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L'Islanda non è nuova a decisioni pionieristiche, ma la riforma del sistema stradale entrata in vigore all’inizio del 2026 segna uno spartiacque per il turismo nordico. Con una mossa che anticipa molti paesi europei, il governo di Reykjavik ha deciso di slegare la manutenzione delle infrastrutture dal consumo di carburante, spostando il carico fiscale direttamente sulla percorrenza.
Perché questa rivoluzione? Il motivo è principalmente tecnologico: l'esplosione dei veicoli elettrici in Islanda ha creato un buco nelle casse dello Stato. Se le auto non bruciano più benzina, le accise svaniscono, ma l'usura dell'asfalto, complice anche il clima artico, rimane costante. La soluzione è un modello "pay-per-use" puro, paghi per quanto guidi, non per quanto consumi.
La notizia che farà piacere a chi possiede ancora mezzi endotermici è il crollo del prezzo della benzina e del diesel alla pompa, scesi di circa il 30% grazie all'abolizione delle vecchie tasse. Di contro, questo risparmio viene bilanciato dalla nuova tariffa chilometrica.
I motociclisti, da sempre amanti delle strade islandesi, pagano circa 4,15 ISK al chilometro, poco meno di 3 centesimi di euro. Una cifra contenuta che però, su un giro completo dell'isola di 1.300 chilometro, inizia a farsi sentire nel budget.
Per i veicoli leggeri (sotto le 3,5 tonnellate), la tariffa oscilla tra gli 0,05 e i 0,06 euro al chilometro.
Per chi atterra a Keflavík e sceglie il noleggio, la gestione è semplificata. Molte compagnie hanno introdotto una tariffa flat giornaliera (circa 11-12 euro) che libera il cliente dal calcolo dei chilometri, incorporando il pedaggio direttamente nel contratto di affitto.
Discorso diverso per i viaggiatori hardcore che sbarcano dal traghetto Smyril Line con la propria moto o il proprio fuoristrada. In questo caso, è necessaria una registrazione al portale nazionale per monitorare i chilometri percorsi durante il soggiorno.
Non tutto sta procedendo senza intoppi. Le prime settimane del 2026 hanno evidenziato alcune criticità burocratiche, con errori nei sistemi di monitoraggio che hanno portato a fatturazioni record per alcuni operatori locali. Errori di gioventù per un sistema che, però, sembra destinato a diventare lo standard per le nazioni ad alta transizione ecologica.