Nico Cereghini: “Il gioco di squadra fa parte del nostro sport?”

Nico Cereghini: “Il gioco di squadra fa parte del nostro sport?”
Nico Cereghini
  • di Nico Cereghini
Se ami questo sport, devi sapere che anche gli ordini di scuderia fanno parte del motociclismo da sempre. Il nostro sport è un po’ individuale e un po’ di squadra: passione, spettacolo e anche business. Difficile è trovare un equilibrio accettabile
  • Nico Cereghini
  • di Nico Cereghini
27 settembre 2022

Ciao a tutti! Voglio parlare di gioco di squadra per tentare di mettere un po’ d’ordine in una materia tanto attuale quanto scivolosa. Premetto che si tratta di una faccenda complicata e in fondo irrisolvibile: il motociclismo è uno sport individuale ma contemporaneamente anche di squadra, il pilota non corre a piedi ma in sella a una moto sulla quale un costruttore ha investito mezzi e ambizioni. Da lì un mucchio di ambiguità. Non pretendo di risolvere la questione, vorrei offrire una prospettiva storico-politica.


Intanto, faccio notare che nel motociclismo il gioco di squadra è sempre esistito. Quando serviva, naturalmente: cioè quando una casa aveva due piloti di prim’ordine e la concorrenza era potente. In Gilera con Duke e compagni negli anni Cinquanta, in Yamaha tra Read e Ivy negli anni Sessanta, in Morbidelli tra Pileri e Bianchi nei Settanta… Insomma, tutte le volte che i due piloti ufficiali si equivalevano per talento e c’era il forte rischio che, a lasciar fare ai due litiganti, il titolo andasse a un altro marchio.


Certamente alla MV, con Hailwood e Ago nel 1965, non ci fu bisogno di ordini di scuderia: le concorrenti più temibili erano le belle ma datatissime Matchless monocilindriche e, comunque andasse, difficilmente il titolo mondiale della 500 sarebbe sfuggito al conte Agusta. Allora funzionava così e nessuno si scandalizzava. 


La cosa può piacere o non piacere, ma qualche volta il gioco di squadra è necessario e questa di oggi è una di quelle volte. A lasciar fare a Bagnaia e Bastianini (o Martin o qualunque altro ducatista), c’è il forte rischio che i piloti si scannino tra loro e il titolo che manca dal 2007 non si vinca più.  C’è chi protesta in nome dello sport, ma io dico che questo sport è sempre stato così. E c’è chi obietta che un conto è dare ordini a due compagni di squadra e un altro conto pretendere obbedienza dal pilota di un altro team. Qui faccio notare due cose: se l’obiezione è in nome della sacralità dello sport allora mi sembra -come mi pare di aver dimostrato- piuttosto ingenua; se invece è in nome della correttezza dei rapporti tra squadre e piloti io dico: ci importa realmente? Che se la vedano tra loro.


Concordo, non è bello vedere Davide Tardozzi che corre ingrugnito verso il muretto del team Gresini nella fase più calda della gara a Motegi. Questa ce la potevano risparmiare e indubbiamente si può fare molto meglio di così, ma ritengo che tra soci in affari (perché anche di questo si tratta: Ducati di qui e Gresini di là) e tra futuri (e intelligenti) compagni di box si può trovare una intesa. Sempre che la si voglia, naturalmente. 

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