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C'è un momento preciso in cui la Sardegna smette di essere una destinazione e diventa una condizione. Succede su una curva qualsiasi della SS125, quando capisci che stai guidando su una delle strade più belle del mondo e che nessuno, in quel momento, ti sta aspettando da nessuna parte. Quattro giorni, circa 1.500 chilometri, una BMW R 1300 GS carica di borse e un traghetto da Livorno a Olbia come cerimonia d'apertura: questo è il viaggio. Non una prova su strada nel senso classico del termine, ma un'immersione autentica in un'isola che magari si tende a sfiorare — costa smeralda, due foto, via — senza mai davvero capire cosa si stanno perdendo nell'entroterra.
La Sardegna non è solo mare. È barbagia, è basalto, è silenzio alle sette di mattina su un altopiano dove pascolano le pecore e i cartelli indicano nuraghi invece di autogrill. Chi la affronta in moto con il tempo giusto torna con un conto aperto.
Lo sbarco all'alba a Olbia ha un suo rituale preciso: fare il pieno, caricare la borsa serbatoio, accendere il navigatore e sparire verso nord-ovest prima che il traffico si svegli. La prima meta è Capo Testa, all'estremità settentrionale dell'isola, raggiungibile attraverso Santa Teresa di Gallura percorrendo una strada che attraversa la cosiddetta Valle della Luna — il nome non è metaforico: i massi granitici galluresi modellati dall'erosione creano un paesaggio di silenziosa stranezza lunare, con profili di roccia che emergono dalla macchia come sculture abbandonate. Dal promontorio di Capo Testa, in una giornata limpida, la Corsica è a una ventina di chilometri in linea d'aria: le Bocche di Bonifacio si aprono tra i due lembi di terra con una chiarezza che fa capire quanto sia relativo il concetto di confine, in questo angolo del Mediterraneo. I romani, del resto, lo sapevano già: venivano fin qui ad approvvigionarsi del granito gallures per esportarlo nell'Impero.
La SS13 porta poi a Castelsardo, classificato tra i borghi più belli d'Italia, arroccato sul Golfo dell'Asinara con circa 5.500 abitanti e una posizione che nei secoli ne ha fatto un punto di controllo privilegiato su traffici marittimi e movimenti nell'entroterra. Vale una sosta vera, non solo uno scatto in corsa. Al km 4,3 della stessa statale si trova la Roccia dell'Elefante: un masso magmatico alto diversi metri, modellato dall'erosione in modo straordinariamente fedele alla forma dell'animale, con domus de janas scavate all'interno risalenti all'età del rame. Uno di quei luoghi che passano in secondo piano sulle guide generaliste e che invece, per chi viaggia lentamente, restano impressi.
La prima giornata si chiude ad Alghero, con 18°C, sole e la Torre dello Sperone — mura spesse sei metri, scale elicoidali interne, storia di secoli di controllo sul mare — a fare da sfondo alla prima birra del viaggio.
La seconda giornata è quella che trasforma il viaggio da bello a indimenticabile. L'Alghero-Bosa è una delle strade più celebrate d'Italia tra i motociclisti, e la reputazione è meritata fino all'ultimo metro: un nastro di asfalto che segue la costa nord-occidentale con una continuità di curve quasi ipnotica, rocce a sinistra e mare a destra, nessun rettilineo degno di questo nome, nessuna concessione alla monotonia. In modalità Dynamic la R 1300 GS esprime qui il meglio di sé: la risposta all'acceleratore si fa più vivace, il boxer eroga con una linearità che invita a spingere, e il feeling all'anteriore su questo tipo di curvoni medio-veloci è abbondantemente sufficiente per godersi la strada senza mai sentirsi in debito con la fisica.
Da Bosa si lascia la costa e si entra nell'entroterra, salendo verso la Foresta di Burgos: la quota aumenta, il termometro scende bruscamente — dai 17-18°C della costiera ai 6-7°C del bosco — e il paesaggio cambia registro con la velocità di un cambio di scena a teatro. È qui che l'abbigliamento tecnico smette di essere un dettaglio e diventa una variabile determinante del viaggio.
La tappa successiva è il Nuraghe di Ola, nei pressi di Sindia: struttura monotorre facilmente raggiungibile dalla strada, con i primi dieci corsi in granito e i successivi in conci di trachite lavorata con precisione sorprendente per l'età del bronzo. La Sardegna conta tra i 7.000 e gli 8.000 nuraghi censiti sull'intero territorio — praticamente uno ogni pochi chilometri nell'entroterra — e ogni volta che ci si ferma davanti a uno di questi monumenti si capisce che l'isola ha una storia sommersa che non ha nulla da invidiare alle grandi civiltà del Mediterraneo.
La giornata si chiude a Orgosolo: 3.800 abitanti, 600 metri di quota, e oltre 150 murales disseminati tra i vicoli del paese. Non graffiti nel senso urbano del termine, ma opere di denuncia politica e sociale con una coerenza stilistica e concettuale rara. Alcuni si ispirano direttamente a Guernica di Picasso — il cavallo, il toro, le figure umane deformate dal dolore — reinterpretati con la grammatica visiva della Sardegna rurale. Un museo a cielo aperto che pochi paesi di quelle dimensioni, in Italia o altrove, possono permettersi.
La terza giornata è la più impegnativa in termini di chilometri — circa 350 — e anche la più scenografica. Si parte da Dorgali in direzione Arbatax percorrendo la SS125, la Strada Orientale Sarda: istituita nel 1928, è l'arteria di collegamento più antica dell'oriente dell'isola e si sviluppa per oltre 350 chilometri complessivi tra crinali, valli e affacci sul mare. A destra le montagne con tracce di neve in quota nelle giornate di aprile, a sinistra il profilo del Tirreno oltre i rilievi: la strada si snoda in un continuo di tornanti e curve veloci che mette alla prova guida e gomme, con un fondo che nelle ore mattutine — dopo la pioggia notturna — può risultare insidioso nelle zone d'ombra.
Deviazione obbligatoria sull'altopiano Giara di Siddi, a 260 metri sul livello del mare: qui si trovano le Tombe dei Giganti di Siddi, dette localmente la "Casa degli Orchi". Monumenti funerari dell'età nuragica in blocchi di basalto perfettamente squadrati, con un'area esterna di circa 18 metri dove si svolgevano i riti funebri collettivi. Una delle strutture meglio conservate della categoria: visitarla significa fare un passo indietro di tremila anni senza filtri, senza recinti, senza cartellonistica eccessiva. Solo la pietra e il silenzio dell'altopiano.
Da Arbatax si rientra nell'entroterra tagliando verso ovest, in direzione delle dune di Piscinas.
Raggiungere Piscinas, nel comune di Arbus, non è banale. Le strade che scendono da Montevecchio verso la costa occidentale sono strette, incassate nel bosco di lecci e ginepri, con tratti sterrati che nei chilometri finali richiedono attenzione e gomme adeguate. Sconsigliabile alle prime armi con moto stradali, gestibile senza particolari difficoltà con una maxi enduro equipaggiata con coperture adventure. La ricompensa sono le dune più alte d'Europa — fino a 60 metri, in continua evoluzione per l'azione del maestrale — che si aprono su una spiaggia larga e deserta, vento costante, nessun servizio e una bellezza selvatica difficile da descrivere a chi non c'è mai stato.
Piscinas è un luogo di culto per i sardi, amato con quella discrezione gelosa che i locali riservano alle cose migliori. È stato anche set cinematografico: qui sono state girate scene di Black Stallion, e la sua iconografia desertica ha attraversato anche la cultura musicale italiana. Guardare le dune cambiare forma con le stagioni — perché cambiano davvero, modellate ogni volta diversamente dal vento — è uno di quei spettacoli naturali che non richiedono didascalie. Un finale degno di quattro giorni di viaggio, anche se Chia — obiettivo originale, punta più meridionale dell'isola — è rimasta fuori itinerario per un calcolo ottimistico dei tempi. La Sardegna, si sa, non si lascia consumare in fretta.
Affrontare la Sardegna ad aprile significa fare i conti con escursioni termiche significative nell'arco di pochi chilometri: dai 17-18°C della costa ai 6-7°C della Foresta di Burgos, con variazioni ulteriori legate all'altitudine, all'esposizione al vento e alle condizioni del manto stradale al mattino dopo la pioggia. In questo contesto, la scelta dell'abbigliamento non è una questione di stile ma di gestione attiva del comfort.
Il completo X-Master di LS2 si è rivelato una risposta coerente a queste esigenze. Il giubbotto — con prese d'aria regolabili su maniche, petto e schiena — funziona efficacemente nelle due direzioni: aperto nella guida costiera a temperature miti offre una ventilazione adeguata senza sacrificare la protezione; chiuso in quota o nelle ore fresche del mattino, abbinato allo strato impermeabile esterno (indossabile sia sotto sia sopra al giubbotto), garantisce un isolamento termico efficace anche senza un mid-layer dedicato. I pantaloni con cerniere rapide e inserti stretch si adattano ai cambi di temperatura in pochi secondi — un dettaglio che su una giornata da 350 km con dieci soste fa concretamente la differenza tra concentrarsi sulla guida e pensare a quando si può fermare ad aprire una valigia.
Le protezioni omologate integrate su spalle, gomiti e schiena completano un sistema pensato per chi percorre distanze reali in condizioni variabili: non un compromesso tra estetica e funzione, ma un completo da viaggio serio, con una vestibilità che non stanca nemmeno dopo ore consecutive in sella.
Le borse LS2, completamente impermeabili, si confermano una scelta funzionale abbinata a una moto come la R 1300 GS. Il sistema di ancoraggio — tramite corde, fibbie e passanti sulla sella e sulla pedana passeggero — assicura una stabilità solida su ogni tipo di fondo, sterrato incluso, senza oscillazioni percepibili in marcia. La geometria verticale delle borse — che si sviluppano in altezza più che in larghezza — ottimizza lo spazio tenendo separati abbigliamento tecnico e componentistica moto. La borsa serbatoio integra un portatelefono e un vano per l'attrezzatura fotografica, con sgancio rapido per il trasferimento in configurazione zaino. Tempo di montaggio e smontaggio totale: cinque minuti, anche in condizioni di freddo e stanchezza.
La Sardegna non è una destinazione da consumare in fretta. È un'isola che chiede tempo, disponibilità all'imprevisto e la voglia di uscire dalla statale ogni volta che un cartello segnala qualcosa che non è un bar. Chi la affronta con la moto giusta, l'abbigliamento giusto e nessuna fretta di arrivare porta a casa qualcosa che nessun resort può offrire. L'unico errore possibile è calcolare male i tempi e ritrovarsi alle dune di Piscinas con tre ore e mezza di autostrada davanti invece di Chia. Ma anche quello, in fondo, è Sardegna.
Grazie LS2 per l'avventura!