Viaggi

In moto nello stato di Victoria, in Australia

- Un viaggio in moto con un amico attraverso l’incredibile Australia, con due Suzuki V-Strom. Un’avventura sognata per anni che si è finalmente realizzata

Visto il periodo che noi tutti stiamo vivendo, inizialmente non volevo scrivere questo report di viaggio. Ma poi ho pensato che è proprio nei momenti difficili che bisogna guardare avanti, fare progetti, porsi degli obiettivi, o magari solo sognare ad occhi aperti.
Per noi che amiamo la moto, uno degli obiettivi futuri potrebbe essere proprio un bel viaggio con la nostra amata "due ruote". In questo articolo io vi parlo dell’Australia, ma per viaggiare e vedere posti meravigliosi non si deve per forza andare così lontano. Io ho avuto la fortuna di viaggiare tanto e di vedere una bella fetta di mondo, sia per lavoro che per vacanza, ma vi garantisco che mi rendo sempre più conto di una cosa: l’Italia è il posto più bello al mondo. 

Non appena sarà possibile, risaliamo in sella e visitiamo il nostro Paese, quei luoghi e quelle bellezze che tutto il mondo ci invidia e che magari invece noi abbiamo visto solo in televisione o sul web. 

Per ingannare il tempo, ed in attesa che tutto finisca e ci si possa risvegliare da questo incubo, ecco dunque il racconto del mio viaggio attraverso lo stato di Victoria, in Australia. Un viaggio che ho sognato per anni e che ora si è finalmente realizzato. 

Vi auguro di realizzare al più presto anche i vostri sogni.

       

IL VIAGGIO

L’Australia è una terra meravigliosa, dove la natura è ancora incontaminata e si mostra in tutta la sua bellezza. Vado in Australia dal 2008 per seguire il campionato mondiale Superbike, ma nei dodici anni precedenti ero riuscito a vedere solo una parte di Melbourne e naturalmente Phillip Island. Tanto mi era bastato per innamorarmi di questo Paese, così unico e diverso dal resto del mondo ad iniziare dalla sua fauna, con animali come il koala, il canguro, il buffo wombat ed altri ancora. 

Da tempo con Gordon Ritchie, amico e giornalista freelance, decano del mondiale Superbike e mio punto di riferimento, ci ripetevamo che avremmo dovuto fare un bel viaggio in moto per conoscere qualcosa in più dell’Australia. Il tempo però passava, ed il nostro viaggio sembrava uno di quei propositi che ci ripetiamo spesso, ma che restano sulla carta. Invece a dicembre 2019, proprio in un momento per me molto difficile, ecco la telefonata di Gordon che mi dà il grande annuncio: “Ho convinto la Suzuki a darci due moto. Dopo il round della Superbike ci facciamo un bel viaggio nello stato di Victoria. Ti porto sulla Ocean Road! ”.

Nei restanti mesi abbiamo organizzato i dettagli, e finalmente il 20  febbraio, dopo un viaggio aereo durato oltre 23 ore, eccoci a Melbourne e da lì alla sede della Suzuki Australia. Ad attenderci, due fiammanti V-Strom: una 650 XT ABS ed una DL 1000 ABS, quest’ultima equipaggiata con borse e bauletto, mentre la più piccola con il solo bauletto posteriore. Oltre alle moto ho trovato anche il nuovissimo casco Valiant II di LS2, che l’azienda spagnola aveva provveduto ad inviarmi direttamente a Melbourne, evitandomi così il problema del trasporto dall’Italia. Il resto dell’abbigliamento era nel mio borsone. Per quanto riguardava invece gli stivali, sempre per evitare ingombro e peso nel mio bagaglio, si trattava solo di arrivare a Phillip Island dove l’amico Bryan Staring, che ora corre nell’Australian Superbike, mi avrebbe regalato un paio dei suoi stivali Falco Eso Race. L’amicizia con il pilota di Brisbane dura dal 2012, quando correva in Superstock 1000 nel team di Donato Pedercini. “Se farai un viaggio in Australia in moto, gli stivali te li darò io”. L’ho preso in parola. Lasciamo i borsoni al magazziniere della Suzuki, ci cambiamo, riempiamo le borse e i bauletti delle nostre moto e partiamo alla volta di Phillip Island. 

Stava finalmente iniziando un’avventura sognata per anni, ma dovevo nel contempo sconfiggere una delle mie ataviche paure: guidare a sinistra. Per fortuna Gordon è scozzese, e quindi per lui guidare “al contrario” è una cosa normale. La difficoltà maggiore ovviamente, è quando ci si immette su di un’altra strada o alle rotonde, dove bisogna stare attenti a chi viene da destra e non da sinistra come ci verrebbe spontaneo fare. Sembra facile, ma in realtà bisogna rimanere concentrati per evitare spiacevoli incidenti. 



La prima tappa è stata quella che da Melbourne ci ha portato a Cowes, il paesino a pochi chilometri dall’autodromo, in una giornata di sole ma con temperature alquanto basse, considerando che in Australia eravamo a fine estate/inizio autunno. Una volta usciti dalla caotica tangenziale della metropoli australiana, il traffico si è diradato sin quasi a scomparire. La strada che porta a Phillip Island attraversa molti paesi ed una bellissima e verde campagna, sino ad arrivare a San Remo. Dal paese omonimo di quello che ospita il nostro famoso festival, attraversiamo un ponte ed entriamo nell’ “isola di Filippo”. Pochi chilometri e raggiungiamo Cowes (la cui traduzione in italiano suonerebbe come  “vacche”) dove abbiamo affittato un appartamento. Nei giorni seguenti abbiamo utilizzato le moto per raggiungere l’autodromo, sia nelle due giornate di test che nel weekend di gare, nel quale ho incontrato Staring che mi ha consegnato gli stivali promessi.    

Lunedì 2 marzo, ultimati gli ultimi articoli relativi al primo (e per ora unico) round dei mondiali  delle derivate, siamo partiti nel primo pomeriggio alla volta di Lake Entrance. Abbiamo viaggiato solo inizialmente lungo la costa, per poi portarci all’interno. Poco traffico, cielo soleggiato, un poco di vento, ma nulla di problematico. Viaggiare nell’altra corsia per fortuna non mi creava problemi, anche perché la velocità era limitata. In Australia, ed in particolare nello stato di Victoria, la Polizia Stradale non scherza. Ci sono molte pattuglie lungo le strade e nelle autostrade, dove il controllo viene effettuato anche dagli elicotteri. Se si supera la velocità massima consentita scatta una salatissima multa, ma in alcuni casi anche un processo per direttissima, e in alcuni altri il carcere. Meglio quindi limitarsi con la manopola del gas. Percorsi oltre trecento chilometri, con soste per la benzina e per le foto di rito, arriviamo a Lake Entrance. Lungo una tortuosa strada in collina, con molte curve dolci, all’improvviso ci appare questo paese che si affaccia sul mare: in pratica, l’oceano, entrando da un’insenatura, crea una serie di laghi salati che danno il nome alla località. Troviamo con facilità il nostro albergo, e la sera ci concediamo un piatto di “fish and chips”. Solo al momento di pagare il conto il cameriere ci informa che il “fish” altro non era, se non uno squalo, che un pesce che da queste parti è molto facile trovare nei laghi che circondano il paese. 

 

La seconda giornata si presenta nuvolosa e fredda. Considerando che il nostro obiettivo sono le montagne, ci copriamo il più possibile in attesa di temperature rigide e partiamo alla volta di Bright. Stavamo iniziando quello che è stato senza dubbio il tratto più bello del nostro viaggio. Gordon aveva già percorso queste strade e me ne aveva parlato in toni entusiastici, ma la realtà ha superato la mia aspettativa. Ma andiamo per gradi. Lasciata Lake Entrance la strada inizia a salire, e per fortuna il sole fa capolino tra le nuvole. Proseguiamo in direzione di Omeo e dopo pochi chilometri entriamo nei boschi devastati dai tristemente famosi incendi della scorsa estate australiana: lo scenario che ci si presenta è apocalittico. La strada corre per decine di chilometri circondata solo da foreste, fatte di alberi completamente anneriti dal fuoco. Altissimi scheletri neri, alcuni dei quali si alzano verso il cielo, mentre altri che non hanno resistito giacciono a terra. Pur avendo visto in televisione le immagini degli incendi che hanno devastato questo Paese, vi assicuro che solo trovandosi in mezzo a queste immense foreste si riesce a comprendere veramente il dramma vissuto dai suoi abitanti, e quanto sia stato duro e pericoloso il compito dei Vigili del Fuoco, ai quali, a Swifts Creek, paese immerso nei boschi e salvato dalla furia delle fiamme, il team ufficiale Superbike BMW, compresi i due piloti Tom Sykes ed Eugene Laverty, ha reso onore con la propria visita.

Dopo aver salutato Shaun Muir e la sua squadra, abbiamo proseguito il nostro viaggio e raggiunto la città di Omeo, a poco più di 100 chilometri dalla nostra meta finale giornaliera. Sono stati 100 chilometri di curve, su e giù per colline sempre più alte, sino a diventare montagne. Le due Suzuki naturalmente si sono dimostrate all’altezza della situazione: grazie alla loro maneggevolezza ed alla fluida potenza dei loro motori, ci siamo davvero divertiti a percorrere le centinaia di curve che ci hanno portato sino a Bright. La 650 è ovviamente più leggera e maneggevole della 1000, la cui stabilità si fa però apprezzare nei tratti leggermente sconnessi, nonostante il peso del bauletto e delle borse laterali. 

Una delle cose che mi ha più colpito è che al nostro arrivo sia le auto che i camion che ci precedevano non appena trovavano uno spazio o un area di sosta, si fermavano per farci passare. Una cosa alla quale non ero proprio abituato, una grande dimostrazione di educazione e civiltà. Se a questo si aggiunge un asfalto praticamente perfetto, avete capito che stavamo attraversando il Paradiso dei motociclisti. 

Bright è un paesino molto ben curato, dove mi dicono abbiano la loro casa di montagna i personaggi più importanti della “Melbourne bene”. Vicino a questa località ci sono infatti anche numerosi impianti sciistici. Ci siamo sistemati in una villetta in un campeggio, nella quale, considerate le previsioni del tempo, abbiamo deciso di restare per due giorni. La mattina dopo infatti siamo stati svegliati da una pioggia torrenziale che è durata per tutta la giornata. Poco male, visto che entrambi dovevamo lavorare ad alcuni articoli, sfruttando anche una linea Internet abbastanza veloce, cosa abbastanza rara in quelle zone. La speranza era che nel frattempo la pioggia diminuisse, visto che per il giorno successivo ci saremmo rimessi in viaggio alla volta di Lilydale. Purtroppo non è stato così ed abbiamo percorso oltre 320 chilometri sotto una pioggia torrenziale, che ha messo a dura prova non solo il nostro abbigliamento anti pioggia, ma anche la nostra resistenza fisica. La strada è stata inizialmente tortuosa, sino a Wangaratta, dove siamo entrati in autostrada in direzione Melbourne. A circa 100 chilometri dalla nostra meta, siamo usciti dall’autostrada ed abbiamo imboccato una statale con numerose curve e saliscendi. Un percorso che in condizioni asciutte sarebbe stato molto divertente, ma con la pioggia, che in seguito è ulteriormente aumentata di intensità, è stato alquanto faticoso raggiungere Lilydale, dove siamo arrivati in serata, stanchi ed infreddoliti. 

Un motel particolarmente accogliente e caldo ci ha permesso di riposarci, perché il giorno successivo ci attendeva il percorso più lungo di tutto il viaggio: 360 chilometri sino a Warrnambool, da dove inizia la mitica Great Ocean Road. 

Per fortuna non ha più piovuto, anche se il cielo si è mantenuto grigio e nuvoloso. Per raggiungere la città costiera abbiamo percorso la tangenziale nord di Melbourne e successivamente la M1. Warrnambool è molto bella, con palazzi bassi e innumerevoli ville molto ben curate, soprattutto quelle che si affacciano sull’oceano. La mattina dopo siamo partiti presto, per poterci poi godere la Great Ocean Road e fermarci nei posti più spettacolari e caratteristici, ad iniziare da Bay of Island, per proseguire con i famosi "dodici Apostoli", grandi faraglioni vicini alla costa, che l’erosione del mare ha ora purtroppo ridotto a sette: uno dei più emozionanti spettacoli naturali ai quali io abbia mai assistito, e basta che guardiate le foto a corredo di questo articolo per rendervene conto.  Dagli Apostoli siamo ripartiti lungo una strada da sogno, un nastro di asfalto che corre parallelo alla costa e dalla quale si possono scorgere spiagge, scogliere e insenature. Una serie di saliscendi sui quali il piacere di guidare si mischia con la bellezza del panorama. Sosta per il pranzo ad Apollo Bay, una grande spiaggia con un lungomare colmo di negozi e ristoranti, con tanti turisti e numerosi gruppi di motociclisti, la maggior parte dei quali alla guida di Harley o di grandi custom giapponesi. Il nostro viaggio è proseguito verso Bells Beach, un luogo considerato mitico dai surfisti. Risaliti in sella, abbiamo lasciato Bells Beach e la Ocean Road per avvicinarci a Melbourne e fermarci a dormire a Grovendale. 

La penultima tappa ci ha portato da Grovendale a Williamstown. Solo una settantina di chilometri per raggiungere uno dei sobborghi di Melbourne, con una vista mozzafiato sul porto e sui grattacieli della metropoli australiana. Il nostro viaggio era giunto al termine. Non ci restava che riportare le moto alla Suzuki per poi  raggiungere in taxi l’aeroporto Tullamarine. 

LE MOTO

Non sono un tester ma un semplice moto turista, e quindi delle due moto utilizzate in questo viaggio vi posso solo dire che sono state semplicemente perfette. Nessun inconveniente anche minimo, consumi limitati, motori potenti ma con un erogazione molto fluida e fruibile, anche facendo un limitato uso del cambio. Ovviamente la 1000 è più potente e ritengo sia particolarmente adatta ad un uso turistico in due con bagaglio, ma per quanto mi riguarda ho apprezzato moltissimo la 650, per la sua maneggevolezza e la grande confidenza che si acquisisce dopo pochi chilometri. Le abbiamo guidate in tutte le condizioni meteo e su strade di tutti tipi, senza escludere la sabbia delle spiagge o il brecciolino dei tratti in fuoristrada. La protezione all’aria (con i cupolini al massimo dell’altezza possibile) è ottima, ed è quindi possibile percorrere anche lunghi tratti autostradali senza affaticare le braccia o il collo. Per quanto riguarda la tenuta di strada, senza naturalmente voler esagerare, abbiamo più volte toccato terra con la punta inferiore delle pedane. Sia io che Gordon abbiamo apprezzato il comportamento delle due moto sull’acqua, questo anche grazie alle Bridgestone Battlax Adventure A40 montate di serie sulla 650 ed alle Bridgestone Battle Wing Radial utilizzate sulla 1000. Ottime le sospensioni anche se l’amico Gordon ha accusato qualche ondeggiamento sullo sconnesso, ma va detto che il suo peso supera i 100 Kg e la 1000 era corredata di bauletto e borse sempre piene al limite della capienza. Parlando di borse e bauletti devo dire che siamo rimasti quasi stupiti dal fatto che nemmeno sotto i nubifragi attraverso i quali siamo passati nel viaggio da Bright a Lilydale l’acqua sia riuscita ad entrare. Nemmeno una goccia. 

Per quanto riguarda il comfort della sella, quella della 650 è praticamente perfetta e non stanca nemmeno dopo un intero giorno di viaggio. Quella della 1000 invece ci è piaciuta di meno, non tanto per la sua maggiore durezza, quanto per la diversa conformazione nella parte vicina al serbatoio. Entrambe le nostre Suzuki erano provviste di ABS. Non abbiamo mai dovuto mettere alla prova il sistema frenante, ma nei rari casi nei quali sono state necessarie energiche pinzate la risposta è stata sempre pronta ed efficace.

Due parole anche sull’abbigliamento. I caschi apribili non sono la mia passione, ma devo dire che il Valiant II di LS2 è stato un perfetto compagno di viaggio. Come tutti i flip up è un casco con un impatto all’aria importante, che però non mi ha mai affaticato il collo. La mentoniera non è solo apribile, ma anche completamente ribaltabile è facile da azionare tramite un unico bottone centrale. Il sistema di aerazione funziona e anche dopo numerose ore di utilizzo non ho avvertito nessun disturbo alla testa e nemmeno alle orecchie, per le quali lo spazio all’interno è davvero ben studiato. Pur essendo un flip up è silenzioso ed il visierino parasole interno si aziona facilmente. La visiera, alla quale ho montato subito il pin lock anti appannamento, ha un’ampia visibilità. Bisogna solo abituarsi ad aprirla tramite l’apposito appiglio che non è posizionato sul bordo inferiore, ma in alto, vicino alla presa d’aria superiore. La prova del nove per un casco è la pioggia. Un casco che si appanna o nel quale entra dell’acqua diventa inutilizzabile e a volte addirittura pericoloso, a causa della scarsa visibilità che offre. Il Valiant II ha abbondantemente superato anche questa prova. Il pin lock garantisce che la visiera non si appanni nemmeno in condizioni estreme, mentre la visiera è quasi ermetica e non permette all’acqua di entrare. Lo stesso discorso vale per l’abbigliamento. Sotto l’acqua sia la giacca Leonis Drystar che i pantaloni impermeabili Hurricane di Alpinestars sono stati perfetti: massima impermeabilità. Il giubbotto mi è piaciuto particolarmente. Le protezioni presenti sui gomiti, sulle spalle e sulla schiena danno un grande senso di sicurezza, mentre la parte interna removibile in estate, permette di viaggiare sotto la pioggia anche per lunghi tratti, restando  sempre asciutti. Ottimi anche i pantaloni che mi hanno protetto dal freddo oltre che dalla pioggia. 

Non sono un tester, ma un semplice moto turista, e quindi delle due moto utilizzate in questo viaggio vi posso solo dire che sono state semplicemente perfette. Nessun inconveniente anche minimo, consumi limitati, motori potenti ma con un erogazione molto fluida e fruibile, anche facendo un limitato uso del cambio. Ovviamente la 1000 è più potente e ritengo sia particolarmente adatta ad un uso turistico in due con bagaglio, ma per quanto mi riguarda ho apprezzato moltissimo la 650, per la sua maneggevolezza e la grande confidenza che si acquisisce dopo pochi chilometri. Le abbiamo guidate in tutte le condizioni meteo e su strade di tutti tipi, senza escludere la sabbia delle spiagge o il brecciolino dei tratti in fuoristrada.

La protezione all’aria (con i plexiglas regolati al massimo dell’altezza possibile) è ottima, ed è quindi possibile percorrere anche lunghi tratti autostradali senza affaticare le braccia o il collo. Per quanto riguarda la tenuta di strada, senza naturalmente voler esagerare, abbiamo più volte toccato terra con la punta inferiore delle pedane. Sia io che Gordon abbiamo apprezzato il comportamento delle due moto sul bagnato, questo anche grazie alle Bridgestone Battlax Adventure A40 montate di serie sulla 650 e Battle Wing Radial utilizzate sulla 1000. Ottime le sospensioni, anche se l’amico Gordon ha accusato qualche ondeggiamento sullo sconnesso, ma va detto che il suo peso supera i 100 kg e la 1000 era corredata di bauletto e borse sempre piene al limite della capienza. Parlando di borse e bauletti devo dire che siamo rimasti quasi stupiti dal fatto che nemmeno sotto i nubifragi attraverso i quali siamo passati nel viaggio da Bright a Lilydale l’acqua sia riuscita ad entrare. Nemmeno una goccia. 

Per quanto riguarda il comfort della sella, quella della 650 è praticamente perfetta e non stanca nemmeno dopo un intero giorno di viaggio. Quella della 1000 invece ci è piaciuta di meno, non tanto per la sua maggior durezza, quanto per la diversa conformazione nella parte vicina al serbatoio. Entrambe le moto erano naturalmentre provviste di ABS: non abbiamo mai dovuto mettere alla prova il sistema frenante, ma nei rari casi nei quali sono state necessarie energiche pinzate la risposta è stata sempre pronta ed efficace.

Due parole anche sull’abbigliamento. I caschi apribili non sono la mia passione, ma devo dire che il Valiant II di LS2 è stato un perfetto compagno di viaggio. Come tutti i "flip up" è un casco con un impatto all’aria importante, che però non mi ha mai affaticato il collo. La mentoniera non è solo apribile, ma anche completamente ribaltabile è facile da azionare tramite un unico bottone centrale. Il sistema di aerazione funziona, e anche dopo numerose ore di utilizzo non ho avvertito nessun disturbo alla testa e nemmeno alle orecchie, per le quali lo spazio all’interno è davvero ben studiato. Pur essendo un "flip up" è silenzioso, e il visierino parasole interno si aziona facilmente. La visiera, alla quale ho montato subito il pin lock anti appannamento, ha un’ampia visibilità. Bisogna solo abituarsi ad aprirla tramite l’apposito appiglio che non è posizionato sul bordo inferiore, ma in alto, vicino alla presa d’aria superiore. La prova del nove per un casco è la pioggia. Un casco che si appanna o nel quale entra dell’acqua diventa inutilizzabile, e a volte addirittura pericoloso, a causa della scarsa visibilità che offre. Il Valiant II ha abbondantemente superato anche questa prova. Il pin lock garantisce che la visiera non si appanni nemmeno in condizioni estreme, mentre la visiera è quasi ermetica e non permette all’acqua di entrare. Lo stesso discorso vale per l’abbigliamento.

Sotto l’acqua, sia la giacca Leonis Drystar che i pantaloni impermeabili Hurricane di Alpinestars sono stati perfetti: massima impermeabilità. Il giubbotto mi è piaciuto particolarmente: le protezioni presenti sui gomiti, sulle spalle e sulla schiena danno un grande senso di sicurezza, mentre la parte interna, removibile in estate, permette di viaggiare sotto la pioggia anche per lunghi tratti, restando  sempre asciutti. Ottimi anche i pantaloni che mi hanno protetto dal freddo oltre che dalla pioggia. 

  • alfredo.simone

    Grande reportage, cosa che non mi stupisce stimando da quando ho cominciato a leggerlo e gran bella persona da quando ho avuto modo di conoscerlo di persona.
    Da non motociclista non posso che rammaricarmi per non aver potuto imparare a guidare le due ruote a motore quando ero giovane, ora da settantenne ovviamente non ci penso, anche perché in caso contrario Lise, la mia dolce mogliettina, mi legnerebbe.
    Quindi grazie ancora a Carlo Baldi per avermi fatto vivere questo splendido viaggio virtualmente sulla sella posteriore.
    Peccato per la svista, con il doppione nell'ultima parte, da "Non sono un tester...", ma in fondo, "repetita iuvant", come dicevano i motociclisti dell'antica Roma.
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