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Ci risiamo e torniamo a parlare ancora una volta del piccolo talento turco. Sul profilo Instagram di Zayn Sofuoglu — gestito dal padre Kenan, idolo turco — è apparso l'ennesimo video che in meno che non si dica ha fatto il pieno di views, like, condivisioni, commenti. Stavolta il piccolo prodigio, 6 anni e 23 chilogrammi, percorre alcuni metri in pista in sella alla BMW M 1000 RR di famiglia. Quella da 218 CV. Poi tocca alla Kawasaki Ninja H2R, che di CV ne ha 326, grazie al compressore centrifugo. Non una bici, insomma.
I commenti si dividono prevedibilmente tra chi grida al miracolo e chi storce il naso. Ma la domanda che non posso fare a meno di pormi, sia da motociclista sia da papà, non è se il piccolo Zayn sappia guidare — i video suggeriscono già da un po' che una certa dote ci sia — bensì perché si debba fargli guidare mezzi di questo tipo e soprattutto perché tutto questo debba sistematicamente essere ripreso, montato e pubblicato.
Intendiamoci, non ho intenzione di fare alcuna morale. Vorrei piuttosto capire che cosa spinge un genitore a trasformare il proprio figlio in un fenomeno da baraccone. Perché l'impressione che ho è irrimediabilmente questa.
Kenan Sofuoglu non è solo un ex pilota: è un cinque volte campione del mondo Supersport e oggi uno dei manager più influenti del paddock, avendo costruito (e gestisce tutt'ora) la carriera di Toprak Razgatlioglu, tre volte iridato Superbike e da quest'anno in MotoGP. In patria, Kenan è più di un idolo è un monumento nazionale, è il primo turco della storia a vincere sulle due ruote. Inoltre sa benissimo come funziona la comunicazione, come si costruisce un personaggio, come si alimenta una narrazione. E la narrazione del figlio-prodigio funziona alla perfezione: ogni nuovo video di Zayn genera clic, condivisioni, articoli come questo che sto scrivendo. Il bambino oltre che bellissimo e bravissimo è simpatico, le moto sono impressionanti, il contesto è da mille e una notte: chi non vorrebbe essere al loro posto? Chi non vorrebbe una vita da sogno come quella lì, quella che si vede su Instagram?
Non sto parlando della sicurezza. Zayn sta facendo qualcosa di pericoloso, certo, ma lo sta facendo in un contesto più o meno controllato, davanti ai suoi genitori responsabili e soprattutto in un circuito privato. Non è mica per strada e non sta commettendo un illecito. Ma superato lo stupore di vedere un bimbo di poco più che venti chili guidare dei mostri a due ruote, cosa ci rimane? Qual è l'esempio, il messaggio, che rimangono?
Forse soltanto che l'accesso ad auto e moto costose e pericolose sia una questione di mezzi economici, non di maturità, non di preparazione e consapevolezza del rischio.
Nessuno mette in dubbio che Zayn abbia una predisposizione fuori dal comune, né che crescere in una famiglia come quella dei Sofuoglu offra opportunità uniche. Ma c'è una differenza tra coltivare un talento e costruire un personaggio social, un'attrazione da circo Barnum. E il sospetto — guardando la cadenza con cui escono questi contenuti, sempre più estremi, sempre più spettacolari — è che le due cose si stiano sempre più mescolando. Speriamo che Zayn cresca bene e magari diventi un campione vero. Ma speriamo anche che qualcuno, intorno a lui, stia pensando prima alla sua vita da bambino e poi alle visualizzazioni e agli sponsor.