua band, e gli avevano riferito che quello steso sui sedili posteriori a smaltire una birra di troppo era uno bravo. Bravo no, ma a diciannove anni io ero scenografico e avevo già una motocicletta con 50.000 chilometri. Lui una con 60.000, ma era usata e con il contachilometri truccato.

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