L'European Chips Act, 42 miliardi per l'indipendenza dall'Asia

L'European Chips Act, 42 miliardi per l'indipendenza dall'Asia
Maurizio Gissi
  • di Maurizio Gissi
Anticipato a Davos, il piano della Commissione Europea che prevede lo sviluppo dell'industria europea dei semi conduttori sarà svelato domani. Si parla di investimenti di 42 miliardi di euro per produrre in Europa il 20% dei chip globali
  • Maurizio Gissi
  • di Maurizio Gissi
7 febbraio 2022

La crisi dei microchip ha colpito duramente il mondo dell'automotive, oltre che altri settori a tecnologia avanzata, e raggiungere l'indipendenza dai produttori asiatici è diventata una priorità della Commissione Europea.

Al World Economic di Davos la presidente Ursula von der Leyen aveva anticipato il programma European Chips Act. “Non c'è digitale senza microchip – aveva detto - e il fabbisogno europeo raddoppierà nel prossimo decennio. Entro il 2030 il 20% della produzione mondiale dovrà essere fatta nel nostro continente”.

Il progetto di legge sarà illustrato nel dettaglio martedì 8 febbraio dal Commissario europeo per l'industria Thierry Breton.
Come è noto i leader mondiali della produzione di semi conduttori sono a Taiwan, Cina e Corea del Sud. La numero uno è la taiwanese TSMC, che destina all'automotive il 3% della sua produzione, il grosso va alle aziende di telefonia, personal computer e telecomunicazioni.

In un'automobile di ultima generazione si possono contare fino a tremila microchip, è intuibile quindi immaginare come basti il minimo intoppo per fermare una linea di produzione.
In una motocicletta l'elettronica meno estesa riduce il problema ma non lo annulla e qualche problema minore alla fine c'è stato, anche se di modesta portata.

Thierry Breton
Thierry Breton

Tenuto conto che la domanda mondiale di microprocessori è in costante aumento, diventa sempre più importante essere almeno parzialmente indipendenti dalle fabbriche asiatiche che l'anno scorso hanno dirottato la produzione a scapito ad esempio di quella dell'automobile.
Un problema che non è soltanto europeo ma che preoccupa anche gli Stati Uniti dove peraltro esiste un'industria importante dei semi conduttori.

In attesa di conoscere i dettagli dell'European Chips Act qualche indiscrezione sulla portata degli investimenti è stata riportata da Bloomberg.
Vengono citati 12 miliardi di fondi pubblici, la metà dal bilancio comunitario e la metà dai governi nazionali, e soprattutto ci sono i 30 miliardi già previsti nei PNRR e bilanci dei vari paesi. Altri cinque dovrebbero poi formare un fondo per le start-up.

Alla fine di gennaio Thierry Breton non aveva parlato di cifre, ma aveva detto che si sarebbe trattato di investimenti importanti, paragonabili a quelli stanziati dagli USA (ovvero 52 miliardi di dollari) in un arco temporale ampio che preveda semplificazioni negli aiuti di stato alla costruzione di impianti produttivi e allo sviluppo dei chip di ultima generazione.
Aveva spiegato: “Faremo tutto il possibile per attrarre investimenti strategici. Vogliamo che l’Unione europea diventi esportatrice netta di semiconduttori come lo è ora con i vaccini. Lo scopo non è di fare tutto da soli – aveva concluso - ma per averne la capacità se necessario, in modo che l’Unione non possa essere tenuta in ostaggio”, leggi da coloro che dovessero decidere di limitare le esportazioni nel nostro continente.

Restano naturalmente alcuni dubbi da allontanare. Da una parte il 2030 è una scadenza abbastanza vicina, dall'altra i finanziamenti vedono bilanci europei già carichi, quello dell'Unione già deciso da qui al 2027 e il possibile dirottamento di fondi destinati ad altro.

Da ultimo la semplificazione degli aiuti di stato, se non adeguatamente strutturata, potrebbe andare a vantaggio dei gruppi asiatici qualora decidessero di aprire impianti in Europa.

Domani dovremmo saperne di più.

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